Di lei, i pensieri (II)

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“fu turismo ?” by PORTOBESENO is licensed under CC BY-NC-ND 2.0
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[…] Solo così i vivi si mantengono sani. Se il morto non prendesse leggenda nella vita di un vivo, il vivo impazzirebbe. Ammattirebbe. Il morto si prende bellezza con la morte. Anche il morto più inviso alla vita, produce nel vivo un particolare che ne farà leggenda. Qualcuno si spara. Qualcuno si spara per affrettare la leggenda. Guarda Alain che preferisce il ferro alle pieghe della mia gonna bianco betulla. La leggenda non è vissero felici e contenti sotto un tavolo di betulla a forma di gonna. La leggenda è morirono felici e contenti.

Lascio Parigi e lo diceva uno bravo “brucio Parigi per te ma tu non bruci per me”. Lascio Parigi e faccio ritorno a Ortigia. Dimentico la fisarmonica e trovo il bel caffè. Granita di caffè, caffè alla nocciola, pistacchio nel caffè. Tutto è caffè. Caldo bollente e oscuro cristallino. Tutto è caffè e Voi. A Ortigia gli uomini mi usano il Voi. Cenni con il capo e offerte di Voi. Levito su ogni Voi afferrato. Preso nel cielo pistacchio di Ortigia. Germoglia l’addizione del voi. E l’addizione porta alla somma: trentaquattro Voi al giorno fa una donna scalza che crede di ancheggiare sui tacchi a spillo. Trentaquattro Voi al giorno fa una donna in magliettina a righe di Vestivamo alla marinara che si crede fasciata in un abito nero da sera. Il Voi è un abito di seta, una scarpa di marmo policromo, un gioiello affacciato sul barocco di un balconcino. Il Voi è un corteggiamento. Il Voi è un inchino erotico. La dama si lascia prendere dal Voi e libera dal ventre tutto l’erotismo dell’isola di Ortigia.

Il Voi è un granello di sabbia accampato su capelli bagnati da un mare rovente di cattedrali barocche. Tutto è salsedine e granita di caffè con panna senza ghiaccio. Tutto il pistacchio finisce stretto stretto nella grande brioche. Al bar non trovi la caffetteria. Al bar trovi il bar e Totò. Dimentica Alain. Totò sa che tu sei donna di continente. E contenente. Contenente tutti i caffè e gli amori mancati. Questa prepotenza degli amori mancati che torna a ripetersi. Reitera il reato di aver mancato. Stipata nel senso di colpa, scappa a reiterare. E l’amore manca.

È colpa della bellezza. Anche quella torna sempre a pesare. Chi contiene bellezza ne contiene troppa. E chi è carico di bellezza piega la schiena al fardello. Lo sguardo scivola verso il basso.  Chi è carico di bellezza non può che essere lasciato in solitudine dentro la sua bellezza chinata. Si ama meglio chi non porta bellezza. Perché la bellezza è un carico da scontare. Sei pesante! E quella è la bellezza. Si prende tutto lo spazio, lei. E loro non sanno riconoscerla. Non la vedono. Ma devono pur sentirla in qualche modo. Ne avvertono il peso. E fuggono. La bellezza nasce per creare isolamento. Non c’è spazio per l’amore. C’è lei e tanto basta. Poi quelli tornano canuti con il maglioncino ad aprire la frustrazione panciuta. Hanno avuto l’amore, forse. Ma no, la bellezza no. Sono padri e madri che dicono Beata Te! A te che parli una solitudine senza figli. Perché chi possiede amore dice Beata Te? Vogliamo fare un cambio? Ti offro una bella teca di cristallo in mezzo al deserto. La vuoi? È bellissima. Anche quando non hai nulla, dentro puoi metterci tutto il tuo nulla. Ti protegge dalla fredda notte desertica. Ti tiene al fresco. Fredda e algida. Non invecchi? Sei per sempre ragazza. Ragazza sola che vive dentro una fredda teca di cristallo. Beata te! Certo, non sono mica canuta io! E ancor meno panciuta di frustrazione. Sono adiposa di bellezza e grassa di solitudine. Uno scheletro morente. La bellezza trascina un segreto. Quale? L’inconsapevolezza. La creatura è bella perché non sa di esserlo. Qui si pianta la croce senza delizia. Qui si firma la ferita asciutta. Dall’inconsapevolezza sgorga il sangue. La bellezza sapiente non è bellezza. La bellezza sa di non sapere e fa il verso al filosofo. E il filosofo non può che volgersi al sole di Ortigia.

Di lei, i pensieri

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“sunday” by “Olivier Jules” is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Guardo Jeanne Moreau fumare una Gauloises

La voglia non è l’intenzione. La voglia è la voglia senza intenzione. Guardo un caffè alla tivù. Mi sale la voglia. Ma non ho intenzione di berlo. Le immagini si trasferiscono dentro la voglia. La voglia è un contenitore di immagini. Il mio caffè dovrà attendere la venuta del giorno. Le immagini sono notturne e distese. All’alba il caffè perde la voglia e guadagna l’intenzione. L’intenzione affretta all’automatismo di bere quel caffè tutte le mattine. La mattina non mi accorgo di bere la sensualità del caffè appena passato nella scorsa oscurità. Il mio caffè è un caffè che non ha trattenuto l’erotismo dell’immagine notturna. E distesa.

