Confessioni di un cantore a cavallo sul crinale dell’Appennino tosco-emiliano: Giovanni Lindo Ferretti

Piazza – Giovanni Lindo Ferretti” by Comune di Reggio Nell’Emilia is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Da un viaggio dello scorso luglio ne parte un altro, metaforico quanto reale, in compagnia di un ospite di eccezione: Giovanni Lindo Ferretti. È un fosco pomeriggio estivo, assorta dal clima, mi trovo a San Pietroburgo all’interno della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. Come un’ombra, frastornata dal brusio di gruppi turistici, mi aggiro tra le tombe monumentali di marmo bianco tra i resti degli zar Romanov. Una curiosa sensazione di vuoto mi guida direttamente al cospetto e poi all’ascolto di un coro russo. Infine il silenzio, lo stesso che inaspettatamente mi riporta alla mia piccola realtà, tanto angusta da contenere ciononostante schiere di dubbi. La prima riflessione va tutta nel verso di una mancanza, nello specifico di una sorta di imperativo – negli anni fatto sin troppo mio – di “beniana” memoria: “Siamo quel che ci manca. Da per sempre”.

Accade che si trovi quantomeno curioso sistemare l’immagine di Carmelo Bene nel bel mezzo di una fortezza russa, senza neanche esser sfiorati dall’idea di Dostoevskij. Ma è proprio il sentimento della distanza a portarmi nel suolo delle associazioni libere. Distanza come manchevolezza che si fa richiedente, poiché il vuoto spesso recalcitra e si incapriccia su domande e richieste. Si manifesta come una fame che lascia fluire dimensioni incompiute e trascinamenti improvvisi. La volta di San Pietroburgo è ancora torbida e il mio baléno squarcia il cielo nel nome di colui che nella mia prima adolescenza, si rende latore di inquietudine, musica e provocazione. Lo stesso, ora è qui in suolo russo, in rilievo sulla mia tela di dubbi. Nell’irresolutezza torno in Italia e il “cantore a cavallo sul crinale dell’Appennino tosco-emiliano”, nel vezzo di questa mia definizione, resta mestamente insieme alla mia incompletezza. Termina il tempo del viaggio e la forza delle associazioni improvvise perde la sua veemenza. Ma quel nome, che dalla giovinezza mi porto prima a San Pietroburgo e poi tra gli spigoli della mia casa, continua a tornare.

Giovanni Lindo Ferretti, effigie delle mie giovani scorribande, simbolo musicale del grande e unico vero punk rock italiano degli anni ’80, continua a indugiare sul mio capo. Dopo aver seguito, seppur da lontano, la sua opera equestre SAGA, Il canto dei canti, comprendo infine il verso che mi spinge a contattarlo. La preoccupazione e in seguito l’auspicio ricadono sulla modalità di una conversazione, dialogo che abbiamo provato a stabilire e fecondare da una distanza solo spaziale. Studio una serie di domande, sono tante e devo rispettare il limite per non fare di un articolo un libro. All’anelato arrivo delle risposte, tutto prende a muoversi; le mie domande perdono l’aspetto formale e si disperdono nella conversazione. La mia casa si mette a perdere qualche spigolo. Nelle prime parole di Giovanni Lindo Ferretti, si scioglie la prima brina di conoscenza tra Roma e Cerreto Alpi:

Della difficoltà di trasformare un’intervista con domande e risposte scritte in un conversare. La conversazione si modifica, nel farsi, per empatia. Salta avanti, indietro a lato, ha una propria forza oggettiva. Deve essere un piacere. Quando ho letto la lettera, le domande, ho pensato: bene, bello. Sarà interessante. La quotidianità ha rimandato da un giorno all’altro il momento della scrittura, ora è arrivato. Il 30 novembre. Un incontro di lavoro, inimmaginabile due settimane fa, a cui prima controvoglia poi sempre più con interesse e coinvolgimento, mi sono dovuto preparare. Può nascerne una progettualità che modificherebbe l’operare della Fondazione, del teatro barbarico, del nostro vivere quotidiano. Tutta la nostra storia, sei anni di libera Compagnia di uomini, cavalli e montagne non è che un continuo reagire alle difficoltà, all’imprevisto. L’attenzione all’accadere, lo sguardo allertato, sostengono la consapevolezza che la nostra sopravvivenza è a rischio e il rischio va affrontato. Oggi, I° dicembre, comincio a preparare l’intervento che presenterò il 15 a Roma. Non c’è niente da inventare si tratta di fare ordine, sistematizzare e rendere comunicabile, forse condivisibile, un segmento di vita vissuta che inizia su un palcoscenico avanguardista e si ritrova, oltre 30 anni dopo, in una stalla, tra una frana e un viadotto, a custodire e salvaguardare un sapere arcaico, un paesaggio storico e geografico. Un’idea antropologica di civiltà. E, ringrazio il Cielo, non vorrei essere che qui, in questa incerta ora. Ci sono sempre mille cose da fare con un vecchio zio in casa (90 anni compiuti bene) venti cavalli nella stalla e cinque cani, tutto l’indotto lavorativo, economico, culturale e sociale che li sostiene e ci concede una forma austera e primitiva di sopravvivenza. Intorno due piccoli paesi, due comunità con le loro dinamiche, e l’inverno che sta arrivando. Una febbre stagionale è venuta in soccorso, porta un carico di malessere fisiologico che mi impedisce al lavoro e mi concede lunghe ore al caldo, tra la stufa incandescente e una finestra volta al tramonto. Poche giornate praticamente provvidenziali, il leggero svanimento galleggiante, da febbre alta contenuta da farmaci, può aiutarmi nel compito di riordino e composizione. Almeno lo spero.

