Smarrirsi un un mal de’ fiori, Carmelo Bene e la struggente meraviglia dell’incompiuto

9788845244476_0_0_626_75

Nulla si conferma di colui che non fu mai nato. Si sparla di un abortito che non ebbe inizio e non visse fine. L’opera d’arte definitiva, collocata in un altrove inaccessibile: Carmelo Bene. Scrivo di colui che nell’inconsistenza del tempo, si narra come un aborto vivente. Mai nato a Campi Salentina il 1° settembre 1937 e mai morto a Roma il 16 marzo 2002. Carmelo Bene nel movimento perpetuo del suo divenire un capolavoro vivente, non si rende depositario di quella scuola da percorrere in fretta come atto dovuto. Non si fa disciplina e manuale di metodo da studiare in accademie di accademie che furono. Non è allievo, se non di se stesso; non vive l’aspettativa di un’evoluzione catartica dentro la figura del maestro. Il “non nato” lascia al teatro un unico indissolubile patrimonio: Carmelo Bene.

Eredità di impossibile trasmissione che si tramuta solo in un non atto: contemplare la distruzione che rinasce in creazione. Le sue opere teatrali non figurano come la classicheggiante reinterpretazione dei classici. Sono puro atto di deflagrazione.  Pinocchio non è la rilettura dell’opera di Carlo Collodi. Pinocchio è il Pinocchio distrutto e ricreato di Carmelo Bene. Il teatro non è il teatro. Il teatro è una possente inesistenza che muove un presunto spettatore nei meandri dell’imperscrutabile, la stessa che muta in luce nel fragore della phoné. Un suono che nella tenace ricerca di Bene, diviene esplorazione del vuoto. Con la phoné, l’inaccessibile sfonda il muro della distanza e approda al grande ascolto popolare, diversamente inconseguibile. Nel distacco che accade in presenza di alcune opere, lo spazio più fluido è nella contemplazione silente che si avvera nell’attraversamento di un poema, del Poema: “’l mal de’ fiori”.

Il testo che non si fa testo. La parola che masturba il corpo per rendere indicibile tutto il fiotto della vita. La scrittura diviene l’enigma del movimento che scardina ogni vana asserzione. Non è possibile scrivere del poema dell’impossibile. Non si scrive: si invita. Si convoca l’occasione irripetibile di un ascolto, una gamma di sfumature che vanno dalla disarticolazione all’arcaismo, dal francesismo all’allitterazione: una danza circolare dove il frammentato si ricompone scomponendosi. L’esortazione a calarsi totalmente nella voragine dell’immediato.

È un viaggiare sconnesso nell’inadeguato. L’inciampo necessario alla percezione del malessere di trovarsi in un corpo. Porre nuovamente l’ascolto sul pensiero che si dissolve in un’inattuabilità che strozza il lettore in una potenza: l’ascolto di quella scrittura che sedimenta per ore, giorni o in un soffocato per sempre. Quel per sempre che sopravvive nell’assenza che ci abita: “Siamo quel che ci manca. Da per sempre”. Una lettura che è vertigine devastante, distruzione e brama. Smarrirsi in un mal de’ fiori, un verseggiare che ripiega su se stesso. Esporre al mondo lo splendore della parola vibrante, gorgoglio di vita e morte, creazione e abbattimento, tutto e nulla. Un poema della “nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento”. Le cose che nell’assenza si fanno reboanti. L’ouverture nella manchevolezza. La nostalgia di Carmelo Bene non è lo Stimmung, lo stato d’animo o la bile nera della teoria umorale di Ippocrate, la mestizia “beniana” è la fecondazione operosa e scomposta sotto il cielo di Saturno. Il Poema custodisce un’impraticabilità retorica, circoscrive l’amante e l’amato all’interno di uno spazio vuoto, pieno di manchevolezza. Il desiderio si fa macchina e l’ingegno si dissolve nell’irrealizzabilità. È un’ode all’inorganico, una liturgia dell’altrove. Un’accettazione quieta di una consistenza: la mancanza che colma e non si fa mai fardello. Nell’attraversamento del Poema, l’inclinazione più prossima, figura nel sentire in parole: essere intimo all’inorganico e a tutto quello che non è e non sarà mai.

