In memoria di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

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La stagione dell’infanzia conserva un timido sottofondo di spensieratezza. Un cantuccio autentico dove rifugiarsi e riprendere vigore. Il primo approccio a quel cinema della distensione, porta la voce di un padre dentro l’affresco poetico di due creature bizzarre. Il particolare si posa sulle radici indigenti di due esistenze. Dettaglio che infonde nella risata del giovane spettatore un respiro di affettuosità. Un leggero afflato che, in punta di memoria, entra nell’atto gioioso. È un guardare l’infanzia dall’infanzia, rintracciando in due grandissime figure attoriali l’archetipo del Puer Aeternus: il fanciullo eterno. Accade la purezza in una perpetua inclinazione farsesca nell’epica coppia comica: Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Francesco Benenato e Francesco Ingrassia descrivono l’immagine di due grandi comici che abitano il cuore della gente e mancano alla critica salottiera. Collocati nel cinema definito trash o di serie B in un passato non lontanissimo, rimbrottati con la penna rossa dalla maestrina festivaliera, vivono attualmente una degna riabilitazione. Fenomeno tardivo che abbraccia l’arte di molti grandi, una sorta di parabola che dopo la morte muta direzione. La fine come ritorno alla vita nel principio dell’arte. Ebbene la risata di un bambino è giudice notevole, riconoscimento di un prodigio: adulti abitano l’infanzia. La genuinità che riconosce  la naturalezza di due maschere infantili, bucoliche e generose.

Non figurano accademie nella preparazione attoriale della coppia: gli inizi di Franco si rintracciano nelle strade animate dal suono della sua grancassa. Ciccio si fregia di qualche passo sul palcoscenico teatrale. La cornice del loro incontro è una povera e fragile Palermo del dopoguerra. È l’avvilupparsi di due anime bambinesche, gli eterni fanciulli vivono un mondo non esattamente ideale che attraversano sfidando pericoli a colpi di incoscienza. Nella totale assenza di sceneggiatura nasce quel conflitto che sarà il tema comune di tutte le pellicole: l’alto e il basso, il volto plastico e le pieghe distese, lo sganasciato e il malinconico. L’uno maschera tutta facciale, negli occhi ruotanti e nel dettaglio della voce roca in un grido: “Cicciooo!”. L’altro garbato e sognatore, nell’ingenuità si poggia sulle improbabili soluzioni di Franco. E insieme vivono in pellicola in quel rammendarsi nell’invadenza di un imbarazzo esterno, in quell’aggiustarsi sulla soluzione più bizzarra.

Film di serie B che fanno la fortuna di quelli cosiddetti di serie A. Canovacci che la coppia rende pellicole e finanziamenti per la sfera riconosciuta alta della cinematografia. In passato per lunghissimo tempo, il comico ha vissuto nell’isolamento della regione bassa, in quel distacco necessario alla morale a non scontrarsi con la propria immagine. L’ilarità che nasce sulle labbra è momento di sospensione, un istante prolungato necessario alla vita. Un rigenerarsi dall’impegno, una liberazione dall’obbligo e dall’immagine nostra, tutta di compimento e operosità. Franco e Ciccio rappresentano la comicità assoluta di “baudelariana” memoria. E proprio nell’enunciazione del comico innocente/assoluto di Baudelaire, nell’atto di avvicinare l’uomo alla condizione di gioia suprema e primigenia che si ritrova un’arte considerevole della coppia siciliana. Si tratta di tornare in contatto con il mondo infantile fatto di innocenza e beatitudine. Nella creazione di una vertigine si sfrena un gioco, l’attore e la maschera si muovono all’unisono in un unico gesto scenico di dissacrazione. Profanazione che nasce, si alimenta e muore in un rincorrersi di ingenuità fatte azione. Una pantomima con il dono della voce si perde nell’eco di una risata innocente.

Ripercorrere la filmografia della coppia è atto impossibile per l’importante mole di pellicole girate. Stimati fortemente da Carmelo Bene, per proporre un’eccezione al piattume della critica, attraversano mediante ronzini metafisici, generi e parodie. Lavorano contemporaneamente su più set. Vantano collaborazioni con nomi importanti: Steno, Corbucci, Grimaldi, Petri e Girolami. Con la purezza nel volto e il sorriso nel cuore si fanno miracolati nell’assurdo di un’incomprensione. Una roulette russa che dal film Per un pugno nell’occhio, si fa metafora di tutte le pellicole: l’equivoco fortunato che nella follia salva la vita.

Il cinema di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia volta le spalle al sarcasmo, nella velata affermazione che il gesto sovversivo è possibile anche fuori dalla perfidia caustica. L’ambientazione, anche quella più ridicola, è sempre in nome di una delicatezza di chi la vita ha tentato di guardarla negli occhi pur trovandola con lo sguardo altrove. È l’Allegria dei naufragi, meno ermetica di Ungaretti, l’allegoria fatta vita da coloro che attraversano il naufragio e riprendono l’esistenza stretti nella morsa di uno stato gioioso. Il lieto che nasce dall’infausto. Una comicità che, non dimenticando le proprie personalissime radici di indigenza, sostiene un’oscillazione circolare e impercettibile tra il sorriso e la risata.
Nella memoria di alcuni per aver dato voce al silenzio di Buster Keaton in Due marines e un generale, nelle immagini di molti per l’epico grido dello zio matto nel felliniano Amarcord, nelle pagine di altri per l’episodio pasoliniano Che cosa sono le nuvole. Franco e Ciccio, dentro il cuore di tutti nell’immortalità di un richiamo: l’archetipo fanciullesco. Immagini di letizia che superano in forza ogni nome altisonante. Un cinema da godere nella sospensione spensierata, nel sottofondo di un racconto paterno e nelle corde delicate di un’innocenza mai perduta.

1° aprile 2016

Janis Joplin, il lamento blues di Didone

L’immagine by Winston J.Vargas è concessa in licenza con 
CC BY-NC 2.0

Torrenti di Southern Comfort scorrono nel ventre di un bosco dove una creatura famelica si affaccia alla vita. Si unisce al branco, corre con i lupi: creature invise all’amore. Oppressa dalla piccola città, Janis Joplin (Port Arthur, 19 gennaio 1943 – Los Angeles, 4 ottobre 1970) muove la polvere di focolari puritani, edificati sulle fondamenta di una terra intransigente. Un luogo che, nella pratica perpetua del biasimo, le resterà incollato indosso come un improbabile cappotto in un giorno di canicola.

Un temperamento inquieto saldato a una disposizione vorace, affrettano una giovane Janis alla volta di chimeriche oasi californiane dove tutto può accadere. E accade che una donna bianca generi una voce nera alla maniera di quel blues messaggero dell’amore disperato. Melodie lancinanti che, tra l’uso di eroina, pratiche di orge alcoliche e abbuffate sessuali, faranno di Janis Joplin una delle più importanti voci femminili della sua generazione.