La prima impressione è certamente di sospensione, di qualcosa che vive origini molto lontane, di lavoro, di vita vera, il tutto scevro da ogni vano ingarbuglio mentale. Groviglio che non mi passa dal pensiero e si distende con un po’ di pudore, nell’affrontare le prime domande. Solo una sottolineatura: dal vuoto sacrale di San Pietroburgo, alla “mancanza” di Carmelo Bene, giungo all’idea e all’uomo Giovanni Lindo Ferretti per il tramite di un’immagine di completezza che rappresenta nella mia mente. Questioni si accorpano insieme per dar filo, luogo ed empatia a questa conversazione.

Quanto la consapevolezza di una mancanza si fa tensione verso la volontà di un possibile completamento o, al contrario quanto effettivamente si cristallizzi nell’accettazione? E nell’accettazione o nella tensione, il suo percorso di vita lo legherebbe più all’immagine di una linea retta o alla figura di un cerchio, associabile a un eterno ritorno: dalle scuole cattoliche sino al rientro nella propria comunità dove si è in parte cresciuti, allontanati e infine riaccolti?

Che io possa rappresentare “un’idea di completezza” mi fa sorridere e mi mette di buon umore. Io sono una parzialità fatta persona che rivendica i propri limiti: montano, italico, cattolico romano. Barbarico, extraurbano. Sono successe molte cose nella mia vita e la memoria seleziona i ricordi funzionali ad un nuovo equilibrio vitale che a volte stenta, vacilla, tra necessità, oblio, e senso dell’accadere. La sua esperienza nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo mi offre il giusto spiraglio. La prima volta che sono entrato in una chiesa ortodossa ero un giovane universitario in viaggio verso la Grecia. In Jugoslavia, oggi Serbia. È stato il buio, il profumo di incenso, sono state le candele a mazzi e la gestualità rituale dei fedeli a segnalarmi una mancanza, subito rimossa, nel mio vivere quotidiano. La stessa sensazione ma amplificata, da stordirmi, dieci anni dopo nell’URSS appena prima del crollo. Un fermento germinale nell’ombra, da catacomba già risalita in superficie e in attesa di spalancare le sue sante porte. Ma sono state le solenni celebrazioni nella riedificata basilica del Cristo Salvatore a Mosca, nella Russia post sovietica, a farmi comprendere oltre ogni ragionevole dubbio che la mancanza del senso del sacro, dell’eterno, come dimensione sociale pubblica, sarebbe risultata nel breve termine un enorme problema sempre più insolubile. Un intero mondo si struttura in funzione della fine della Storia, vanificando la geografia, in un orizzonte di libertà virtuale. Una bolla, fluttuante in tabula rasa, determinata dalla finanza. Auguri.

Nel canto liturgico degli Ortodossi la potenza del Regno dei Cieli, separato ma contiguo all’esperienza quotidiana, si manifesta nel suo splendore. Tremore e timore. Legame. Fuoriesce dalla dimensione più carnale del maschile, impasto di bassi profondi. Viscere su viscere. L’entrata del coro femminile, centellinata con parsimonia, corrisponde all’irruzione del divino: cristallina purezza e alterità. La femminilità è la componente del divino meno considerata eppure è al femminile che è concesso il dono di generare. Bisognerà pur farsene ragione. L’impoverimento dell’esperienza liturgica, che l’Ortodossia comincia ad evidenziare come vera e propria mancanza, denota lo scadere della dimensione religiosa alla sola componente morale. Buoni sentimenti che aspirano alla perfezione in spazio intimo, impalpabile, avulso dal reale in cui il male vive e spesso regna. Ma il male vive anche dentro di noi, intorno a noi, ne siamo impastati. La liturgia lo contiene e lo combatte. È lo spazio del sacro in cui il bene è sovrano e grazie al rito perdona, purifica, rigenera, fortifica. La riduzione della liturgia alla sola parola, nel protestantesimo, e il suo repentino affievolirsi nel mondo cattolico, puntellata qua e là da sacerdoti santi che celebrano in comunione di santità il mistero divino, e da monaci e monache oranti nel servizio divino, da che mi è stata evidente, ha contribuito a mutare poi consolidare, sempre più profondamente, il mio sguardo sul mondo (esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo). Il pensiero politico sociale della mia maturità, piccolo parziale non autosufficiente ma per niente debole, scaturisce anche da questa mancanza ingombrante. (Per quello che ho visto, per quello che ho sentito, per sconcertante necessità).

L’altra “mancanza” da cui, una volta evidenziata, tutto consegue, riguarda me nello specifico e una quota largamente minoritaria dell’umanità. Montanari, allevatori, pastori. Quest’anno ho lavorato con due giovani fotografe ad una ricerca sulla pastorizia, di ieri e di oggi. Mentre preparavamo la mostra ho riordinato pensieri molto pensati in poche frasi semplici e lineari. Valgono una vita. Siamo la prima generazione cresciuta sui banchi di scuola e invecchiata al riparo dalle intemperie. Senza animali, senza greggi, lontano dai pascoli. La maggior parte di noi l’ha vissuta come liberazione, affrancamento da un destino ingrato. Qualcuno, pochi, come quotidiana mancanza. Una servitù senza nome in casa d’altri. Non nell’archetipo, non nel simbolico, che solo a posteriori possono risultare significativi, ma nell’accadere, nel principio di contingenza. Nel mutare economico e sociale e nel farvi fronte. Bimbo arcaico, adolescente inquieto, giovanotto molto moderno inchiodato ad un ruolo prorompente, da un lato e dall’altro una mancanza che solo a posteriori, risolta, risulterà evidente. Non una linea retta, nemmeno la chiusura del cerchio, piuttosto il segmento di una spirale. Nello stesso spazio, lo stesso orizzonte, in un tempo altro e in altro modo.