Carmelo Bene ne “’l mal de’ fiori” non delizia dell’esistenza, ma di una speciale mestizia del non esserci. Petali destinati allo sfiorire, vivi nell’istante e deceduti nella discesa ineluttabile nel ventre dell’inorganico. L’organico, assiepato da movimenti inorganici, destituisce il posto in favore di un’assenza che mai fu così fortemente presenza. Tutto sfiorisce. Il Poema ospita il lettore nello stagliarsi di una contemplazione pura come il palcoscenico “beniano”; il non luogo dove lo spettatore viene consegnato all’atto mancato. Alla meraviglia dell’incompiuto!

Questo ch’è tuo non essere mai stata

Questo ch’è tuo non essere mai stata

nommai avvenir

altro dal mal de’ fiori se non sono

che prossimi al fiorir chiama e si muore

idea di te che mi sorride questa

voce la mia non più se la disdice

questo tu sei lavoce che ti chiama

Tu che non sei che non sarai mai stata

il mal de’ fiori presso allo sfiorir

dolora in me nel vano ch’è l’attesa

del non mai più tornare

Te che mi fingo in che non so chiamare

Folle tua la mia voce

sono te che non sei Sono non è

dei morti Non è d’anima

in sogno l’immortale

*Pubblicato il 27 giugno 2016

«Charles Baudelaire mancherà ai suoi amici, di cui era la gioia, il consigliere, il servitore devoto e fedele» – Asselineau e Baudelaire

7a6c0230010429.560e900774b5d
“Portrait de Baudelaire” by Elise Morbidelli is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

Charles Asselineau, critico, bibliofilo e novelliere francese, lascia alla letteratura un importante scrigno intiero di  sapere.  Il libro Charles Baudelaire – La vita, l’opera, il genio, a cura di Massimo Carloni per le edizioni Bietti nella la collana diretta da Andrea Scarabelli, descrive una precisa rifinitura del seggio occupato dal sommo ambasciatore dello spleen. Asselineau, dentro un temperamento tutto di ritegno, antepone l’amicizia dei poeti alla propria personalissima inclinazione lirica. Un legame profondo che raggiunge la vetta nell’incontro con il poeta parigino. Fratellanza che vive la croce e la delizia nella giostra di ogni affettività. La biografia, eseguita nel pedinamento di un impeto, scritta il giorno dopo la morte di Baudelaire, svela la vita dietro il genio dello scrittore.

L’appuntamento tra i due si scrive durante il Salon del 1945 al Louvre, rendez-vous che, per la grande vivacità, appare fissato già molto tempo prima del suo accadere. L’allineamento è nel ritrovo di due differenti nature. Asselineau favorisce nell’altro il fluire libero di un seducente abbandono allo stato di oblio. Baudelaire è il custode di tutte le ammalianti tratti dell’artista: sensibile oltremodo alla bellezza, malinconico sino a farsi naufrago della noia e incandescente nell’atto artistico. Il vincolo tra i due si rende indissolubile dal 1851 sino alla morte del poeta, avvenuta a Parigi nel 1867. Con un passo lento e leggero, Asselineau trascina il lettore nel tortuoso principato de I fiori del male. Libera il regno da ogni vana morbosità o vacua frivolezza, ricucendo il tutto intorno alla piena dell’uomo/artista. La vita e l’opera si fanno commistione di uno sguardo sul mondo. Un occhieggiare alla simmetria e alla metafora. Una detonazione visionaria, satura di naufraghi, esiliati, sconfitti e perduti nella vita. Ed è proprio nel cuore pulsante di tali figure che brilla tutta l’umanità di Baudelaire. Luce che ricusa gli accomodanti compromessi umani.

