Il giunco infuocato della Francia – Françoise Sagan

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CC BY-NC-SA 2.0

 

«Avevo mai sentito la mancanza di qualcuno?»

Bonjour tristesse

Un versetto di corti capelli a incorniciare quel volto che coinvolge l’edonismo nell’aura tragica. L’audacia dentro il disincanto, lo stile agile a disegnare l’eleganza della scrittura. L’immagine seducente di una scrittrice troppo spesso legata al rotocalco. Lei è la creatura baciata dalla grazia della parola: Françoise Sagan (Cajarc, 21 giugno 1935 – Honfleur, 24 settembre 2004).

Penna precisa, priva di sbavature, raffinatezza di un inchiostro non disgiunto dalla vita. A soli diciotto anni, la Sagan, con un dono riservato a pochi, scrive un romanzo che, nelle pieghe minimali, si fa profezia di una tristezza certa. L’impossibilità nell’assenza di argini: l’afflizione è vita e l’esistenza vive nell’afflizione. La scrittrice maneggia con leggerezza una materia sulfurea, lo fa nel moto spensierato poiché è nelle trame di uno stato lieto che si cela il male di vivere. L’armonia nella disillusione si impianta in un rito di iniziazione della piccola sfera cinica: il fiore di una mente giovane che germoglia dalla senilità.

“Il giunco infuocato” della Francia crea dalla terza età della conoscenza dentro un carattere imminente di giovinezza. Ed è solo bellezza la schiuma di un edonismo che si disperde tra le onde personali di un romanzo, luogo dove la storia si fissa. Ed è nuovamente bellezza l’emanciparsi dai buoni sentimenti, sovente interpretati e raramente frequentati. E daccapo bellezza scovare, identificare e infine ammettere la nota meschina che suona le corde di ogni essere umano. Strappare quel pentagramma dall’individuo e renderlo sulla pagina come il più lucente dei racconti.

Alcuna scrittrice a innerbare il fuoco del rotocalco, molte donne a rinsanguare la morbosità della fotografia e quella degli schiccherafogli. Il bacio che la scrittura le pone sul dorso della mano, si fa gesto funesto nella presa del whisky e delle sostanze. Quello che sulla pagina è biancore, muta nell’oscurità che la raggiunge in ogni crepa della carne.

Attraverso stille di maestria stilistica, le pagine trafiggono il lettore: dardi che la Sagan porta a colatura del proprio cuore. Persuade nell’arte e nella dimenticanza quanto la creazione stessa sia spietata; il talento ingoia sempre i suoi demiurghi in gironi infernali di sbrancamenti. Dall’altra parte delle suggestioni, non è dato sapere se la letteratura salvi la scrittrice o la conduca direttamente nell’oblio della sua vita. In Bonjour tristesse – romanzo uscito nel marzo del 1954 e che nel 1956 ha già superato il milione di copie vendute – la Sagan nega il carattere autobiografico. Invero, la fattura letteraria appare poco ascrivibile a una diciottenne e, in tale verso di incredulità, risiede tutto il seme della scrittura. L’accuratezza è quella di una creatura sene, un essere che dentro un’infinità di vite contiene l’audacia di descrizioni che giungono nei luoghi più angusti dell’individuo. La sua penna è una fotografia avulsa dalla sgranatura, un bianco e nero dettagliato e nitido. Nella pagina il rendez-vous con un incastro: lo sguardo disincantato di colei che sa delle tare umane alla stessa stregua di chi ha già vissuto molto tempo e detiene il potere della conoscenza. Con la cipria rosa (rosa shocking avrebbe suggerito Carlo Bo), entra nel difetto strutturalmente umano, afferra la macchina di inchiostro e riprende ogni singolo moto dell’anima. I fotogrammi si allineano su un piano sequenza lungo quanto il benvenuto alla tristezza. Lo scritto diviene immagine e l’immagine rimanda dei fermi: volti e creato a sottolineare raccoglimenti.