Pensa che per trovare un equilibrio sia necessario perderlo? O ancora per trovare una dimensione è necessario infrangerla? Ovvero, solo distruggendo qualcosa dentro o fuori di noi (e il fuori è sempre un dentro) si è poi in grado di costruire? Senza un danno non accadono edificazioni? O possono avvenire indipendentemente da un elemento distruttivo? L’uomo deve necessariamente subire una scossa per offrirsi alla realizzazione del sé?

Nello scombussolare di prospettive e posizionamenti propri della giovinezza e di una indole personale accentuata, ho posto un freno all’errare cercando e trovando i cavalli. Stabilirmi nel ritorno, pacificare lo sguardo, la risalita alle terre alte dell’infanzia, è stato un lungo viaggio, a volte snervante. Mai pensato di tornare indietro, mai riuscito ad accelerare i tempi. In fondo alla Mongolia ho avuto la certezza del mio ritorno a casa ma ho dovuto guadagnarmi la libertà del pensiero politico e personale nella Jugoslavia frantumata dalle guerre. Sopra ogni cosa e nel giusto momento ho dovuto dedicare a mia madre gli anni della sua malattia. Esserle insieme figlio e padre. Lasciarci avvolgere e rigenerare dal maternale. Non avevamo potuto permettercelo, a suo tempo, travolti dalla disgrazia. Gettati nel mucchio e arrangiarsi. Una vita a salvare e riannodare fili invisibili. Tra un prima spezzato, non più componibile, e la speranza di un poi sempre più lontano e indefinibile. Finché il poi è arrivato e noi c’eravamo.

Ho comprato una cavallina, giovane e selvatica, poi risultata gravida, con i pochi soldi divisi alla fine dei CCCP. Mentre crollava il Muro di Berlino e l’URSS implodeva scoprivo una gestualità e un sapere di cui non ero consapevole. Genetico. Un gesto fatto a caso mi riportava allo stesso gesto fatto da qualcuno nella mia infanzia. Comparivano di colpo facce e corpi, tonalità e modi di dire, atteggiamenti. (Come fare non fare quando dove perché e ricordando). Da solo, sui monti con i cavalli, ogni giorno cresceva la mia compagnia. I morti sono indispensabili ai vivi. Sono aiuto e conforto. Ora ne sono certo: la democrazia o contempla i morti e i non ancora nati o diventa una dittatura della maggioranza. Le strade della libertà sono strette e disciplinate.

Per Carl Gustav Jung che diversamente da Freud contempla l’anima nei suoi studi, il cavallo, oltre la rappresentazione di un archetipo, figura come l’aspetto intuitivo della natura umana. Per lei cosa rappresenta nella vita e nella “Cerimonia del sé”? Le due cose, la vita e la cerimonia, nell’immagine del cavallo, sono indissolubili?

Su e giù per i crinali, in un paesaggio appena abbandonato dagli uomini e dagli animali domestici. Ancora camminabile e godibile, residuale di colture e cultura. Un prorompente inselvatichire lo faceva vibrare nel profondo punteggiandone la superficie. Vivevo in uno stato di leggera trance. Più contemporaneo ai miei vecchi, e a ritroso fino ai longobardi del millennio precedente, che ai miei estimatori e ai compaesani di oggi. Erano i cavalli, la loro presenza, la loro vicinanza a rendere possibile una vitalità che glorificava il mistero della vita. Niente in tutta l’esperienza di giovane moderno, né nella sua dimensione rivoltosa né in quella accomodante, aveva lo stesso impatto, permetteva tale coinvolgimento. Cinque anni di liceo non valevano l’attesa e la nascita del primo puledro. Quattro anni di università stentavano fronte alla doma dei primi cavalli. Tutta l’esperienza politica giovanile, assemblee e manifestazioni, idee e tensioni, svanivano nei pomeriggi a pascolare animali, allevare pensieri, tra terra e cielo nell’attesa della sera. Lentamente, avanti e indietro tra il contemporaneo e l’eterno finché l’eterno, nella forma del tradizionale, ha cominciato a selezionare, dividere e accorpare, ordinare. Rimediando i danni possibili e ricercando opportunità realistiche. (Tra ciò che abbiamo distrutto e ciò che non ci toccherà).