A dispetto e nel sospetto della figura dell’artista come uno sturm und drang dell’esistenza, Baudelaire rappresenta un operoso adepto della forma. Struttura che non toglie nulla all’esuberanza di uno spirito romantico ed emotivo. Una natura rigogliosa, spesso votata al vezzo per lo scandalo e la notorietà, pressoché un eccesso nel mostrarsi come luogo dove poter trovar rifugio. Un paradosso dentro le luci della ribalta che si affievoliscono nel lume intimo e confortevole di una candela.  Quanto eccesso di emotività abita la possibilità di voler sbalordire?  Nella personalità visionaria, propria dell’artista, soggiorna infine un’indipendenza e un’autonomia non estensibile a tutto il mondo creativo. Baudelaire è libero dal mondo della politica e dalla suggestione religiosa. Persegue un’unica fedeltà che è quella verso sé stesso. Nella tesi baudelariana, un pensiero tenace, mantiene l’essere umano lontano dagli acquitrini dei partiti.

Per il fiore del male parigino, la possibilità di poter disporre di un’idea costante, rappresenta il raggiungimento della bellezza. Armonia che concede l’occasione di sottrarsi al pregiudizio, di fuggire dalla chimera dettata da una presunta e comunitaria solidarietà. Il Baudelaire di Asselineau è il poeta che non si rende prigioniero di partito alcuno poiché l’artista nasce, vive e muore nell’arte. Nel ricordo del bibliofilo riemerge, non senza una sfumatura di amarezza, il processo e la condanna intorno alla pubblicazione de I fiori del male. Asselineau si immagina difensore alla maniera di Iperide: nella bellezza del poema trovare l’assoluzione. Mostrare all’accusa la scrittura di un turbamento come nella composizione Benedizione:

Sereno il poeta alza le braccia al Cielo/dove il suo occhio vede un trono splendido/e i vasti lampi del suo spirito lucido/gli celano la vista di popoli furiosi/Benedetto Dio, che doni sofferenza/come divino rimedio alle nostre impurità/e come migliore e più pura essenza/per disporre i forti alle sante voluttà/Lo so che al poeta tu conservi un posto/tra le schiere beate delle legioni sante,/e che l’inviti a quella festa eterna/di Troni, Virtù e Dominazioni .

L’amico avrebbe basato la sua opera di difesa in una lettura di poesie, un atto di purezza dove prende vitalità tutta la pietas per gli scalognati e gli umili. La seconda edizione dei Fiori, mette a tacere le critiche alla prima. Alcuni assalti portano in seno la fase successiva del capovolgimento: tanto più l’attacco è virulento quanto l’opera vessata si fortifica sino a prendere notorietà e fama.

Dal 1864 la Ville Lumière diviene tristemente orfana. Baudelaire in un richiamo di aspettative, si trasferisce a Bruxelles. Gli amici e la città vivono nella speranza di un imminente ritorno. Desiderio che, con il trascorrere del tempo, si farà sempre più remoto. Il passaggio a Parigi è breve e, da Bruxelles, il poeta scrive un’accorata lettera all’amico. Confessa i suoi tormenti fisici con tanto di dettagli medici. Baudelaire, dopo numerosi attacchi apoplettici, torna a Parigi. La parola e la parte destra del suo corpo si ritrovano invalidati da una paralisi. Ma per l’amico sopravvivono una certa lucidità e segni chiarissimi di un’intelligenza non intaccata. A Parigi, lo scrittore si insedia nella casa di cura di Chaillot, circondato quotidianamente dal calore dei suoi amici di sempre. In un primo momento sembra rispondere alle sollecitazioni per poi abbandonarsi definitivamente alla resa di un letto. Gli ultimi mesi di vita sono particolarmente dolorosi, il poeta parigino si sopravvive e continua a esistere solo nel ricordo di ciò che ha perduto.

