Sylvia Plath – Autopsia di un inconscio

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“Sylvia Plath” by felix macpherson is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

La realtà è quella che mi invento

La maniacale ricerca della perfezione conduce difilato alla sanguinaria persecuzione di se stessi. In preda a un’idea fissa verso una suggestione particolarmente mobile, la chimera della compiutezza incede nel mostro che porta la creatura dentro un vorticoso tormento. L’ideale perfetto è lesto, astuto, conosce le regole del nascondimento: quanto più ci si accosta tanto più l’utopia si fa remota. In tutte le circostanze dove l’occasione viene mancata, il patimento cresce sino alla piena. Nessun argine può contro un supplizio autoinflitto dalla fotografia dello splendore massimo che non trova alcuna fissità nell’elemento umano. L’affanno di un animo stancato dall’acrimonia verso se stesso e che, nelle presunte tare, rivela già la sua perfezione.

Sylvia Plath (Boston, 22 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) descrive, nella vita e nella scrittura, il più inclemente giudice di se stessa. Esclusivamente e senza ombra di dubbio, al di là della sua esistenza, può sopravvivere quella mitizzazione della perfezione che tallonerà per tutta la vita. E tutta la vita di Sylvia è dentro quei trenta anni di creatività e supplizio. La natura vive la perfezione, gli altri sono perfetti, tutto ciò che non la abita è perfezione. La vita, nella grazia della natura, prende a muoversi nei versi, le fronde nelle parole, il cielo nelle sfumature e, la luna, la grande madre severa, si fa sguardo imperturbabile nella vita della poetessa. È prima attrice de La Rivale, poesia dell’opera Ariel, libro postumo uscito nel 1965, due anni dopo il suicidio. La bellezza è mortificante poiché difficile da contenere. Dallo spazio lunare, la bellezza illumina con fermezza annientatrice.

La scorsa di Sylvia sulla circostante distesa dell’esistenza è come quella di un esule che sosta nel continuo senso di abbandono. Gli esseri umani sono venuti al mondo con il solo fine di lasciarla, gettarla in una solitudine mordace; uno statuto speciale all’interno del quale la donna si dedica al suo personale sezionamento. Tanti piccoli pezzetti da indagare e resuscitare nel verso. Parte dalle sue membra per piombare con forza all’interno dell’inconscio, operare dei tagli e infine abbattere il suo edificio vitale. Quanto più distrugge tanto più il verso rinasce. Vita e scrittura impattano in un gioco al massacro sino all’ultimo soffio.

La relazione più duratura è quella che la poetessa intreccia con il dolore. Un’angoscia ineffabile che, nella disapprovazione di se stessa, trova la ragione di vita. Sylvia è il suo processo: una corte marziale dove la vittima è trattata al pari del carnefice senza possibilità di appello o di assoluzione. Permeabile all’inquietudine, si dispone nella direzione di quel dardo che lei stessa prende a tirare. Esiste un monstrum, una creatura terribile e al contempo ammaliante che giace indisturbato sul fondale della sua anima. Indossa le sembianze sfocate di un dualismo che prende a vampirizzarla nel corpo per giungere più in fretta nei foschi scomparti della sua mente.

***

Risulta arduo tornare indietro dalla lettura della Plath.

Vi è un incessante flirtare con l’oblio, con un’immagine illusoria di ciò che vorrebbe essere e non sarà mai. Poiché quell’immagine non esiste se non nella costruzione certosina di un abbaglio. Il miraggio si impone nell’eccezionalità dei toni scuri sino all’ottenebramento.

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Fortemente autobiografico, il romanzo La campana di vetro, rappresenta un percorso di scrittura dove la Plath si pone alla forsennata ricerca di un carattere ben definito. E, l’indagine, è talmente importante che viene eseguita mediante uno pseudonimo: Victoria Lucas. L’opera ripercorre i luoghi mentali e fisici vissuti prima del tentativo di suicidio. La gestazione di uno stato d’animo spartito tra la disillusione e la mancata accettazione della sopravvivenza. Il disincanto attende ansante al termine della costruzione fantastica. Ogni uomo viene posto su un dubbio piedistallo per essere infine trangugiato da una realtà che vanifica la congerie onirica. L’elemento maschile è pertanto un portatore sano di solitudine. Le aspettative vengono puntualmente disattese, l’edificio crolla e, sfiancata dal suo lavoro di costruzione fantastica, crolla anche Sylvia. Gli altri, all’oscuro delle sue personalissime edificazioni, si fanno estranei e si realizzano nella profezia più fedele: nessuno è capace di amarla. Ciascun disinganno si perde in un rivolo d’acqua che, esposto al gelo, diviene ghiaccio da sciogliere nei versi della sua lirica.  

Mi sentivo come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi.

L’aspettativa gemica in ogni moto vitale.

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Ad affastellare una mente sovraesposta al dolore, contribuisce il desiderio costante di due situazioni antitetiche e contrastanti. Da un lato vi è la ragazza destinata ad appagare i desideri di una gigantografia rappresentata dal nucleo familiare, dalla società e presumibilmente anche da lei stessa, dunque esaudire un matrimonio che si faccia stabilità per la donna e la poetessa. Dall’altro sopravvive, non senza recalcitrare, la donna viva solo nella scrittura che guarda al matrimonio come un ostacolo alla realizzazione di se stessa nella parola. L’oscillazione tra i due stati è il terreno fatale di quel tormento che la seguirà per tutta l’esistenza.

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Accade che la mente si rivolti in mondi altri e, in quell’altrove, la creatura si lasci cadere per rinascere in un essere perfetto e, come tale, inesistente. Sylvia è tutto questo e tutto questo è la scrittura di Sylvia: l’inclemenza di Sylvia sulla Plath.

Più sei un caso senza speranza più ti tengono nascosta

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[…] lunghe gambe a descrivere la traballante aderenza al suolo.

Il pensiero, trascinato in vetta, soffre l’altitudine e la riduzione dell’ossigeno lo porta a una sincope tutta di mente. Il capo si fa pesante poiché trascina il fardello più pesante: l’insindacabile giudizio su se stessa.

  • da Anime Inquiete – 23 storie per mancare l’esistenza

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