Il pensiero che aveva sostenuto l’acquisto del primo cavallo era semplice, fiducioso. I pochi ma significativi viaggi nel Maghreb, nel deserto, le città dell’Algeria, del Marocco. L’Europa. Parigi, Amsterdam, Berlino. Poco mondo latino e più mondo slavo. Le canzoni, i concerti, i dischi. Gli incontri. Lo straordinario era perfetto, non avrei saputo né potuto aspirare di meglio o altro. Era l’ordinario ad essere insoddisfacente. Una scansione del quotidiano sempre più insostenibile. Vanificata ogni dimensione naturale della giornata, il ciclo stagionale. Luce/buio, caldo/freddo, e gli intermedi. Inesistente la dimensione comunitaria. La differenza e la compassione. La libertà come dimensione generazionale: stessa età, gusti simili, comportamenti e aspirazioni omologati. In un tempo artificiale, illuminato/ riscaldato/ refrigerato tendente all’asettico anche quando sporco e zozzo. La musica unica pulsione vitale. Il generazionale come disagio sociale. Sì certo, anche bello ma un po’ limitato, limitativo. Doveva pur esserci dell’altro. Avere un cavallo avrebbe potuto scardinare l’artificiosità del mio vivere. Allontanarmi dalla città. Mi avrebbe portato in dono l’alba e obbligato al riposo notturno. Le stagioni, il tepore della stalla d’inverno e i pascoli estivi. Mi stavo perdendo qualcosa forse troppo e i cavalli, l’immagine più potente del mio immaginario arcaico e infantile, potevano essere il giusto tramite per avventurarmi in altro spazio e magari in altro tempo. Sono passati quasi trent’anni, non mi hanno mai deluso. Mi hanno rapito ed offerto uno spazio che se non eterno è storico e geografico. Continuo a pagare in preoccupazioni, fatiche, soldi, il prezzo del riscatto dal contemporaneo ma non vorrei essere che qui, in questa incerta ora.

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In merito al fatto di aver citato Jung, lei pensa che la fede possa convivere con la psicanalisi, o l’una esclude l’altra?

La fede può convivere con tutto ciò che è dell’uomo. Nel caso, più che escludere, vanifica l’insostenibile ed ingloba il restante. Può convivere con tutto ma non in tutti. Ad ognuno il suo. Tutto ha una propria ragion d’essere, trova riscontro nel Creatore, a cui compete il giudizio.

Qual è il primo libro di Papa Benedetto VXI che ha letto e cosa l’ha spinta a continuare nelle sue letture? Cosa ha trovato e conservato di Joseph Ratzinger?

Papa Benedetto XVI è, nella mia vita, un punto saldo. Segna un prima e un poi. Continua ad essere, nei suoi scritti, una scoperta. Copiosa fonte. Immagine rassicurante e consolante. La sua persona, la sua storia ecclesiastica. Un clamoroso inatteso gesto di rinuncia. Ne risulta, credo, un vero e proprio cambio di paradigma nella storia della Chiesa.

Il cattolicesimo ha dato concretezza al suo idealismo?

Il cattolicesimo in cui sono stato allevato ed educato e a cui sono tornato è molto concreto, pratica la devozione, necessita del rito. È la tradizione. Due millenni di storia e cultura. Quanto di più lontano da un idealismo che tendo ad assimilare al protestantesimo e alla modernità.

La donna nel suo libro Reduce è la fotografia di una donna forte. Non nell’accezione contemporanea di indipendenza, ma quasi di femminea virilità. Come vi fosse una lirica della custode del focolare. Mostra in tal senso quasi la distruzione di un cliché dove la donna smette di rappresentare la dolcezza, la fragilità, finanche l’abnegazione, in favore di una creatura bella nella forza.

Sono cresciuto tra donne forti e belle, ho sempre frequentato donne belle e forti. La prima descrizione delle nostre terre e dei nostri avi ce la fornisce lo storico greco Diodoro Siculo, al seguito delle legioni romane, “in queste angustie hanno la partecipazione delle donne abituate al pari degli uomini “. Non so d’altro, se esiste avrà il suo perché, non mi interessa.

I suoi affetti e amici, dal Ferretti dei CCCP a oggi, sono gli stessi? Qualcuno l’ha perso proprio in virtù del suo percorso?

Esistevo anche prima della mia pubblica immagine. Gli amici dell’infanzia, dell’adolescenza, sono passati indenni attraverso l’età del palcoscenico. Qualche amicizia risale a quegli anni. Molti sono i conoscenti, anche buoni conoscenti, tra il prima il durante e il dopo, ma gli amici sono pochi. Molto pochi e preziosi.

Un film, una canzone, un libro, una preghiera.

Giusto un mese fa mettendoci l’impegno necessario ho preparato una lista per Padre Maurizio. Cinque libri, cinque canzoni, cinque film, cinque poesie o brani. Lavoro molto gravoso, il discernere con giudizio. L’ho fatto perché me l’ha chiesto e a Lui obbedisco. Qui mi astengo. Recito il Pater Ave Gloria Requiem, De profundis e Miserere. Canto il Salve Regina e le litanie. Sono le stesse preghiere dei miei vecchi, le ho imparate da bimbo e ritrovate da grande. Di mio ho aggiunto Vieni Santo Spirito e una preghiera della tradizione copta: Re della Pace. Se sono confuso dagli accadimenti ecclesiastici, capita, recito il Credo, la professione di fede. A volte lo recito perché già nel senso/significato sta il piacere della parola, dizione, scansione.

  • da L’intellettuale dissidente, 6 dicembre 2016

Syd Barrett: Dioniso di Cambridge

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“Syd Barrett / The Madcap Laughs” by Sebastian Pozos is licensed under CC BY-ND 4.0

Syd Barrett (Cambridge, 6 gennaio 1946 – Cambridge, 7 luglio 2006), fondatore e primo leader dei Pink Floyd, immagine visionaria della corrente psichedelica, esprime la grandezza dell’artista e il vortice oscuro nel quale precipita. Leggendario in vita, eterno nella morte, perdura a scintillare attraverso la luce del suo diamante.