L’opera di Asselineau è importante poiché mostra l’artista che non lascia ai posteri solo la sua arte, ma un modello importante. L’emblema di un’esistenza che non si piega al compromesso, non corrode le sue convinzioni: il segreto è nella sua integrità. Completezza alimentata da un dono: l’incoraggiamento che regala agli amici, la forza che immette in ognuno di loro. Al suo cospetto, anche il più abbattuto degli uomini, risorge in uno slancio di attività. Non si annoia e non annoia.

Resta scolpita l’immagine del  flâneur e la grande effigie di un uomo con indosso un abito nero con panciotto, il frac a coda di rondine e i pantaloni stretti.

Il ricordo di Asselineau durante il funerale:

Charles Baudelaire non mancherà solo ai suoi ammiratori; mancherà anche ai suoi amici, di cui era la gioia, il consigliere, il servitore devoto e fedele; a questa madre afflitta, esemplare e fiera nel suo dolore, che si consola, con la gloria del figlio, della perdita di una tenerezza devota che non è mai venuta meno. Mancherà ai deboli che incoraggiava, ai disperati che soccorreva, a coloro cui dava l’esempio del lavoro, della costanza e del rispetto di sé. Il suo animo sincero e delicato aveva il pudore delle proprie virtù e, per orrore dell’affettazione e dell’ipocrisia, si proteggeva dietro una riserva ironica che era una forma suprema di dignità. Posso solo compatire chi si è sbagliato sul suo conto.

  • da IlGiornaleOFF, 12 ottobre 2016

Il meraviglioso spavento dell’umanità nella fotografia di Diane Arbus

4416181413_9446db0a61
“Diane Arbus Photography” by thefoxling is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

I fenomeni da baraccone sono nati nel loro trauma

Diane Arbus

In prossimità di un mondo socialmente approvato, si perde un superbo universo di arcane creature. Accadono al di sopra e al di sotto di quella zona solitamente ritenuta ordinaria. Una sorta di fastidievole altrove che incrina la percezione delle certezze all’interno di un rompicapo rozzamente esistenziale. L’immagine di una sensibilità tutta esclusiva, sedotta da un cosmo aristocraticamente eccezionale, esiste in fotografia in un mondo dipinto dalle sfumature del crepuscolo.

Nome di battesimo Diane Nemerov, in Arbus dopo il matrimonio con il fotografo Allan, descrive la prima nella fotografia americana a essere ospitata alla biennale di Venezia nel 1972, esattamente un anno dopo la sua morte.  Figlia di quell’upper class newyorkese concepita in seta e scuole prestigiose, figura nell’arte dell’immagine una personalità di grande carisma. Plausibilmente per reazione a una pruderie del suo mondo infantile vissuto in totale chiusura a determinate istanze esterne, l’attenzione della Arbus si dispone a una rappresentazione inclemente di una mancanza o di un eccesso: nei sobborghi dell’animo umano trova spazio l’obiettivo. L’effigie dello straordinario è l’adamantina fotografia di un dualismo atavico. A fronte di una figlia e di una moglie del tutto dentro la perfezione del ruolo, sopravvive una creatura innamorata degli abissi. E, all’interno dell’oscurità, vive appieno se stessa. I meandri del mondo disegnano la sua più alta espressione. Il suburbio è lo spazio più frequentato della sua anima, la liberazione da un vestimento costrittivo e perbenista.

[…]

Nate da una reflex medio formato, fotografie in bianco e nero, immortalano una umanità raccontata dalla deformità fisica e psichica. Fenomeni da baraccone, giganti, nani, travestiti, sadomasochisti, prostitute e circensi, trovano nelle immagini della fotografa newyorchese, una fiera identità e un’orgogliosa appartenenza. L’atto fotografico, sapiente e delicato, si fa indagatore introspettivo, restituendo scatti intensi, intrisi di un respiro che lascia spesso senza.

[…]

Il fardello irrequieto di un sentire eccessivamente l’imbuto della vita, si fa depressione sino a farsi morte. Nella sua asserzione sui fenomeni da baraccone, si ritrova uno specchio dell’artista alla fine della vita: se i primi nascono nel loro trauma, la Arbus muore nel proprio.