Un angelo delle tenebre cala nell’oscurità, volteggia con i diavoli in un sabba che la inghiotte in una sola definitiva azzannata. L’istinto di fuga, generato da un’atavica fame di tenerezza, muta nella perla del Texas in impulso di morte. Quell’ansante cavalcare l’abisso per tramite carnale, rinasce in un vuoto sempre più profondo. Una voragine, impossibile da colmare, racconta l’elemento primordiale dentro una voce che squarcia per intimità e tormento. Il blues che gronda dalle sue corde è fatalmente femmina: felino e fragile.

Cresciuta al suono del compositore e violoncellista Pablo Casals, stretta nella premura di un padre visceralmente pessimista, Janis trascina nella musica il suo mal d’amore, naufragando nella morsa delle sostanze. Ma il suo grido lacerante sopravvive, seppur per pochi lustri, al gorgo degli stupefacenti. Un’avventata urgenza di affetto la consegna a banchetti sessuali che mai si faranno carezza per il cuore. Lo sballo e i viaggi deliranti nella sua testa, rappresentano solo delle momentanee sospensioni: il dolore non depone il suo grido. L’incessante sospetto di non essere creatura meritevole di amore, presenta le trame di una gabbia da lei stessa confezionata.

La potenza di una voce prodigiosa, la sottrae dall’ala incombente della morte sino all’età di ventisette anni. Quella di Janis è disperazione in note.

***

Mostrarsi al mondo del tutto nuda, cantare il fardello di un martirio, facendo di ogni canzone il lamento di una Didone impazzita, una prodiga regina alla conquista dell’eroe troiano. Prode che, nell’avvicendamento di numerose figure, ricusa la sovrana texana in nome di incarichi non necessariamente legati a una volontà superiore. Pertanto Janis canta dai campi del pianto, volgendo lo sguardo dall’altra parte di quell’Enea agognato per una vita intera. Il mancare puntualmente l’appuntamento con il valoroso troiano disegna il movimento autodistruttivo della Didone del blues.

***

Se la voce di Tom Waits è ruggine e miele, quella di Janis è bourbon e zenzero. Il whiskey delle radici geografiche e la pianta che volge a Oriente delle sue perline colorate. Conterie che blandiscono piccoli seni e, in barba a un’adolescente tonda, la trattengono nel regno del grande richiamo erotico. Una voluttà che confina con il selvaggio, si immerge nel flusso di uno sguardo lacrimante e scorre in un corpo di vampa ed eros.

***

Impulsiva, appassionata e generosa, lascia al perbio dell’autolesionismo le redini di un’esistenza tutta.

Janis Joplin muore nel 1970, in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood. Le sue ceneri vengono disperse sulla costa di Marin County, nell’Oceano che continua a vedere la Didone nei campi del pianto, il posto nell’allegoria mitologica dove si aggirano i morti per la passione d’amore.

«Janis Joplin ha espresso piuttosto bene un aspetto del 1968: la simultaneità di contemplazione e autodistruzione, spingendo il suo gemito fino ai limiti dell’Universo» (The Times)

  • Estratto da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria

 

Pasquale Panella – Ritratti di parola

Cover Libro A.I.