Dentro l’amore per l’arte nasce e muore la parabola infelice di un’epica leggenda della musica. Un riflesso che trascende quello sguardo profondo alternando malinconia a dispersione. Gli altri si turbano nei suoi occhi, lui si perde dentro se stesso. Una mente eccessivamente onusta per contenere una creatura debordante e priva di sponde: Syd Barrett. Fiabe e miti si avvicendano intorno alla sua figura. E ancora oggi, a un palpito dal decennale della sua morte, qualcuno lo va cercando, qualcun altro lo va imitando, tutto nella mancata accettazione di una storia triste. Il suo spirito disegna quello dionisiaco, del tutto descritto da Nietzsche proprio ne La nascita della tragedia dallo spirito della musica. Dioniso, divinità greca, diviene nel filosofo la forza dionisiaca: ebbrezza, delirio orgiastico e musica, l’elemento antitetico allo spirito apollineo. Nel dionisiaco, Nietzsche assimila la fonte originaria del pessimismo greco non decadente. Viepiù l’autore afferma che nella tragedia, la forza si esterna anche nel “lanciare lo sguardo nell’abisso”. Quel baratro che il diamante pazzo spadroneggia con così tanta veemenza da farne infine una infausta dimora, la voragine che il Dioniso di The Madcap Laughs non riesce a governare. Una complessità oscura si appropria del suo corpo e della sua mente. Impietosa segreta che lo espone a molteplici mutamenti nell’aspetto e nel pensiero.

Con il medesimo furore, l’impulso alla vita di dionisiaca appartenenza, rappresenta in Barrett, l’inchino alla morte. La fragilità del diamante pazzo, come ne La Tragedia, disegna lo spirito che individua e riconosce la fuggevolezza dell’esistenza. E la caducità in Syd, sottolinea il suo erculeo segno  di riconoscimento all’interno di una eccezionale sequela: la fulgente apparizione, la creazione di un forziere musicale straordinario e un allontanamento che non troverà più recupero poiché il primo strappo è quello da se stesso. Una natura artistica lo muove alla pittura, una inclinazione fortemente creativa lo traina nel verso musicale. A quattordici anni riceve in regalo una chitarra dai suoi genitori e, da quel preciso momento, il suo componimento sovrano nell’accadere del vivere si volgerà in tragedia. Pochi anni e lo stesso Barrett è nella decisione del nome del gruppo musicale: Pink Floyd. Appellativo erroneamente considerato sinonimo di Lisergic Acid Diethylamide, ovvero LSD. Al contrario il moto creativo è nei nomi di due bluesmen: Pink Anderson e Floyd Council. Tra pittura e musica, tra fiori e diamanti, si incunea all’interno del gruppo il primo movimento di esondazione della sua imprevedibile creatività.

Aveva addirittura troppo talento, se possibile. E anche uno strano carisma. Ma non c’erano avvisaglie in lui di quello che sarebbe successo in seguito. Era incredibilmente dotato per la pittura e sembrava esservi più interessato. Col senno di poi, era quella che non doveva mollare. Il music business è così pieno di imbroglioni e di sfruttatori che un vero artista è sempre vulnerabile.

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I diversi amplificatori che adopera nelle indagini musicali sono l’avvilente metafora dell’estensione di una pena, una deriva di quel grondante lato oscuro che si dilaterà all’interno dei suoi contorti meandri mentali.

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La vita dell’artista è nelle trame di una tragedia musicale poco incline alla fama e troppo favorevole a sconfinare quel flebile limite tra lucidità e follia.

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Il diamante pazzo è nel ricordo di un giorno di giugno nello Studio 3 di Abbey Road, dove la band che non lo vede da anni, nota un tizio in sala registrazione, in sovrappeso e con il capo rasato: è Syd.

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Barrett è nelle spire di Wish you were here e in quelle di Shine on you crazy diamond. Syd è nel ricordo indelebile di chi lo ha vissuto, nella mestizia di chi lo ha perso molto prima della morte, nella storia della musica e negli annali di una tragedia.

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Roger Keith Barrett è nel caos, incastonato nell’animo di un pittore, in una No man’s land: tutto nel ventre oscuro di un diamante che continua a brillare.

  • Estratto da ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Janis Joplin, il lamento blues di Didone

L’immagine by Winston J.Vargas è concessa in licenza con 
CC BY-NC 2.0

Torrenti di Southern Comfort scorrono nel ventre di un bosco dove una creatura famelica si affaccia alla vita. Corre convulsamente con i lupi, una carica di potenza: un branco inviso all’amore. Asfissiata dalla piccola città, Janis Joplin (Port Arthur, 19 gennaio 1943 – Los Angeles, 4 ottobre 1970) smuove la polvere di puritani focolari edificati sulle fondamenta di una terra intransigente. Un luogo che, nella pratica perpetua del biasimo, le resterà incollato indosso come un improbabile cappotto in un giorno di canicola.

Un temperamento inquieto saldato a una disposizione vorace, affrettano una giovane Janis alla volta di chimeriche oasi californiane dove tutto può accadere. E accade che una donna bianca generi una voce nera alla maniera di quel blues messaggero dell’amore disperato. Melodie lancinanti che, tra l’uso di eroina, pratiche di orge alcoliche e abbuffate sessuali, faranno di Janis Joplin una delle più importanti voci femminili della sua generazione.