Ti sfida a fissare qualcosa… fino a farti ammettere la tua stessa complicità con qualunque cosa vi sia di spaventoso lì dentro. Solo a quel punto, l’immagine schiude tutte le trappole, svelandosi nella sua ruvida grazia… Siamo naturalmente predisposti a far pressione sulle immagini, nella speranza di conformarle ad aspettative convenzionali… Ma le immagini continuano a rifiutare questi ruoli prestabiliti. È in questo rifiuto che sta il potere duraturo, sia delle immagini che delle persone.

  • da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria

Lou Andreas Salomé: “La bestia bionda” di Nietzsche

2975146773_26fa9abbf4
“Lou-Andreas Salome” by Confetta is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Fosti il sublime che mi ha benedetto.

E diventasti l’abisso che mi ha inghiottito.

(R.M. Rilke, 1910)

Incantevole esemplare di mantide intellettuale, collezionista di noti artisti e filosofi, affastella liason e lambisce conoscenza, brandendo sapere dalle carni maschili. Predatrice culturale, pianta al suo passaggio un campo di cuori malridotti. Un’aristocratica russa con un imperativo indosso: divenire se stessa. Capace di ammaliare qualunque creatura, un Casanova in fine gonnella, abdica a una seduzione specificamente femminile per divenire l’Übermensch nietzschiano, l’oltreuomo. Questo e molto altro è Lou Andreas Salomé (San Pietroburgo 1861 – Gottinga 1937), edace femme fatale che nel sovvertimento di valori e tradizioni, forgia se stessa dentro l’immagine di un’archetipica Artemide di fine Ottocento.

Durante l’adolescenza vive la perdita della fede. Dio, ritratto nella sua fantasia come un nonno generoso ed elargitore di doni, diviene infine solo una invenzione creata dagli esseri umani. L’immagine di un’assenza che Lou tenta di colmare nella figura maschile, accordandole un’aura divina. Conferimento che si annuncia a tempo determinato: la rivelazione ineludibile dell’elemento umano accompagna a una nuova ed ennesima assegnazione. Di creatura presumibilmente divina in creatura umana, i suoi passaggi si fanno fughe. Partenze improvvise e precipitose al cospetto di una proposta di matrimonio, il momento fatale nel quale l’amante si fa lontano. E Salomé è nuovamente all’interno di quell’incedere alla volta di altri esseri, oggetti inconsapevoli di ulteriori mandati. Ogni uomo è la preparazione al successivo. Hendrik Gillot, un pastore olandese che incontra all’età di diciassette anni, descrive la circostanza decisiva per la sua formazione intellettuale. Preparazione che nella gatta narcisista si renderà come il più affilato ingegno di seduzione. Nella donna, la sfera cerebrale, rappresenta l’arma per ammansire l’uomo. Non tenta la strada della parità tra il maschile e il femminile. Non le interessa la questione dell’uguaglianza, quanto la dimostrazione che nella differenza sessuale, il carisma e la virtù, fanno dell’immagine della donna una creatura umana oltre l’uomo.

[…] Gillot prepara l’allestimento della scena successiva: l’incontro con Friedrich Nietzsche e Paul Rée. È la grande mise en scène dell’attesa trinità, la visione onirica della Salomé, portata infine a compimento. L’irretimento sensuale si impianta nei due uomini per mezzo di un sorprendente rinvenimento: la femmina completa.

[…] Nietzsche e Rée, saldati da una granitica amicizia, tra rincorse e moti di gelosia, la chiedono in sposa. La bestia bionda è già lontana, nuovamente in fuga dall’elemento umano. Lou Salomé, che dal filosofo tedesco ha schisato il moto della caducità mentale, è finalmente pronta per indagare la psiche. Si dispone all’appuntamento con Sigmund Freud, lo studio della psicanalisi, l’introspezione e la consapevolezza che l’elemento fondante di ogni relazione risiede nella perdita.