PP

Ritratti di parola

Questo libro di ritratti non è un libro, è la realizzazione di un sogno,
un sogno ingenuo ossia un sogno di tutti, un sogno vero. Questo libro
rende invisibile chi legge, invisibile e capace di volare, così chi legge vola e,
impercettibile, entra nelle finestre, in tutte le finestre — delle stanze, delle
epoche, dei mondi — e vede i corpi. Perché sono corpi, queste anime
inquiete.
Esiste un orario di chiusura dei libri? Forse no. Ma se apri questo
libro hai l’impressione di entrarci dopo l’orario di chiusura. Altro bel
sogno, questo: restare in un deposito di vite senza le ristrettezze del turista
in visita che deve mantenere le distanze. No, qui ti puoi scalmanare, ti puoi
sfrenare, anche eccitare, qui puoi toccar con mano le parole corporali. E
puoi anche entrare nei panni. Chi sono gli altri se non te mascherata, te
mascherato? Ma sì, si sa com’è che va. E qui va benissimo. Qui pare
addirittura che ogni figura appaia ritratta nel tuo specchio, così tu leggi e
guardi e vedi te come se tu fossi Lou Salomé ma anche Jean, Salvador,
Leonor, Maria… Esse e essi vissero. E cosa cerchi in chi visse se non tracce
di te? I bei difetti, le belle scivolate, vite come precipitazioni temporalesche,
vite abbaglianti e abbagliate, vite che, parliamoci chiaro, se fosse stato tuo il
nome di chi le visse, tuo il loro corpo, sarebbero state le tue vite. Eccole
qui, leggibili, sono tue.
Così questo libro è anche una toeletta con tutti i trucchi a vista e con
le alucce laterali per i profili e per le rifrazioni; è un camerino con le luci in
cornice per guardarti meglio. Senti lo scatto illuminante nell’incipit di ogni
ritratto.
Ma sì, sono sportelli, qui, le pagine, sono persiane a due imposte,
porte a due battenti, armadi a due ante con dentro corpi amanti. Si entra e
un po’ si spia, anzi non solo un po’, anche tanto. E chi sono le persone e i
personaggi se non te messo alla prova di quei panni, di quel pallore, di quel
rossore, di quel ghigno, di quelle chiome, di quella calvizie, di quei baffi
(che sono sempre, infatti, posticci, a ben guardare), di quelle belle labbra,
di quei seni, di quei muscoli e nervi? Chi se non te? Se no, che leggi a fare
se non sei chi leggi? Qui è tutto chiaro e illuminato bene. Qui la pagina
trasuda, e trasuda chi legge, ci si scambia la traspirazione e il respiro, qui è
tutto un trasudare di umori e umidità carnali tra chi legge e chi è letto.
Occhio a quel lemma: gemicare, che qui è molto coniugato. Qui è tutto un
trafficare di pose, di mimiche, di movenze, di agitazioni e di frenesie, di
abbandoni e di abbattimenti, di spassi e di passioni, di delusioni e di
elusioni, di veli e di piume, di straccetti e di biancheria, di gesti intermedi e
di gesti estremi. Qui tutto è sala prove, qui tutto è scambio d’abiti che
fanno il monito, tutto è livrea e richiamo, qui tutto è verso, nitrito,
cinguettio, latrato, grugnito, guaito e miagolio dell’animale umano. Qui ti
chiedi se la persona scritta non ti stia osservando, derivando da te la sua
ossessione d’essere chi è. E qui chi visse sopravvive in un ritratto da lettura
ovvero in te che leggi con licenza di razzia, una razzia con gli occhi ma, se
vuoi, anche con le mani e, dalle mani in poi, con tutta la tua pelle che
sfiorerà e si farà sfiorare dagli oggetti del racconto, quegli oggetti
particolari che sono gli episodi, le scene, gli atti, le sorti, le parti delle vite.
Ecco, làsciati chiudere dentro questo libro aperto, conoscerai l’evasione e
l’intrattenimento: la fuga verso un’attrazione a braccia spalancate.
Noi siamo l’umanità, abitiamo un luogo a noi comune, questo
pianetino. Visti da anni luce, visti la lontano, in una mescolanza di storia e
geografia, noi siamo chi non siamo, nel senso che laggiù, per esempio,
arriva la notizia dell’esistenza sulla terra di Sibilla, Lou, Egon, Drieu, Jean,
Gustavo, Salvador, Leonor, Emile, Edith, Clarice, Diane, Sylvia, Françoise,
Agota, Janis, Maria…, e ecco che questi nomi, sfumatura più, sfumatura
meno, sono i nomi con i quali siamo conosciuti noi terrestri, ma sì, quelli
che assieme vissero in un mazzetto di decenni, mescolati e confondibili,
nell’immenso sperpero di miliardi di miliardi d’anni luce.
Guardali così questi ritratti, come notizie delle tue esistenze, perché
chi legge è fatto di parole, delle parole che legge.
Ma essere chi leggi, capita con tutti i libri di ritratti? No, non con
tutti. Spesso si fa pettegolezzo, buttando l’occasione in diceria, oppure si fa
ricerca cavillosa e accumulo di documenti, attestati, certificati, passaporti,
diagnosi, buttando la faccenda in istruttoria abusiva. Si fanno tante cose,
fingendo anche la ricostruzione esatta di una vita, che è una cosa
impossibile e anche assurda. È inesatta la vita. Inesatte anche le foto, lo
sappiamo tutti, e inesatti i ritratti fatti a pennellate.
Qui il ritratto è di parola, mantiene in vita quello che promette.
Come si dice per non dire altro quando fai una nuova conoscenza? Si dice
‘piacere di conoscerti’, che poi raramente è quel piacere. Qui è quel
piacere.
Qui ti senti dire ‘guardami, chiamami per nome, non lo fai mai
guardandomi’. Chi ha parlato? Il ritratto e tu, tutt’uno, con una sola voce.
Pare strano? Per niente. Lo sai benissimo che leggere è mescolanza tra testi,
testi intesi come testimoni. E qui ti puoi permettere confidenze e intimità
che nella vita te le sogni.
Qui che altro si fa? Si fanno visioni. O, anche, si hanno visioni di sé
nel ritratto e del ritratto in sé, con generosa, reciproca licenza di
confondersi. Le figure qui sono volute, nei due sensi, sia nel senso di spinte
a essere dalla voglia di volere essere lette da te che hai voglia di leggerle, sia
nel senso delle evoluzioni del fumo, profumato, irritante, lacrimogeno,
fantasmatico, fosco o bianco, volubile, capriccioso, denso, vago, ma sempre
avvolgente.
Ti orienti in una nebbia, e nella nebbia cerchi una figura, poi scopri
che quella nebbia è la figura. Leggere è anche questo, è quell’essere avvolti
in un vapore formato da te che leggi, da te a contatto con quel suolo di
parole che è la pagina. Qui accade.
Il corso più somigliante al corso di una vita è il corso del rigo di
scrittura, coi suoi punti fermi mai tanto fermi perché poi inizia un’altra
frase, con i suoi a capo per ricominciare, col poco di respiro delle virgole,
con gli accoppiamenti delle congiunzioni, con quel fallito senso di infinito
degli avverbi, con la piaggeria degli aggettivi, con la parola fine. Qui senti
che è così.
Sì, le parole. Qui le parole fanno, oltre che storie, il testo, il ritratto
del testo fatto dalle parole. E allora capisci. Sono loro le anime inquiete, le
parole. E, adesso che lo capisci, è ovvio siccome è vero. Di parole sono fatte
queste storie, queste vite. Le parole, queste parole, sono l’inquieta anima
loro. E tu conosci, sì, l’inquietudine degli occhi di chi legge? Ecco, di
quell’anima là gli occhi sono lo specchio. Inquieta è la scrittura e la lettura,
ogni parola corre alla seguente per essere accresciuta, diminuita, smentita,
sviata, dimenticata anche. Come si dice? È la vita, la vita della scrittura
ossia la vita leggibile. E le vite qui sono ventitré.
Te lo dico prima: alcune di queste parole, una decina, dovrai cercarle
sul vocabolario. Credi di no? Vedrai. E le cercherai. Ma non sono parole
difficili, e non sono le parole della sapienza. Anche a esse dirai ‘piacere di
conoscerti’. Sono parole belle, anche arcaiche, araldiche, stemmi di
famiglie linguistiche. Sono dimenticate parole indimenticabili. Le
conoscerai e non le dimenticherai più. Potrai dimenticare le chiavi di casa
ma non queste parole, che sono parole chiave. Lo so, te le appunterai pro
memoria. Parole chiave per aprire porte, sportelli, ante, battenti, pagine.
Anche le due alucce degli amori. Che c’entrano gli amori, i tuoi amori?
Che c’entrano? Vedrai. ‘Poi mi dirai’, così ti dice il libro

Marcello Mastroianni

Marcello Mastroianni” by haidee is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Nel compiersi dell’artista, la nostalgia descrive un fragore, una pressione che muta un sentimento in opera d’arte, un’emozione che trascina sulla tela, il foglio o la pellicola, le molteplici tonalità di un turbamento.

Jorge Luis Borges, saggista, scrittore e poeta argentino, per opera di una composizione poetica, coinvolge nel passaggio di un tempo altro che si dilata ne La nostalgia del presente. Una mestizia, tutta lirica, dove la fantasia aderisce all’oggettività nella ferrea volontà di depredarla. È un piegare la realtà alla propria urgenza – a tratti generazionale – in quell’ammalarsi di passato, nutrirsi e tornare a nutrirsi di nostalgia. Un arrestarsi nell’istante prima dell’accadere per trattenere l’attimo e renderlo in poesia. Non prender vita per esistere con ancora più veemenza sul foglio bianco che si fa messaggero di un sentimento altrimenti destinato a perire. L’inverosimile anelito all’incapacità di impadronirsi del presente, tutto in un’angoscia cautelativa che diviene epifania poetica. È la percezione della perdita che accompagna il caleidoscopio dentro la creazione artistica.