Un angelo delle tenebre cala nell’oscurità, volteggia con i diavoli in un sabba che la inghiotte in una sola definitiva azzannata. L’istinto di fuga, generato da un’atavica fame di tenerezza, muta nella perla del Texas in impulso di morte. Quell’ansante cavalcare l’abisso per tramite carnale, rinasce in un vuoto sempre più profondo. Una voragine, impossibile da colmare, racconta l’elemento primordiale dentro una voce che squarcia per intimità e tormento. Il blues che gronda dalle sue corde è fatalmente femmina: felino e fragile.

Cresciuta al suono del compositore e violoncellista Pablo Casals, stretta nella premura di un padre visceralmente pessimista, Janis trascina nella musica il suo mal d’amore, naufragando nella morsa delle sostanze. Ma il suo grido lacerante sopravvive, seppur per pochi lustri, al gorgo degli stupefacenti. Un’avventata urgenza di affetto la consegna a banchetti sessuali che mai si faranno carezza per il cuore. Lo sballo e i viaggi deliranti nella sua testa, rappresentano solo delle momentanee sospensioni: il dolore non depone il suo grido. L’incessante sospetto di non essere creatura meritevole di amore, presenta le trame di una gabbia da lei stessa confezionata.

La potenza di una voce prodigiosa, la sottrae dall’ala incombente della morte sino all’età di ventisette anni. Quella di Janis è disperazione in note.

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Mostrarsi al mondo del tutto nuda, cantare il fardello di un martirio, facendo di ogni canzone il lamento di una Didone impazzita, una prodiga regina alla conquista dell’eroe troiano. Prode che, nell’avvicendamento di numerose figure, ricusa la sovrana texana in nome di incarichi non necessariamente legati a una volontà superiore. Pertanto Janis canta dai campi del pianto volgendo lo sguardo dall’altra parte di quell’Enea agognato per un’intera vita. Il mancare puntualmente l’appuntamento con ill valoroso troiano disegna il movimento autodistruttivo della Didone del blues.

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Se la voce di Tom Waits è ruggine e miele, quella di Janis è bourbon e zenzero. Il whiskey delle radici geografiche e la pianta che volge a Oriente delle sue perline colorate. Conterie che blandiscono piccoli seni e, in barba a un’adolescente tonda, la trattengono nel regno del sex-symbol. Una voluttà che confina con il selvaggio, si immerge nel flusso di uno sguardo lacrimante e scivola in un corpo di vampa ed eros.

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Impulsiva, appassionata e generosa, lascia al perbio dell’autolesionismo le redini di un’esistenza tutta.

Janis Joplin muore nel 1970, in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood. Le sue ceneri vengono disperse sulla costa di Marin County, nell’Oceano che continua a vedere la Didone nei campi del pianto, il posto nell’allegoria mitologica dove si aggirano i morti per la passione d’amore.

«Janis Joplin ha espresso piuttosto bene un aspetto del 1968: la simultaneità di contemplazione e autodistruzione, spingendo il suo gemito fino ai limiti dell’Universo» (The Times)

  • Estratto da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria

 

Franco Califano – Libertà che è libertà

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“Micrófono” by renedelagza is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

Io piango quando casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo

Romano di adozione o libico per caso. Romantico e seduttore. Poeta e saltimbanco. Indossa la malinconia per ardere nella notte e non sciupare quei fatali cinque minuti da aggiungere al racconto della vita. Franco Califano (Tripoli, 14 settembre 1938 – Roma, 30 marzo 2013) è la gentile percezione della mancanza di un’arte pura che si è disciolta nel e con il pubblico, una passeggiata di delicatezza tra i banchi di un mercato rionale. La generosa autenticità di una creatura che si è offerta senza riserve: alle donne, alla musica, alla poesia. Bello e certamente dannato: il cuore nel fascino dentro un eros tracimante. Ogni donna è un’ode, il momento della bellezza, nonché l’occasione per essere maschio e galante. Condannato da una propria personalissima ingenuità dalla fascinazione del vizio e dalla malagiustizia a trovarsi per ben due volte all’interno di un carcere. In ambedue le vicende si vedrà prosciolto per non aver commesso il fatto. Ma è pacifico: un’assoluzione non tuona mai tanto forte come un arresto, per giunta in favor di camera. Per l’uomo, il carcere è sofferenza e riflessione; per l’artista rappresenta la feconda miniera di nuove creazioni. Il vizio, nell’uso mai celato di cocaina, è nelle pieghe di un volto vissuto e attraversato dalla dolce tristezza.

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      Io piango, quanno casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo perché ce somijamo in modo assurdo, semo due soli al monno. Me perdo in quell’occhi senza nome, che cercano padrone, in quella faccia de malinconia che chiede compagnia…

Tutto nel fregio di una malinconia che aleggia sopra ogni storia. Patina che avvolge Roma, la sua Roma, la città che scorge e restituisce nel gesto malinconico. Luogo al quale attribuisce una personalità, uno stato dello spirito e una veste che oscilla tra il bianco umido e il nero risacca.

Voce e note di mestizia, un’ombra leggiadra che aleggia sulle esistenze di un’umanità che vive tenacemente. Esiste nella carne, nel sentimento, nello sbandamento di un vizio e dentro le parole di un poeta saltimbanco. Un soliloquio dove il pubblico trova la sua tessera di vita e, nel mosaico, rivela la figura di un funambolo in bilico sulle corde dell’esistenza.