[…] La femme fatale in Lou Andreas Salomé cede fieramente il posto alla femme intellectuelle.

  • da ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Così lontani così vicini

29242875291_7e37d6d6ca_b
“IMG_1988.jpg” by terremotocentroitalia is licensed under CC BY 2.0

Così lontani così vicini

Disse il regista?

Scrisse il cantore?

No. Il grande No che prese tutte le promesse.

Così vicini.

Così lontani.

Tutto chiuso in una profezia: «Non dimenticateci!». Sapevano loro. Sognavamo noi. Dimenticavano gli altri.

Chi ha avuto la sventura di stare sotto il grido di una terra in rivolta, sente. Sente le urla della natura e sente la ciarla dell’essere umano. Chi è finito nel ventre di una terra rabbiosa, vede il colore oltre il nero della morte. Scruta il grande abito bianco. Osserva il piccolo taglio blu. Fatture indossate nel giorno della festa. Senza più la volta a far da sentinella a lutti inchiodati nell’oblio dell’anima morta. Scruto da lontano. Guardo le lacrime farsi cristalli, i cristalli farsi pietre e le pietre resistere al tempo della noncuranza.

Così lontano quel grande orgoglio che non accostò i così vicini.

  • Anche oggi sono le 3.36 e Franco ha comprato un chiodo nuovo.

 

La timidezza è un’altezza

3903982898_a55aefe9f9_b
“micro in concert” by josenieto8 is licensed under CC BY 2.0

Recalcitro come una cavalla in piena doma. Nego l’intervista. L’intervistatore nega il rifiuto. Il rifiuto è il piccolo gesto della grande timidezza. L’intervistatore crede alla livrea di pavone. Decorata? Spaventata, si dice. Smarrita, pure. In favor di camera si spezza il fiato come sulle altezze. La timidezza è un’altezza. Non da scalare. Da abbracciare, forse. Non ho ruote da mostrare. Non ho vanti da vantare. Ho limiti da comprendere. O non comprendere. Ma la coda non so farla. La timidezza è fattura fuori moda. Ci devi essere anche quando non vuoi. Eh, ma non senti l’allettamento? No, mi vergogno (non dico). Penso al balbettare. Alla parola spezzata da una fantastica altezza. Perché immaginaria. Ma tanto fantastica quanto l’altezza e il fiato spezzato. Se non ci sei non sei. Posso esserci anche non essendo in favor? La timidezza è una tavola liturgica posta nel garbo della mia creatura. Reclama credenti in un mondo di oscurità psichedelica. Non essendoci, continuo a essere.

Parole stese al centro del Pantanal

26819446662_1700a971a9_b
“Caratteri di stampa (da @pixabay) ~ 2012” by Ecosin ~ Redazione is licensed under CC PDM 1.0

Non voglio asciugare parole stese al centro del Pantanal

Non sono capace di scrivere un romanzo. Non so dare trama alla trama. Di tramare non mi riesce. Mi suggeriscono di asciugare. Non voglio asciugare parole stese al centro del Pantanal. Non voglio asciugare parole stese al vento del tran tran letteroso. Sì, letteroso. Se le cattedrali accolgono poveri petalosi caduti a terra, perché non prendersi ricchi fogli letterosi ascesi al cielo? Il cielo del grande dettame letterario. E letteroso. Voglio inondare parole di parole. Guardare alluvioni di avverbi trascinare via la corrente dell’asciugamento letteroso. Assistere ad aggettivi in piena, voglio. Vedo l’orpello di parole fatte di pizzo macramé. Chantilly come la crema. Parole cremose di pizzi. Umettate dal merletto chiacchierino.