Se in Borges vive La nostalgia del presente, in Mi ricordo, sì, io mi ricordo, la pellicola testamentaria di Marcello Mastroianni, accade una straordinaria nostalgia del futuro, che ripiega in un’intima carrellata, stipata di curiosità, aneddoti e ricordi. Un profondo flashback, dove l’attore, dapprima delizia con una malinconia del futuro, per poi in un secondo momento, scongiurarla nel valico trasversale di tutta la sua esistenza. L’affanno al venturo figura come una sapiente rivisitazione, prolungamento di un’espressione proustiana: «I paradisi migliori sono i paradisi perduti». Così Marcel Proust, alla corte del quale, l’attore si rivolge per forgiare una sua personalissima visione: «I paradisi più attraenti sono quelli che non si è ancora vissuti». Un’ inclinazione elegiaca, che non guarda direttamente al passato, ma transita in un ipotetico futuro, per tornare ancora a ciò che è accaduto e narrarlo in una visione ispirata e corroborata dalla memoria. La nostalgia del futuro, è per l’icona cinematografica, pertinenza della giovinezza che vive di ansie e frenesie. Nella vecchiaia, la creatura si sposta nel rammarico, quello definitivo dell’Eden perduto. E tra una pausa e l’altra, nelle riprese dell’ultimo film, interpretato da Marcello Mastroianni, Viaggio all’inizio del mondo del regista Manoel De Oliveira, si distende l’opera della memoria in Mi ricordo, sì, io mi ricordo di Anna Maria Tatò. Risulta probabilmente errato parlare di una pellicola esclusivamente cinematografica, corretta sarebbe la definizione di un vero e proprio diario intimo, inscenato sul palco del tempo perduto. In un’indolenza tutta del vecchio Snaporaz, l’attore ripercorre un’esistenza, zigzagando tra il dentro e il fuori della MDP. Un’avvincente pigrizia innata nell’individuo e assimilata nel respingimento, sin troppo stretto, dell’ovvia definizione di latin lover. Resa linguistica che l’attore ciociaro rigetta, come frivolo limite all’uomo e all’interprete. L’icona è nello stile congenito e mai nell’ostentazione. 

Ricordi, fatterelli, piccoli odi e grandi amori, si riavvolgono lentamente in un racconto mai piatto, traversando gli anni che vanno dall’infanzia sino a quelli della maturità. Così l’iniziale approccio cinematografico all’età di quindici anni, nella prima comparsa in un film con Beniamino Gigli: Marionette. Siamo nel 1939 e il sogno del cinematografo, si accosta naturalmente al bisogno economico. Il caso e un ristorante a Cinecittà di un amico di famiglia, completano il resto. Di comparsa in comparsa, l’adolescente si fa uomo, sino a farsi interprete. L’appuntamento fatale è quello con Mario Monicelli, le vesti indossate sono quelle di Tiberio Braschi ne I soliti ignoti. Partecipazione che nel ricordo, evoca un Vittorio Gassman inconsueto, non come un uomo altero ma avvezzo a un umorismo sagace e con la beffa pronta per il regista di turno. Dentro una carriera che conta centosettanta film, Mastroianni si piega sulla riflessione di una parentesi. Di quanto la sua vita, quella vera, fatta di affetti e fuori dalle luci del camerino, si sia svolta tra una parentesi e l’altra. Un rammarico: in tanto scorrere di pellicola, il dubbio rovente di non essere riuscito a dimostrare il proprio amore all’interno della sfera affettiva. Pensieri che non impediscono a Mastroianni di invaghirsi di un autore, una teoria o qualsiasi ipotesi che rimandi all’amore:

… bizzarra come l’amore.

Io non sono mai stato un grande lettore, però ci sono

alcuni autori, o alcuni passi dei loro romanzi o scritti, che

mi hanno colpito.

Mi viene in mente quella splendida metafora in cui

Sthendal immagina che l’amore sia una specie di

cristallizzazione. Sì, di cristallizzazione.

Prendete un rametto secco – dice Sthendal –

e mettetelo in fondo a una miniera: quando tornerete

a riprenderlo, lo troverete ricoperto di magici cristalli.

E che cos’altro è l’amore? Non il nostro cuore

che illumina, che rende magicamente speciale

la persona di cui siamo innamorati?

 

E un movimento sull’amore non può che essere avvolto dal fumo di una sigaretta, l’ennesima, quella che rientra nella conta delle cinquanta bionde al giorno per cinquant’anni. Non un cenno di biasimo al vizio, ma un’invettiva contro gli americani e le loro pedanti battaglie sul fumo: «Ma che ognuno campi e muoia come vuole». L’America è anche quel posto dove il Gabriele di Una giornata particolare si reca insieme a Ettore Scola, per ricevere due nomination a quell’Oscar che non arriva. Un luogo dove Martin Scorsese li reclama nella propria villa. Abitazione in uso a mostrare manifesti cinematografici italiani come carta da parati. Una lezione da tenere sempre a mente: quanto, per almeno trent’anni, il cinema americano si sia nutrito di quello italiano; un orgoglio che la nostra memoria, sovente precaria, fatica a ritrovare.

Con La dolce vita, film di Federico Fellini del 1960, Mastroianni, oltre alla celebrazione di attore internazionale, si ritrova di nuovo a fare i conti con quella formuletta così urticante: latin lover. Lui che non pratica night club e le donne le abbraccia solo sullo schermo, invita a guardare l’impotente Bell’Antonio o il marito becco di Divorzio all’italiana. I media ti confezionano un vestito su misura, e anche se non ti calza stretto, resta indosso per tutta la vita. Ma se le classificazioni lo sviliscono, la recitazione lo galvanizza, anche nell’incomprensione di coloro che soffrono per entrare nella parte. Non si affida al metodo Stanislavskij e ancor meno a retaggi accademici, si fregia, al contrario, di un lavoro costruito sul gioco che contempli divertimento e non tormento; così alla maniera dei francesi: un “jouer”. Un’attitudine attoriale spiegata attraverso il Paradosso di Denis Diderot: quanto più un attore si inabissa nella parte tanto il risultato sarà flebile. Il distacco, al contrario, rende lucidi e precisi nell’interpretazione.

In tale flusso di ricordi, certamente il trono viene assegnato all’indissolubile legame di lavoro e amicizia con il regista romagnolo Federico Fellini. Una fratellanza fatta di discontinuità fuori dal set, ciclicità che cristallizza quell’intimità che non domanda costanza o presenza corporea. La cornice del loro primo incontro è Fregene, l’inizio di un’ilarità nel lavoro che li accompagnerà in tutte le pellicole girate: da La dolce vita a Intervista. Mastroianni ci diletta con il racconto di un Fellini calamitato, finanche posseduto, dalla potenza di un viso. Un cinema edificato sul volto e libero dai classici toni dell’attore. Ogni immagine custodisce un’importanza cardinale all’interno delle sue opere, perfino quella dell’ultima delle sue comparse:

L’abilità per esempio di ricordarsi i nomi di tutti, anche dell’ultima comparsa laggiù in fondo: «Maria? Vai un po’ più a destra!». Capirai, una comparsa che si sente chiamare per nome si getta nel fuoco per il suo regista. E questa era una delle sue stregonerie.