***

E tra un verso di grazia e un’estensione popolare si leva l’ultimo canto di un cigno nero: compimento infinito e terreno sul pentagramma degli dei. Simbolo di una romanità mai sciatta, fuori dalle maniglie lustrate dei salottini distinti. È l’assenza febbrile, colui che manca e piace alla gente che non piace.

Califano è nel cielo della grande madre romana. È l’incontro tra la pennellata gioiosa di Renoir e il chiaroscuro di Schikaneder; letizia e crepuscolo dentro un piccolo vicolo a Trastevere,  tra una notte movimentata e un’alba che timidamente prova ad accadere. A Campo de’ fiori tra il pencolare di enoteche avvinazzate e la vivace tradizione di un mercato storico.

Franco, più di Califano.

  • da Anime Inquiete

Bruno Lauzi – Ritornerai

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«[…] che la mia malinconia di adolescente si fece canzone» B.L.

È certo che non abbia mai percorso la strada da Megara ad Atene, pertanto è parimenti indubbia la sua assenza dal letto di Procuste. Nulla può, neanche il più fervente degli stiratori: alcun brigante ha mai goduto della possibilità di piegare il suo pensiero.

Bruno Lauzi (Asmara 1937 – Peschiera Borromeo 2006), compositore, cantante/cantautore e poeta, attraversa la musica penetralmente senza mai flettersi davanti all’ingannevole piaggeria di alcuno. Fedele a se stesso, non si inganna per denaro o popolarità. Procura agli altri la sua personalissima poetica e gli altri vengono poi inghiottiti in un altrove dove sovente non viene invitato. Salotti di compiacente consenso vestiti a stoffe di ribellione. Ma Lauzi è il vero ribelle: non presenzia alle feste comandate degli anni ’60/’70, non si fa santone e si concede di rifiutare partecipazioni in luoghi ritenuti di culto. E lo fa in nome di un principio sacro: quello dell’arte. L’artista, quello nell’intimo della creazione, non si fa corteggiare dalla notorietà e non sale sul carro del vincitore poiché prende il bus.

Scrive testi di rara bellezza ma, una sindrome ancor prima del Parkinson, è dietro l’angolo di ogni nota: la sintomatologia dell’artista invendibile. I suoi dischi, anche quando raggiungono la vetta, continuano a vendere poco. Lauzi è dunque l’uomo per pochi. Da vivo e dopo la sua morte, séguita a restare per pochi. Un privilegio: la massa plasma, rende nesciente simbologia, ghermisce un motivo e lo piega all’imminenza del primo bisogno. I pochi indossano il vessillo cucito nell’inchiostro di una penna sofisticata, soffiata da una voce inimitabile. Dentro un verbiloquio viene definito il piccolo uomo della canzone italiana. Se la statura è quella morale, si potrebbe guadagnare un bel titolo che superi in corsa finanche il “grande”.

Suona il banjo Lauzi e lo fa in compagnia di Tenco, quel Luigi che è al suo fianco durante gli anni del ginnasio Andrea Doria a Genova. La città nella quale giunge da piccolo e indossa come l’abito più comodo.

Genova è Luigi, Umberto, Gino e molti altri, ma non la scuola genovese che il poeta non riconosce.

[…]

  • tratto da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria

Gabriella Ferri – Calliope romana

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“Sampietrino” by Roberto_Ventre is licensed under CC BY-SA 2.0

Musa del canto romano, ispiratrice di una sua personalissima Odissea, Gabriella Ferri è la malinconica Calliope “testaccina”.

Romana come il primo dei sampietrini conficcato sul suolo dell’Urbe, inclina, mediante una meravigliosa Dove sta Zazà, la sua voce anche nel verso partenopeo. E fluttuando tra la Campania e il Lazio, si fa grandezza di un patrimonio tutto italiano. La Janis Joplin dei vicoli romani è la nobile custode di un’estensione rocamente poderosa, l’allegoria dell’amica italica dello statunitense Tom Waits. Poiché se di interpretazione popolari si è sempre parlato, è nell’elemento del blues che la Ferri incunea le sue ballate; possibilità di fulgore ed espansione.  In Dove sta Zazà – scritta nel 1944 da Raffaele Cutolo – “il possesso dei diavoli blu” è tutto in quel ciondolare in un inizio lento e disperato, per poi indugiare nel parlato sino ad arrivare alle vette di un grido lacrimante.

Gabriella Ferri è nel blues quanto nello scanzonato, nella teatralità come nell’intimismo, descrive l’unione emblematica del “clown bianco” e “l’augusto”, una fusione esplosiva, dentro il quale il basso e l’alto, volteggiano all’unisono. Il bianco è la grazia di una Remedios o di Sempre, l’augusto narra il rotolarsi con Enrico Montesano nell’interpretazione de A Cammesella  o gli stornelli con Claudio Villa. Un dualismo, peculiare di ogni grande artista che termina troppo spesso in una lacerazione privata. Strappo, tanto prezioso alla sua arte dove il popolare si accomoda nel ricevimento del blues. Meno alla vita, quella vera, fuori dall’occhio di bue, dove la melodia blu diviene solo il colore di una malinconia e di una solitudine priva di chitarra. Dunque silenziosa, violentemente taciturna, mesta eppur esplodente. La musa è quella di una mitologia, una dilatazione fatta disperazione di una gloria, sancita proprio dal respingimento di un Sanremo qualunque, peculiare sorte che negli anni diviene l’abbraccio caloroso nella misura della grandezza.

