Elegia (naïf) della bellezza

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“Infanzia” by paola rizzi is licensed under CC BY-ND 2.0

Esiste un punto nel tempo in cui la bellezza si consuma in un vorticoso giro di dubbi. Il dogma si fa chimera, l’armonia vive in una ricerca forsennata. La bellezza è presenza impercettibile nell’esplosione gioiosa di un gesto. Nella traiettoria incerta di un gessetto sull’asfalto, nel segno che traccia i confini di un gioco con un nome altisonante: la campana, per esempio. Una tribù di impavidi ragazzini, conferendo potere a un ciottolo, si affronta a colpi di falcate. In un moto unico, il tracciato passa dalla campana al sorriso. La bellezza è presenza impacciata nell’idillico smercio di foglietti: tra le righe il primo assordante “mi piaci”. È l’aura del primo bacio, quello provato e riprovato per giorni su tutta l’accoglienza del dorso di una mano. Un cappotto di imbarazzo in attesa della seconda effusione.

Accade la bellezza nel perpetuo incanto che, sino alla bassa stagione dell’adolescenza, non si fa mai disincanto. È liturgia vissuta nella piena fiducia in nome di un Dio trovato senza alcuna ricerca. È nella voce innocente di tutte le cose: nei racconti sulla guerra di uno zio che fu prigioniero, nella fumante cucina regionale della nonna e in quel sacchetto pieno di cancelleria profumata ottenuta con la prima paghetta. È nelle corse sbrigliate verso ginocchia sbucciate, aggiustate alla rinfusa in attesa di un nuovo inizio. Cicatrici come stampi lenitivi per il sorriso adulto. È nelle prime feste in casa a base di dolci, pizzette e quella confezione di cola prontamente svuotata per il gioco della bottiglia: bacerai tutti, tranne l’oggetto del tuo desiderio. Nel primo abito plissettato preso proprio per l’occasione. Nell’illusione che quel velo di burrocacao, steso sulle giovani labbra, sortirà lo stesso effetto di un rosso Chanel. È in quello schiudere gli occhi davanti al mondo. Nell’occhieggiare maldestro e timido a quel fanciullo, certamente il figlio di James Dean, conosciuto al mare durante una partita a bigliardino. Nel rivederlo il giorno dopo e quello dopo ancora, sino all’agognato bacio, atteso tutta l’estate e accaduto puntualmente l’ultimissimo giorno di vacanza.

Accade la bellezza nel dono del il primo animale domestico, mortificato da un nome improbabile. Appellativo che scorderà quando si perderà nei tuoi occhi. Nell’assistere con meraviglia a quel miracolo che è il parto: la creatura pelosa si moltiplica in tanti altri improbabili nomi che, naturalmente, per la gioia dei genitori, terrai tutti indistintamente. Nel costruire capanne pericolanti dove rifugiarsi, non al riparo da qualcosa, ma in nome di una magia: la prima proprietà privata della vita, custodia esclusiva di uno spazio segreto. È nelle gite scolastiche di una città che non conquista, ma nel ricordo si fa meravigliosa quanto il repertorio musicale cantato a squarciagola sul pullman. È in un prato di campagna occupato dal rudere di un casale dove, furtivamente si accede, attraverso l’esplosione di una fantasia debordante: storie di fantasmi prendono vita nel rudere. È nel primo film al cinema, nella prima scarpetta rialzata di due soli fondamentalissimi centimetri. Nel primo bikini, indossato con tanto di sfoggio di un triangolino completamente vuoto.

Accade la bellezza nello sguardo riservato ai genitori, due supereroi bellissimi e invincibili, giunti sulla terra solo per proteggerti, in quel per sempre così difficile da pronunciare: per sempre! Accade la fede sconsiderata nella bellezza: la presenza che non cerchi, ma ritrovi in tutte le manifestazioni fanciullesche. Nel tempo giunge un punto esatto in cui lei si fa lontana, remota, nascosta. Al suo posto una consapevolezza: il dovere di trattenerla. La fede si fa fioca perché a quel bacio forse non ne seguirà un altro. Perché quel primo animale domestico dovrai scortarlo sul ponte dell’arcobaleno alla fine dei suoi giorni, nella scoperta di un’ineluttabilità che abbraccia tutti indistintamente. Perché quel bikini non è più tanto speciale. Perché quel burrocacao, che si è fatto rossetto scintillante, non muove gli stessi effetti. Perché al posto del rudere, oggi c’è un alveare di cemento. Perché il pullman non passa e non cantiamo più tutti assieme la melodia di quell’elefante che si dondolava sopra il filo di una ragnatela.

E allora sull’incanto di una reviviscenza è cruciale l’improba lotta al disincanto. Disillusione che, in tutta la sua potenza distruttrice, si stanzia nei posti lasciati vuoti dalla bellezza. Lanciare il cuore e lo sguardo sotto, sopra, intorno alla superficie delle cose per ritrovarne lentamente i primi granelli. Il primo chicco in una melodia che risuona in un aggeggio. Un quadratino inserito in un altro nell’abitacolo di un’automobile, risuona melodie sull’asfalto di una strada desolata o sull’umettato di una romantica notte di pioggia. Un granello in una lettera scritta da mesi e infine spedita. Un granello nella voce di un fratello che, davanti all’ennesimo tracollo sentimentale, ridimensiona il tutto con la battuta dell’occasione: “Dai, non importa. Non a tutti può piacere Janis Joplin!”. E in quella battuta c’è il granello più importante: l’ironia salvifica. La formula magica che scaccia via l’ultima lacrima, il sorriso su quell’errare dell’impeto che proprio non riesce a correggersi. Un granello ancora nell’adunanza con le amiche di sempre, a suon di strampalate teorie filosofiche che finiranno tutte nell’oscillazione tra un irremovibile «non lo chiamo più» e un coraggioso «va beh, magari un messaggino…»

Da grandi la bellezza si fa grande e come tale inafferrabile. L’impossibilità di sintetizzarla in un siero salvavita, la difficoltà di rinchiuderla nella scatola dell’infanzia e la vita che accade indipendentemente fuori dai venti incantati, tutto a generare resistenze e scivoloni. La bellezza pone trappole, prove di coraggio e nostalgia della fede che fu. Non più presenza costante nel cielo puerile, ma altalena del tempo in stagioni fluttuanti di incertezza. È nel barcollo confuso di un’esistenza che, tra fulminee cadute e flemmatiche risalite, ogni granello si fa spinta nell’accorpare ancora e, ancora una volta, un piccolo bottino di grazia. È il mancare l’appuntamento nichilista, il tenersi lontano dallo sconforto fatto stile, evitare la via più semplice del nulla che si traveste da tutto.

Accade la bellezza. Si indossa allo scadere di ogni stagione. Nelle pieghe di una gonna scesa sotto le ginocchia, nel rossetto sbafato, nel vento che muove capelli pittati a festa, nelle fossette fatte rughe, nella melodia e nel rumore, accade la bellezza. Accade nella travolgente fede di continuare a credere, nonostante alcun messaggero abbia mai donato l’indicazione più importante: la bellezza è silente.

  • 27 aprile 2016

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