La pellicola del ricordo nell’icona del cinema Marcello Mastroianni, rappresenta una delicata urgenza di raccontarsi. Nella figura della regista che lo accompagna in un viaggio nello scorrere della memoria, l’appoggio si fa manifesto in una battuta di Michel Simon, dichiarazione che spesso Mastroianni tende a far propria: «I grandi attori non si dirigono, si guardano». E da tale affermazione il “M.M. – Autoritratto” di Anna Maria Tatò, diviene nell’ultima frase della pellicola un “Mi ricordo, sì, io mi ricordo”.

  • Intellettuale Dissidente, 21 settembre 2016

 

 

Elegia (naïf) della bellezza

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“Infanzia” by paola rizzi is licensed under CC BY-ND 2.0

Esiste un punto nel tempo in cui la bellezza si consuma in un vorticoso giro di dubbi. Il dogma si fa chimera, l’armonia vive in una ricerca forsennata. La bellezza è presenza impercettibile nell’esplosione gioiosa di un gesto. Nella traiettoria incerta di un gessetto sull’asfalto, nel segno che traccia i confini di un gioco con un nome altisonante: la campana, per esempio. Una tribù di impavidi ragazzini, conferendo potere a un ciottolo, si affronta a colpi di falcate. In un moto unico, il tracciato passa dalla campana al sorriso. La bellezza è presenza impacciata nell’idillico smercio di foglietti: tra le righe il primo assordante “mi piaci”. È l’aura del primo bacio, quello provato e riprovato per giorni su tutta l’accoglienza del dorso di una mano. Un cappotto di imbarazzo in attesa della seconda effusione.

Accade la bellezza nel perpetuo incanto che, sino alla bassa stagione dell’adolescenza, non si fa mai disincanto. È liturgia vissuta nella piena fiducia in nome di un Dio trovato senza alcuna ricerca. È nella voce innocente di tutte le cose: nei racconti sulla guerra di uno zio che fu prigioniero, nella fumante cucina regionale della nonna e in quel sacchetto pieno di cancelleria profumata ottenuta con la prima paghetta. È nelle corse sbrigliate verso ginocchia sbucciate, aggiustate alla rinfusa in attesa di un nuovo inizio. Cicatrici come stampi lenitivi per il sorriso adulto. È nelle prime feste in casa a base di dolci, pizzette e quella confezione di cola prontamente svuotata per il gioco della bottiglia: bacerai tutti, tranne l’oggetto del tuo desiderio. Nel primo abito plissettato preso proprio per l’occasione. Nell’illusione che quel velo di burrocacao, steso sulle giovani labbra, sortirà lo stesso effetto di un rosso Chanel. È in quello schiudere gli occhi davanti al mondo. Nell’occhieggiare maldestro e timido a quel fanciullo, certamente il figlio di James Dean, conosciuto al mare durante una partita a bigliardino. Nel rivederlo il giorno dopo e quello dopo ancora, sino all’agognato bacio, atteso tutta l’estate e accaduto puntualmente l’ultimissimo giorno di vacanza.

Accade la bellezza nel dono del il primo animale domestico, mortificato da un nome improbabile. Appellativo che scorderà quando si perderà nei tuoi occhi. Nell’assistere con meraviglia a quel miracolo che è il parto: la creatura pelosa si moltiplica in tanti altri improbabili nomi che, naturalmente, per la gioia dei genitori, terrai tutti indistintamente. Nel costruire capanne pericolanti dove rifugiarsi, non al riparo da qualcosa, ma in nome di una magia: la prima proprietà privata della vita, custodia esclusiva di uno spazio segreto. È nelle gite scolastiche di una città che non conquista, ma nel ricordo si fa meravigliosa quanto il repertorio musicale cantato a squarciagola sul pullman. È in un prato di campagna occupato dal rudere di un casale dove, furtivamente si accede, attraverso l’esplosione di una fantasia debordante: storie di fantasmi prendono vita nel rudere. È nel primo film al cinema, nella prima scarpetta rialzata di due soli fondamentalissimi centimetri. Nel primo bikini, indossato con tanto di sfoggio di un triangolino completamente vuoto.

Accade la bellezza nello sguardo riservato ai genitori, due supereroi bellissimi e invincibili, giunti sulla terra solo per proteggerti, in quel per sempre così difficile da pronunciare: per sempre! Accade la fede sconsiderata nella bellezza: la presenza che non cerchi, ma ritrovi in tutte le manifestazioni fanciullesche. Nel tempo giunge un punto esatto in cui lei si fa lontana, remota, nascosta. Al suo posto una consapevolezza: il dovere di trattenerla. La fede si fa fioca perché a quel bacio forse non ne seguirà un altro. Perché quel primo animale domestico dovrai scortarlo sul ponte dell’arcobaleno alla fine dei suoi giorni, nella scoperta di un’ineluttabilità che abbraccia tutti indistintamente. Perché quel bikini non è più tanto speciale. Perché quel burrocacao, che si è fatto rossetto scintillante, non muove gli stessi effetti. Perché al posto del rudere, oggi c’è un alveare di cemento. Perché il pullman non passa e non cantiamo più tutti assieme la melodia di quell’elefante che si dondolava sopra il filo di una ragnatela.

E allora sull’incanto di una reviviscenza è cruciale l’improba lotta al disincanto. Disillusione che, in tutta la sua potenza distruttrice, si stanzia nei posti lasciati vuoti dalla bellezza. Lanciare il cuore e lo sguardo sotto, sopra, intorno alla superficie delle cose per ritrovarne lentamente i primi granelli. Il primo chicco in una melodia che risuona in un aggeggio. Un quadratino inserito in un altro nell’abitacolo di un’automobile, risuona melodie sull’asfalto di una strada desolata o sull’umettato di una romantica notte di pioggia. Un granello in una lettera scritta da mesi e infine spedita. Un granello nella voce di un fratello che, davanti all’ennesimo tracollo sentimentale, ridimensiona il tutto con la battuta dell’occasione: “Dai, non importa. Non a tutti può piacere Janis Joplin!”. E in quella battuta c’è il granello più importante: l’ironia salvifica. La formula magica che scaccia via l’ultima lacrima, il sorriso su quell’errare dell’impeto che proprio non riesce a correggersi. Un granello ancora nell’adunanza con le amiche di sempre, a suon di strampalate teorie filosofiche che finiranno tutte nell’oscillazione tra un irremovibile «non lo chiamo più» e un coraggioso «va beh, magari un messaggino…»

Da grandi la bellezza si fa grande e come tale inafferrabile. L’impossibilità di sintetizzarla in un siero salvavita, la difficoltà di rinchiuderla nella scatola dell’infanzia e la vita che accade indipendentemente fuori dai venti incantati, tutto a generare resistenze e scivoloni. La bellezza pone trappole, prove di coraggio e nostalgia della fede che fu. Non più presenza costante nel cielo puerile, ma altalena del tempo in stagioni fluttuanti di incertezza. È nel barcollo confuso di un’esistenza che, tra fulminee cadute e flemmatiche risalite, ogni granello si fa spinta nell’accorpare ancora e, ancora una volta, un piccolo bottino di grazia. È il mancare l’appuntamento nichilista, il tenersi lontano dallo sconforto fatto stile, evitare la via più semplice del nulla che si traveste da tutto.