La Ferri donna è meravigliosamente tutta dentro quei grandi occhi bistrati di nero, lo sguardo malinconico, talmente ripiegato in se stesso da non riuscire a scorgere la manta che è congegno di amore da qui al per sempre. Non nella morbosità di un dettaglio biografico, ancor meno nell’occupazione di una sacralità mortuaria, ma nel rendere omaggio in una piccola ode si fonda  lo scritto. Elegia di una barcarola controcorrente, dentro il testo Vamp di Paolo Conte e nelle corde di una ballata triste in Stornello d’estate.

Voce al sapore di miele e fiele, vigorosa nel canto, fragile al cospetto di una esistenza impietosa. Dentro una bellezza fatta di trame dorate e uno stile unico, si incolla indosso con le oscillazioni vocali nell’immagine  di un eyeliner nero quanto la sua caducità. Patrimonio italiano, popolarmente vertiginosa, amata da un amore insolvente. La musica conserva un obbligo d’amore con Gabriella Ferri.

da IlGiornaleOFF, 24 dicembre 2016

Il canto fiero di un’isola: Andrea Parodi

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A poco più di un decennio dalla morte di Andrea Parodi, un ricordo dell’artista e del suo ultimo concerto.

La sua madrina, MariaCarta, è la dea dell’antico canto sardo, una creatura dalle corde primitive, la cui passione parte da Siligo e arriva in tutto il mondo. Il suo padrino è Fabrizio De André, il cantore ligure, legato nella stessa maniera di Maria Carta, alla valorizzazione del dialetto nella musica. La figura battezzata dal pentagramma dei due artisti è Andrea Parodi. Parodi non è solo la voce del gruppo Sole Nero o de Il Coro degli Angeli e infine dei Tazenda; l’artista ritma la più bella colonna sonora del valoroso popolo sardo.

È il timbro etereo nell’esibizione sapiente di un uomo, l’interprete e cantautore dalle doti straordinarie. È colui che si impuntura indosso il brano Non potho reposare, un’ode all’amore, scritta nel 1915 da Salvatore Sini e in seguito musicata da Giuseppe Rachel. La lirica vive il turbamento di un cielo bellico e, proprio in virtù di questo, il sentimento si fa oltremodo travolgente; A diosa (dallo spagnolo dea) diviene la celebre Non potho reposare, a ripresa del primo verso. In questa storia, tutta sarda, un evento si desta nella memoria.

La storia di Parodi è scritta nella timbrica e nel suo patrimonio musicale. Ma esiste un giorno che resta scolpito nei cuori della gente e rende ogni angolo di questa isola un palco stillante di bellezza. Il 22 settembre del 2006, accade nell’Anfiteatro Romano di Cagliari un evento che valica in grandezza l’eccezionalità di qualsiasi concerto: l’artista e l’uomo si fondono nella struggente melodia di un grido umano che giunge infine al più soave dei sussurri. Andrea Parodi, visibilmente debilitato dalla malattia, la stessa che dopo solo ventidue giorni lo porterà alla fine, si esibisce in una delle più grandi manifestazioni che la storia musicale ricordi.

E non vi è enfatizzazione in tale descrizione, la realtà supera ogni parola che si possa scrivere per narrare questa storia: incommensurabile la partecipazione emotiva e quella artistica. L’uomo e il cantore si donano al pubblico nella pienezza di una generosità che fatica a scomparire nel ricordo, finanche dopo molti anni. Quando la fine è vicina, ogni istante della nostra esistenza è tanto più prezioso e, nella possibilità offerta dal dono, l’artista si consacra all’eternità.

Quel 22 settembre del 2006 descrive il grande tempo della consunzione, epoca di un corpo di cuore votato alla musica per farsi potente lezione di vita.

Andrea Parodi interpreta, tra le altre, Gracias a la vida di Violeta Parra, mediante un garbo che adopera per cantare la sua riconoscenza. Gratitudine a un’esistenza che sta per abbandonarlo, non prima di averlo omaggiato di una voce angelica: la linfa vitale che agevola la comunicazione universale. Seppur nell’afflizione del male, da grande uomo, assolto da vana sicumera, il suo grazie alla vita va nel verso dell’amore: riconoscimento sussurrato al cielo per l’incontro con la moglie. Quella donna che è madre e grande madre, accudendolo amorevolmente alla maniera di un figlio richiedente.

Poiché l’amore è spostamento di forze: dall’uno all’altro e ritorno. Ancora un grazie alla vita, la stessa che Violeta Parra si è tolta dopo aver scritto proprio il brano Gracias a la vida. Esistenza con la quale Parodi, già dentro un’amara consapevolezza, scherza e gioca, stabilendo la sua intenzione di continuare a vivere. E magari avere un altro figlio. La conclusione del concerto è nel canto dei canti della terra sarda, Non potho reposare, eseguita dentro un carme struggente da un’esile figura, dove un virtuoso regista avrebbe colto il fotogramma più bello. Un fermo immagine sullo sguardo tra il cantore e la moglie commossa, figura il commiato nella tristezza, ma al contempo nella bellezza di una lacrima che le tavole di alcun palcoscenico possano mai trattenere.

Andrea Parodi resta il simbolo intenso di una terra fiera e silente, un’isola straordinaria che affida il suo cuore al canto del più grande dei suoi artisti. A coloro che non hanno mai incontrato la testimonianza video di quel concerto, va il più pertinace degli inviti per veder spuntare Parodi dal monte.

  • da IlGiornaleOFF, 10 maggio 2017