Le immagini sono erotiche. Eccitano il pensiero più del corpo. Il mio pensiero carnale. L’Io penetrabile. L’Io permeabile. Guardo Jeanne Moreau fumare una Gauloises. Vorrei fumare alla stessa maniera di Jeanne Moreau. Come fumano bene le donne nei film. Come fumano bene le donne francesi. Il regista indica precisamente come far scivolare la bionda tra l’indice e il medio. È in quel piccolo divisorio di carne e cartilagine che prende a vivere l’erotismo. Vorrei bere un caffè al Cafe de Flore. Parigi è la città delle caffetterie. Si oscura il gusto in favore di un musico che suona la fisarmonica. Le note del mesto amore di Noix de coco e Modì. Una musichetta francese tutta di fisarmonica risuona sui cappellini dei caffè parigini. Penso ad Alain. Potrei pensare a Maurice Ronet ma scelgo di pensare ad Alain. Entro nella pellicola per farmi notare. Ma lui non riesce a vedere nulla. Non vede se stesso e non guarda me che guardo se stesso. Vorrei aprire il suo ascolto alla fisarmonica e i suoi occhi alla mia gonna plissettata di ardore. Il finale coglierebbe un eco diverso. Non più l’eco di un tonfo. Il tonfo di un colpo di pistola. Alain a gemere forte prima di venirmi dentro. Dentro il mio erotismo plissettato di carne umida. La gonna scivola come la sigaretta di Malle. In mezzo alle cosce e sui piedi avvolti dalle pieghe di una storia che non ci sarà. Quanto sono belle le storie inenarrabili. Quanto sono grandi gli amori mancati. Si infilzano nel corpo come l’immagine di quel caffè mai preso. Alain è nel ricordo corporeo. La mia gonna nella sua leggenda. La morte consegna la leggenda alla vita.

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Squarci di bellezza dal Monte Terminillo

Foto di Marco Pagaria

Squarci di bellezza dal Monte Terminillo

Se la città è il luogo scandito dal moto della velocità, la montagna disegna l’urgenza della quiete. Il silenzio è principio governatore dell’altura.

Con i suoi 2217 metri di bellezza, il Monte Terminillo si rivela sin dagli anni ’30 nel verso di una nota espressione: “La montagna di Roma”. Si stima, non a torto, che l’origine dell’affermazione sia da attribuire a Benito Mussolini. Fermamente convinto dell’importanza svolta dalla vicinanza con la Capitale, il Duce pensò al Terminillo come al luogo ideale per praticare, anche a livello agonistico, gli sport invernali. Per tale motivo, nel 1933 chiese al podestà avvocato Alberto Maria Marcucci di costruire la “4 bis Salaria” per rendere percorribile l’accesso al monte. Il progetto fu affidato all’ingegnere Heinrich Gassman, padre dell’attore Vittorio. La pianificazione, portata a termine dopo due anni con la possibilità di giungere sino a Pian di Rosche (1080 Mt), determinò il passaggio a nuovi progetti che favorirono lo sviluppo turistico con la costruzione di alberghi, ristoranti e rifugi.

 Verso la fine della seconda guerra mondiale, il Terminillo divenne luogo di accoglienza per famiglie di gerarchi e sfollati facoltosi. Pochi anni ancora e visse momenti di grande turismo, favoriti dalla frequentazione di personaggi noti della nobiltà e della borghesia romana. Nel 1949, l’attrice Gina Lollobrigida sposò il produttore cinematografico Mirko Skofic presso la “Chiesetta degli Alpini”, meglio conosciuta come la chiesa di Santa Maria della Vittoria, cappella consacrata alla memoria degli Alpini caduti durante la guerra in Africa. Per la ricchezza paesaggistica divenne località privilegiata di straordinari set cinematografici, uno su tutti la pellicola “Il giudizio universale” di Vittorio De Sica.

Fin qui, parte della storia.

Oggi il Monte Terminillo, seppur con qualche irresolutezza, conserva il trono come “La montagna di Roma”. Suggestivo ed incantevole tanto nel periodo invernale quanto in quello estivo, resta la meta privilegiata sciistica dei romani. Nella bella stagione, grazie alla possibilità di effettuare escursioni nei boschi, suggerisce la condizione ideale per godere di tutta l’armonia della natura. Le guide locali organizzano interessanti giornate di trekking. In estate, la vastità del territorio permette di fare lunghe esplorazioni e percorrere il tipico sentiero planetario. Il cammino naturalistico, di circa 8 km, parte dal piazzale dei Tre Faggi e giunge sino al rifugio Angelo Sebastiani. Il tema dominante è di tipo astronomico: l’attraversamento di tutto il Sistema Solare.

La montagna vanta il suggestivo tempio votivo di San Francesco, all’interno caratterizzato da un mosaico absidale composto da più di cinquantamila tessere. Sempre dentro le mura della chiesa è possibile scorgere una cappellina laterale che conserva una reliquia di San Francesco.

In completo stato di abbandono resiste il rudere di Villa Chigi, costruita dall’ingegnere Tadolini e dove il Duce, nonostante la leggenda, non fu mai presente. Erroneamente, forse per i richiami allo stile architettonico del ventennio, viene ancora oggi definita Villa Mussolini. Ma il patrimonio più importante di questo monte resta la bellezza e i suoi numerosi richiami paesaggistici. Concedersi una sospensione dalla città per riscoprirsi creature capaci di ascoltare l’amichevole silenzio della montagna.