Accade la bellezza. Si indossa allo scadere di ogni stagione. Nelle pieghe di una gonna scesa sotto le ginocchia, nel rossetto sbafato, nel vento che muove capelli pittati a festa, nelle fossette fatte rughe, nella melodia e nel rumore, accade la bellezza. Accade nella travolgente fede di continuare a credere, nonostante alcun messaggero abbia mai donato l’indicazione più importante: la bellezza è silente.

  • 27 aprile 2016

Il giunco infuocato della Francia – Françoise Sagan

L’immagine by blacque_jacques è sotto licenza 
CC BY-NC-SA 2.0

 

«Avevo mai sentito la mancanza di qualcuno?»

Bonjour tristesse

Un versetto di corti capelli a incorniciare quel volto che coinvolge l’edonismo nell’aura tragica. L’audacia dentro il disincanto, lo stile agile a disegnare l’eleganza della scrittura. L’immagine seducente di una scrittrice troppo spesso legata al rotocalco. Lei è la creatura baciata dalla grazia della parola: Françoise Sagan (Cajarc, 21 giugno 1935 – Honfleur, 24 settembre 2004).

Penna precisa, priva di sbavature, raffinatezza di un inchiostro non disgiunto dalla vita. A soli diciotto anni, la Sagan, con un dono riservato a pochi, scrive un romanzo che, nelle pieghe minimali, si fa profezia di una tristezza certa. L’impossibilità nell’assenza di argini: l’afflizione è vita e l’esistenza vive nell’afflizione. La scrittrice maneggia con leggerezza una materia sulfurea, lo fa nel moto spensierato poiché è nelle trame di uno stato lieto che si cela il male di vivere. L’armonia nella disillusione si impianta in un rito di iniziazione della piccola sfera cinica: il fiore di una mente giovane che germoglia dalla senilità.

“Il giunco infuocato” della Francia crea dalla terza età della conoscenza dentro un carattere imminente di giovinezza. Ed è solo bellezza la schiuma di un edonismo che si disperde tra le onde personali di un romanzo, luogo dove la storia si fissa. Ed è nuovamente bellezza l’emanciparsi dai buoni sentimenti, sovente interpretati e raramente frequentati. E daccapo bellezza scovare, identificare e infine ammettere la nota meschina che suona le corde di ogni essere umano. Strappare quel pentagramma dall’individuo e renderlo sulla pagina come il più lucente dei racconti.

Alcuna scrittrice a innerbare il fuoco del rotocalco, molte donne a rinsanguare la morbosità della fotografia e quella degli schiccherafogli. Il bacio che la scrittura le pone sul dorso della mano, si fa gesto funesto nella presa del whisky e delle sostanze. Quello che sulla pagina è biancore, muta nell’oscurità che la raggiunge in ogni crepa della carne.

Attraverso stille di maestria stilistica, le pagine trafiggono il lettore: dardi che la Sagan porta a colatura del proprio cuore. Persuade nell’arte e nella dimenticanza quanto la creazione stessa sia spietata; il talento ingoia sempre i suoi demiurghi in gironi infernali di sbrancamenti. Dall’altra parte delle suggestioni, non è dato sapere se la letteratura salvi la scrittrice o la conduca direttamente nell’oblio della sua vita. In Bonjour tristesse – romanzo uscito nel marzo del 1954 e che nel 1956 ha già superato il milione di copie vendute – la Sagan nega il carattere autobiografico. Invero, la fattura letteraria appare poco ascrivibile a una diciottenne e, in tale verso di incredulità, risiede tutto il seme della scrittura. L’accuratezza è quella di una creatura sene, un essere che dentro un’infinità di vite contiene l’audacia di descrizioni che giungono nei luoghi più angusti dell’individuo. La sua penna è una fotografia avulsa dalla sgranatura, un bianco e nero dettagliato e nitido. Nella pagina il rendez-vous con un incastro: lo sguardo disincantato di colei che sa delle tare umane alla stessa stregua di chi ha già vissuto molto tempo e detiene il potere della conoscenza. Con la cipria rosa (rosa shocking avrebbe suggerito Carlo Bo), entra nel difetto strutturalmente umano, afferra la macchina di inchiostro e riprende ogni singolo moto dell’anima. I fotogrammi si allineano su un piano sequenza lungo quanto il benvenuto alla tristezza. Lo scritto diviene immagine e l’immagine rimanda dei fermi: volti e creato a sottolineare raccoglimenti.

La cipria di spensieratezza descrive una patina rosata a carpire le sagome marchiate dal godimento. L’esibizione della gioia è tutta dentro l’arte di rimandare l’ineluttabile: l’avvento della tristezza a capitanare le cose dietro il belletto. Il pensiero si allinea precisamente alla pagine e, in tale congiunzione, sgorga la filosofia delle cose.

La risata equivoca, il sesso, l’alcol: vessilli lucenti di solitudine. Isolamento che fuoriesce dal libro e si salda all’esistenza della scrittrice. Bonjour tristesse è la carta profetica di quelle lacune che, da giovani vuoti, si fanno vecchie voragini. La sospensione è nello stordimento carnale e alcolico, orgia di una vita dispersa, mai più ritrovata. E nel destino filmico del libro, voluto dal regista Otto Preminger, si incontra l’accadere di un’altra vita, quella dell’attrice Jean Seberg.

Icona della Nouvelle Vague, l’attrice muore suicida a soli quaranta anni. Nella Seberg il suicidio mostra un atto definitivo. Nella Sagan è la vita ad essere suicidale. Negli eccessi si cela una fine lenta, quella che ogni giorno brandisce un pezzetto di volto, una tessera di cuore e uno scampolo di mente. Due destini nel toccamento della tragedia.

Il mesto incantesimo della Sagan è vita e morte, ma in primo luogo è romanzo: la bellezza nel disincanto.