Potrei scrivere un romanzo su un merletto chiacchierino che incontra un pizzo d’Irlanda. Ma non sono mai stata in Irlanda. E il pizzo diventa merletto taciturno. Tacere pensieri sul grande asciugamento letteroso. Tutti alla rincorsa del grande asciugamento. Suole consumate dal grande asciugamento letteroso. Non letterario. Indico il letteroso con precisione. Perché preciso è il ruolo dell’asciugamento letteroso nella volta letteraria. Secchezza di scuola a prendere giovani mani senza decorazioni. Giovani mani spalmate di brillantina Linetti. Oleare e asciugare. Sbandieratori di siccità. Anoressia della parola nutrita da sonde di regine asciugatrici. Troni letterari a farsi letterosi. Troni letterosi a fabbricar dettami in catena di smontaggio. Asciugati! Se intendi partecipare, asciugati! No, il mio maestro dice di coltivare l’orgoglio di non essere organica. E asciutta. Sono umida e feconda di parole bagnate di brina paratattica. Piogge estive di anacoluti e deittici a bagnare fogli di carne intingola. Sughi, condimenti e brodetti di pesce lemma pescato in alto mare. Lontani dalla riva asciutta. Asciugata alle onde Cavalcanti degli asciugatori. Un cablogramma invia messaggi da cavallucci marini. Un pesce di fattura equina si crede messaggero. Una cavalla di fattura umana si crede scrittrice. Preferisce scrittore. Ma riesce solo a battere gli zoccoli sul foglio creando fori e polvere sul campo preso dal salto agli ostacoli. Ostacolata da se stessa a scrivere di se stessa. Ma se non fai altro? E, dicevo, non sono capace di scrivere un romanzo. Potrei narrare di un cavalluccio marino che si crede un cavallo e tenta il dialogo con il merletto chiacchierino.

La mia penna è sanguinolenta. Il mio inchiostro è un unghia di cheratina in attesa. L’attesa della ferratura. Scrivo alla stato brado. Che mi lascino gli zoccoli inchiostrati di libertà. Espongo tessuti sottostanti al sole asciugante.

  • Pantanal, 13 aprile 2087

L’ufficio del tempo perduto

6220989813_17f8583cbf_b
“” by foto silenziose is licensed under CC BY-ND 2.0

Sento profumo di mele cotte. Il profumo è un classico. Il classico odore della dolcezza. Il sapore di un ‘come stai?’ Lontano l’ultimo ‘come stai?’ Remoto, nientemeno. Niente e meno di niente. Ricordo le puntuali valutazioni quotidiane. Mensili, anche. Annuali, pure. Spigolosa o squamosa come una spigola. Come se non bastassero le squame, anche discinta (senza squame), fai sempre quello che ti pare. Devo riuscire a fare quello che non mi pare. La libertà? È la parola bella. È la bella parola consumata. Il termine più abusato. Il meno frequentato. Lo dissi, la bellezza non si lascia avvicinare. Dicevo? La libertà. La libertà è essere liberi dalla dimostrazione. Che? Se ti sfinisci a dimostrare le azioni fatte, non sei libero. Se fai azioni per dimostrare di averle fatte, non sei libero. Dicevo? Come stai? Ricevo valutazioni fuori tema. Non esiste il tema. Ricevo valutazioni. Penna rossa a respingere il foglio. Bianco come le parole mai scritte. Penna nera a impennare il voto. Nero come la valutazione. Nondimeno non faccio altro che ascoltare. Ascolto vite che non vedo vivere. Ascolto per ore. Le ore di ascolto di vite in una vita diventano anni. Non mi rimborsano gli anni all’ufficio del tempo perduto. Ascolto anni di creature che vogliono – fortemente vogliono –  raccontare, dimostrare e infine valutare. Valutare chi non hanno mai ascoltato. Valutare se il mio orecchio è vuoto e le mie ovaie sono piene.  Eh, ma tu. C’è sempre un ma prima del tu. C’è sempre un eh a far da premessa. La premessa invalida il discorso. C’è sempre un’eccedenza nel racconto ascoltato, nell’orecchio ascoltante e nella parola che ora si decide a dire. C’è sempre la parola eccedente. Cattiva, anche. Sono cattiva. Anni di ascolto da scontare: di chi è la cattiveria? Smetto l’ascolto. Voglio diventare buona. Buona con me stessa. Leggo libri e bugiardini da frequentare. Meglio frequentare i bugiardi. I bugiardini non mentono. Metto la marmellata di fragole sopra le mele cotte. Mi rispondo che si sta bene in una casa profumata: fragranza di mele e fragole.

