Franco Califano – Libertà che è libertà

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“Micrófono” by renedelagza is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

Io piango quando casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo

Romano di adozione o libico per caso. Romantico e seduttore. Poeta e saltimbanco. Indossa la malinconia per ardere nella notte e non sciupare quei fatali cinque minuti da aggiungere al racconto della vita. Franco Califano (Tripoli, 14 settembre 1938 – Roma, 30 marzo 2013) è la gentile percezione della mancanza di un’arte pura che si è disciolta nel e con il pubblico, una passeggiata di delicatezza tra i banchi di un mercato rionale. La generosa autenticità di una creatura che si è offerta senza riserve: alle donne, alla musica, alla poesia. Bello e certamente dannato: il cuore nel fascino dentro un eros tracimante. Ogni donna è un’ode, il momento della bellezza, nonché l’occasione per essere maschio e galante. Condannato da una propria personalissima ingenuità, dalla fascinazione del vizio e dalla malagiustizia a trovarsi per ben due volte all’interno di un carcere. In ambedue le vicende si vedrà prosciolto per non aver commesso il fatto. Ma è pacifico: un’assoluzione non tuona mai tanto forte come un arresto, per giunta in favor di camera. Per l’uomo, il carcere è sofferenza e riflessione; per l’artista rappresenta la feconda miniera di nuove creazioni. Il vizio, nell’uso mai celato di cocaina, è nelle pieghe di un volto vissuto e attraversato dalla dolce tristezza.

***

      Io piango, quanno casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo perché ce somijamo in modo assurdo, semo due soli al monno. Me perdo in quell’occhi senza nome, che cercano padrone, in quella faccia de malinconia che chiede compagnia…

Tutto nel fregio di una malinconia che aleggia sopra ogni storia. Patina che avvolge Roma, la sua Roma, la città che scorge e restituisce nel gesto malinconico. Luogo al quale attribuisce una personalità, uno stato dello spirito e una veste che oscilla tra il bianco e il nero.

Voce e note di mestizia, un’ombra leggiadra che aleggia sulle esistenze di un’umanità che vive tenacemente. Esiste nella carne, nel sentimento, nello sbandamento di un vizio e dentro le parole di un poeta saltimbanco. Un soliloquio dove il pubblico trova la sua tessera di vita e, nel mosaico, rivela la figura di un funambolo in bilico sulle corde dell’esistenza.

***

E tra un verso di grazia e un’estensione popolare si leva l’ultimo canto di un cigno nero: compimento infinito e terreno sul pentagramma degli dei. Simbolo di una romanità mai sciatta, fuori dalle maniglie lustrate dei salottini distinti. È l’assenza febbrile, colui che manca e piace alla gente che non piace.

Califano è nel cielo della grande madre romana. È l’incontro tra la pennellata gioiosa di Renoir e il chiaroscuro di Schikaneder; letizia e crepuscolo dentro un piccolo vicolo a Trastevere,  tra una notte movimentata e un’alba che timidamente prova ad accadere. A Campo de’ fiori tra il pencolare di enoteche avvinazzate e la vivace tradizione di un mercato storico.

Franco, più di Califano.

  • da Anime Inquiete

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