  • da Anime Inquiete

Magali Noël, donna felliniana. «Signor Principe, Gradisca»

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“Federico Fellini, março de 1955*” by Sesc em São Paulo is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Sinuosa, ancheggiante e rubacuori è la donna felliniana.
Uno stampo rosso femmina sigillato in un appellativo: la Gradisca.
Il 23 giugno 2015 il cinema di Federico Fellini porge l’addio a Magali Noël.
Fanny, la ballerina de La dolce vita, Fortunata, la moglie di Trimalcione nel Fellini Satyricon, raccontano le due figure che anticipano l’arrivo di una femminilità tracotante: la parrucchiera di provincia.
Lei è Ninola, in arte La Gradisca.
Il nomignolo, guadagnato ingenuamente durante un episodio al Grand Hotel di Rimini, a colpi di «Signor Principe, Gradisca», diviene nel film e oltre il cinema, il tratto distintivo di un certo modo di essere donna.
La Gradisca è il sogno carnale e mitologico degli abitanti del borgo. Il ripescaggio di un passato dove l’immagine femminile, seppur festeggiata da una sessualità invadente, non vive ancora l’irruenza de La città delle donne.
La Gradisca è sogno sognante: vagheggia un amore con il divo del cinema. Le sue passeggiate serali, nel rosso del vestito e in quello degli sguardi, portano tutte nella stessa direzione: Gary Cooper.
Il vento interrompe il fluire dei ricordi nel piccolo centro e,  mediante le “manine”, trascina altrove pensieri proibiti e desideri inesaudibili.
La Gradisca è la creatura mitologica delle visioni di un borgo e la donna che si umanizza nel matrimonio con un carabiniere.
Amarcord, espressione dialettale romagnola “a m’arcord”, mi ricordo, disegna la dimora della memoria, un passato dove i desideri infuocati della pubertà, possono tornare a vivere.
Il film è anche un congedo a quel momento che, divenuto luogo, rischia di restare incollato per sempre.
Così come resta saldato al nome di Magali Noël, l’appellativo festoso de La Gradisca.
Entrando di diritto nella galleria dei personaggi femminili di Fellini, l’attrice torna a vivere nei sogni e saluta il borgo del desiderio.
Magalotta per Federico Fellini, Gradisca per sempre.

  • 26 giugno 2015

Franco Califano – Libertà che è libertà

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“Micrófono” by renedelagza is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

Io piango quando casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo

Romano di adozione o libico per caso. Romantico e seduttore. Poeta e saltimbanco. Indossa la malinconia per ardere nella notte e non sciupare quei fatali cinque minuti da aggiungere al racconto della vita. Franco Califano (Tripoli, 14 settembre 1938 – Roma, 30 marzo 2013) è la gentile percezione della mancanza di un’arte pura che si è disciolta nel e con il pubblico, una passeggiata di delicatezza tra i banchi di un mercato rionale. La generosa autenticità di una creatura che si è offerta senza riserve: alle donne, alla musica, alla poesia. Bello e certamente dannato: il cuore nel fascino dentro un eros tracimante. Ogni donna è un’ode, il momento della bellezza, nonché l’occasione per essere maschio e galante. Condannato da una propria personalissima ingenuità dalla fascinazione del vizio e dalla malagiustizia a trovarsi per ben due volte all’interno di un carcere. In ambedue le vicende si vedrà prosciolto per non aver commesso il fatto. Ma è pacifico: un’assoluzione non tuona mai tanto forte come un arresto, per giunta in favor di camera. Per l’uomo, il carcere è sofferenza e riflessione; per l’artista rappresenta la feconda miniera di nuove creazioni. Il vizio, nell’uso mai celato di cocaina, è nelle pieghe di un volto vissuto e attraversato dalla dolce tristezza.

***

      Io piango, quanno casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo perché ce somijamo in modo assurdo, semo due soli al monno. Me perdo in quell’occhi senza nome, che cercano padrone, in quella faccia de malinconia che chiede compagnia…

Tutto nel fregio di una malinconia che aleggia sopra ogni storia. Patina che avvolge Roma, la sua Roma, la città che scorge e restituisce nel gesto nostalgico. Luogo cui attribuisce una personalità, uno stato dello spirito e una veste che oscilla tra il bianco umido e il nero risacca.

Voce e note di mestizia, un’ombra leggiadra che aleggia sulle esistenze di un’umanità che vive tenacemente. Esiste nella carne, nel sentimento, nello sbandamento di un vizio e dentro le parole di un poeta saltimbanco. Un soliloquio dove il pubblico trova la sua tessera di vita e, nel mosaico, rivela la figura di un funambolo in bilico sulle corde dell’esistenza.

***

E tra un verso di grazia e un’estensione popolare si leva l’ultimo canto di un cigno nero: compimento infinito e terreno sul pentagramma degli dèi. Simbolo di una romanità mai sciatta, fuori dalle maniglie lustrate dei salottini distinti. È l’assenza febbrile, colui che manca e piace alla gente che non piace.

Califano è nel cielo della grande madre romana. È l’incontro tra la pennellata gioiosa di Renoir e il chiaroscuro di Schikaneder; letizia e crepuscolo dentro un piccolo vicolo a Trastevere,  tra una notte movimentata e un’alba che timidamente prova ad accadere. A Campo de’ fiori tra il pencolare di enoteche avvinazzate e la vivace tradizione di un mercato storico.

Franco, più di Califano.

  • da Anime Inquiete

Uno sguardo sul Giappone – Akira Kurosawa

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“3 carteles — 3 películas de Akira Kurosawa” by Óscar Vázquez is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

[…]

Lontano sino al periodo Heian è il Giappone di Akira Kurosawa in Rashomon. Un cinema diviso tra la solenne figura del samurai e la precaria immagine dell’Occidente, si muove con garbo nelle profondità dell’individuo. Dietro la forte presenza dell’elemento maschile, espressa soprattutto attraverso la mostra del corpo, annaspano intimità dilaniate. Esiste una marcata contemporaneità nel film, una sorta di disordine pirandelliano che manipola la verità nel sussurro di una dichiarazione: non sussiste una sola versione oggettiva dei fatti, ma diverse rappresentazioni degli stessi. Ogni personaggio è l’assoluto dell’altro, veicola e interpreta un mondo dove il diavolo è mancante poiché fugge dagli uomini.

Il Giappone di Akira Kurosawa, pur nell’ambientazione di un tempo lontano, è metafora di un paese sotto assedio – il film è del 1950, l’occupazione americana cesserà nel 1952 – dove ogni uomo disegna il fardello del caos che porta con sé. L’individuo, privo di compattezza, è in balia di se stesso e perduto nella propria parte: un samurai cade nelle debolezze di un brigante; una donna si muove tra la figura della vittima e quella del carnefice: l’effigie di un cosmo privato delle fondamenta, attraversato da diverse esistenze prive di identità. I frammenti di vita nelle immagini di Daido Moriyama disegnano la polverizzazione della moralità in Akira Kurosawa, due diversi sguardi sul Giappone. Nel tentare la via del proprio personalissimo interesse, ogni personaggio in Rashomon, osserva la propria coscienza andare in frantumi. La pellicola è un’illuminante esegesi del caos: la storia entra nell’individuo e lo scompagina. Un ambientamento remoto, lontano da quello gelido e urbano del fotografo, annichilito dall’assenza della natura. La città è l’egoica civiltà , la foresta di Rashomon è l’amnesia di civiltà.