 

(Scritto al galoppo tra la piana del Rascino e il laghetto di Cornino)

Un viaggio chiamato Sibilla Aleramo

I-Immagine-Sibilla-Aleramo.jpg«Voi siete poeta, e vi faranno soffrire»

Eleonora Duse

Sul maroso degli amanti, a fronte di quelli regolari e cinematografici, emergono monumentali e folli quelli irregolari. Appassionati e lontani, famelici e scissi, consumano voluttuosamente colei che detiene il segreto certo dell’amore: Rina Faccio in arte Sibilla Aleramo (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960).

Scrittrice e poetessa, custodisce nella vita e nel romanzo la ceralacca rosso carminio per sigillare il sentimento; sconfessare ogni vana tecnica di seduzione in favore di una purezza tutta chiusa nella più universale delle dichiarazioni: Ti Amo. Non le interessa insidiare l’animo maschile per condurlo a struggimento. Sibilla è di natura autentica: la magnificazione risiede nella possibilità, quasi sacrale, di palesare il proprio cuore. Solo in tal modo una donna può dirsi vincente. Nel giocare d’astuzia, la vittoria è solo illusoria; delinea il peggiore dei simulacri: l’incapacità di amare.

La poetessa è prodiga, vive l’esistenza appieno, vibrazione incessante di una vita con la mente nel corpo e il corpo nel corpo. E il corpo è cuore. Priva di corazza, si espone alla ferocia delle meschinità poiché detiene la certezza del giorno a seguire, dunque la disfatta della sera prima preannuncia la completezza del giorno dopo.

Sibilla è il suo corpo, membra esplorate in solitudine e restituite alla pagina e all’amante di una notte o del mai per sempre. Nella donna il confine tra il carteggio e il romanzo disegna la compagine artistica. Gli uomini si fanno amanti per poi farsi pagina e infine romanzo. La vita e la scrittura germogliano sul giunco intrecciato della creazione. L’inchiostro sciaborda nell’incontro dell’amante amato. 

Una pletora di scrittori e artisti figura la manta che avvolge Sibilla.

Con il poeta Salvatore Quasimodo vive un legame profondo e tormentato.

***

Pertanto è la scrittura, la stilla dell’inchiostro, a disegnare una cornice evanescente per i due amanti, un supporto silente che in alcuni casi prende a placarli, in altri a esaltarli, tutto dentro la lirica infinita di un amore maledetto. Dannazione che infine sarà più potente della Aleramo. Il 1918 e l’ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze sanciranno la fine di quel viaggio: il cuore nell’amore e il sangue nella malattia (Dino Campana e Sibilla Aleramo).

  • Da il libro ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Fede (di lei, la fede)

3345550490_b0e0b2e449
“” by yes_yesterday is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

L’amore è fede nell’amore senza fede

Non ho una fede al mio anulare sinistro a vidimare la presenza di un amore. Ho dieci fedi nel cuore a manifestare l’assenza di una fede. Di una, una soltanto. Le altre nove sigillate nella poca carne delle mie dieci dita. Di quel nove che non avvenne in chiesa. Di quel dieci che non si consumò nel mio bel Comune. Ho una fede di sangue incisa nel muscolo pulsante. Segreto di un mondo. Rivelazione dell’universo. Primo battito terreno dell’eternità. Ultimo segreto tra due dita svestite di preziosi. Legate dal segreto della grande verità: l’amore è fede nell’amore senza fede.

 

(Non ho fede nel sinonimo ma nel segreto ripetuto).