Distanti per nascita e per figurazione del reale, si incontrano in quel lontano respiro in cui l’individuo, negli scatti dell’uno e nei fotogrammi dell’altro, è solo con i suoi demoni. Un isolamento che trova le sue radici nella precarietà dell’uomo, un disordine profondo nelle sbavature di Moriyama e nelle sovrapposizioni dei ruoli in Kurosawa. Sullo sfondo c’è il Giappone dei samurai, dei briganti, delle donne passionali, dei freddi paesaggi urbani, di un’anziana geisha, dunque di un paese che nell’attraversamento del tempo, osserva un individuo frammentato in uno, nessuno e centomila creature.

  • estratto dell’articolo Due sguardi sul Giappone tra Daido Moriyama e Akira Kurosawa, 31 gennaio 2016

Smarrirsi un un mal de’ fiori, Carmelo Bene e la struggente meraviglia dell’incompiuto

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Nulla si conferma di colui che non fu mai nato. Si sparla di un abortito che non ebbe inizio e non visse fine. L’opera d’arte definitiva, collocata in un altrove inaccessibile: Carmelo Bene. Scrivo di colui che nell’inconsistenza del tempo, si narra come un aborto vivente. Mai nato a Campi Salentina il 1° settembre 1937 e mai morto a Roma il 16 marzo 2002. Carmelo Bene nel movimento perpetuo del suo divenire un capolavoro vivente, non si rende depositario di quella scuola da percorrere in fretta come atto dovuto. Non si fa disciplina e manuale di metodo da studiare in accademie di accademie che furono. Non è allievo, se non di se stesso; non vive l’aspettativa di un’evoluzione catartica dentro la figura del maestro. Il “non nato” lascia al teatro un unico indissolubile patrimonio: Carmelo Bene.

Eredità di impossibile trasmissione che si tramuta solo in un non atto: contemplare la distruzione che rinasce in creazione. Le sue opere teatrali non figurano come la classicheggiante reinterpretazione dei classici. Sono puro atto di deflagrazione.  Pinocchio non è la rilettura dell’opera di Carlo Collodi. Pinocchio è il Pinocchio distrutto e ricreato di Carmelo Bene. Il teatro non è il teatro. Il teatro è una possente inesistenza che muove un presunto spettatore nei meandri dell’imperscrutabile, la stessa che muta in luce nel fragore della phoné. Un suono che nella tenace ricerca di Bene, diviene esplorazione del vuoto. Con la phoné, l’inaccessibile sfonda il muro della distanza e approda al grande ascolto popolare, diversamente inconseguibile. Nel distacco che accade in presenza di alcune opere, lo spazio più fluido è nella contemplazione silente che si avvera nell’attraversamento di un poema, del Poema: “’l mal de’ fiori”.

Il testo che non si fa testo. La parola che masturba il corpo per rendere indicibile tutto il fiotto della vita. La scrittura diviene l’enigma del movimento che scardina ogni vana asserzione. Non è possibile scrivere del poema dell’impossibile. Non si scrive: si invita. Si convoca l’occasione irripetibile di un ascolto, una gamma di sfumature che vanno dalla disarticolazione all’arcaismo, dal francesismo all’allitterazione: una danza circolare dove il frammentato si ricompone scomponendosi. L’esortazione a calarsi totalmente nella voragine dell’immediato.

È un viaggiare sconnesso nell’inadeguato. L’inciampo necessario alla percezione del malessere di trovarsi in un corpo. Porre nuovamente l’ascolto sul pensiero che si dissolve in un’inattuabilità che strozza il lettore in una potenza: l’ascolto di quella scrittura che sedimenta per ore, giorni o in un soffocato per sempre. Quel per sempre che sopravvive nell’assenza che ci abita: “Siamo quel che ci manca. Da per sempre”. Una lettura che è vertigine devastante, distruzione e brama. Smarrirsi in un mal de’ fiori, un verseggiare che ripiega su se stesso. Esporre al mondo lo splendore della parola vibrante, gorgoglio di vita e morte, creazione e abbattimento, tutto e nulla. Un poema della “nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento”. Le cose che nell’assenza si fanno reboanti. L’ouverture nella manchevolezza. La nostalgia di Carmelo Bene non è lo Stimmung, lo stato d’animo o la bile nera della teoria umorale di Ippocrate, la mestizia “beniana” è la fecondazione operosa e scomposta sotto il cielo di Saturno. Il Poema custodisce un’impraticabilità retorica, circoscrive l’amante e l’amato all’interno di uno spazio vuoto, pieno di manchevolezza. Il desiderio si fa macchina e l’ingegno si dissolve nell’irrealizzabilità. È un’ode all’inorganico, una liturgia dell’altrove. Un’accettazione quieta di una consistenza: la mancanza che colma e non si fa mai fardello. Nell’attraversamento del Poema, l’inclinazione più prossima, figura nel sentire in parole: essere intimo all’inorganico e a tutto quello che non è e non sarà mai.

Carmelo Bene ne “’l mal de’ fiori” non delizia dell’esistenza, ma di una speciale mestizia del non esserci. Petali destinati allo sfiorire, vivi nell’istante e deceduti nella discesa ineluttabile nel ventre dell’inorganico. L’organico, assiepato da movimenti inorganici, destituisce il posto in favore di un’assenza che mai fu così fortemente presenza. Tutto sfiorisce. Il Poema ospita il lettore nello stagliarsi di una contemplazione pura come il palcoscenico “beniano”; il non luogo dove lo spettatore viene consegnato all’atto mancato. Alla meraviglia dell’incompiuto!

Questo ch’è tuo non essere mai stata

Questo ch’è tuo non essere mai stata

nommai avvenir

altro dal mal de’ fiori se non sono

che prossimi al fiorir chiama e si muore

idea di te che mi sorride questa

voce la mia non più se la disdice

questo tu sei lavoce che ti chiama

Tu che non sei che non sarai mai stata

il mal de’ fiori presso allo sfiorir

dolora in me nel vano ch’è l’attesa

del non mai più tornare

Te che mi fingo in che non so chiamare

Folle tua la mia voce

sono te che non sei Sono non è

dei morti Non è d’anima

in sogno l’immortale

*Pubblicato il 27 giugno 2016