La cipria di spensieratezza descrive una patina rosata a carpire le sagome marchiate dal godimento. L’esibizione della gioia è tutta dentro l’arte di rimandare l’ineluttabile: l’avvento della tristezza a capitanare le cose dietro il belletto. Il pensiero si allinea precisamente alla pagine e, in tale congiunzione, sgorga la filosofia delle cose.

La risata equivoca, il sesso, l’alcol: vessilli lucenti di solitudine. Isolamento che fuoriesce dal libro e si salda all’esistenza della scrittrice. Bonjour tristesse è la carta profetica di quelle lacune che, da giovani vuoti, si fanno vecchie voragini. La sospensione è nello stordimento carnale e alcolico, orgia di una vita dispersa, mai più ritrovata. E nel destino filmico del libro, voluto dal regista Otto Preminger, si incontra l’accadere di un’altra vita, quella dell’attrice Jean Seberg.

Icona della Nouvelle Vague, l’attrice muore suicida a soli quaranta anni. Nella Seberg il suicidio mostra un atto definitivo. Nella Sagan è la vita ad essere suicidale. Negli eccessi si cela una fine lenta, quella che ogni giorno brandisce un pezzetto di volto, una tessera di cuore e uno scampolo di mente. Due destini nel toccamento della tragedia.

Il mesto incantesimo della Sagan è vita e morte, ma in primo luogo è romanzo: la bellezza nel disincanto.

  • da Anime Inquiete

Franco Califano – Libertà che è libertà

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“Micrófono” by renedelagza is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

Io piango quando casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo

Romano di adozione o libico per caso. Romantico e seduttore. Poeta e saltimbanco. Indossa la malinconia per ardere nella notte e non sciupare quei fatali cinque minuti da aggiungere al racconto della vita. Franco Califano (Tripoli, 14 settembre 1938 – Roma, 30 marzo 2013) è la gentile percezione della mancanza di un’arte pura che si è disciolta nel e con il pubblico, una passeggiata di delicatezza tra i banchi di un mercato rionale. La generosa autenticità di una creatura che si è offerta senza riserve: alle donne, alla musica, alla poesia. Bello e certamente dannato: il cuore nel fascino dentro un eros tracimante. Ogni donna è un’ode, il momento della bellezza, nonché l’occasione per essere maschio e galante. Condannato da una propria personalissima ingenuità, dalla fascinazione del vizio e dalla malagiustizia a trovarsi per ben due volte all’interno di un carcere. In ambedue le vicende si vedrà prosciolto per non aver commesso il fatto. Ma è pacifico: un’assoluzione non tuona mai tanto forte come un arresto, per giunta in favor di camera. Per l’uomo, il carcere è sofferenza e riflessione; per l’artista rappresenta la feconda miniera di nuove creazioni. Il vizio, nell’uso mai celato di cocaina, è nelle pieghe di un volto vissuto e attraversato dalla dolce tristezza.

***

      Io piango, quanno casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo perché ce somijamo in modo assurdo, semo due soli al monno. Me perdo in quell’occhi senza nome, che cercano padrone, in quella faccia de malinconia che chiede compagnia…

Tutto nel fregio di una malinconia che aleggia sopra ogni storia. Patina che avvolge Roma, la sua Roma, la città che scorge e restituisce nel gesto malinconico. Luogo al quale attribuisce una personalità, uno stato dello spirito e una veste che oscilla tra il bianco e il nero.

Voce e note di mestizia, un’ombra leggiadra che aleggia sulle esistenze di un’umanità che vive tenacemente. Esiste nella carne, nel sentimento, nello sbandamento di un vizio e dentro le parole di un poeta saltimbanco. Un soliloquio dove il pubblico trova la sua tessera di vita e, nel mosaico, rivela la figura di un funambolo in bilico sulle corde dell’esistenza.

***

E tra un verso di grazia e un’estensione popolare si leva l’ultimo canto di un cigno nero: compimento infinito e terreno sul pentagramma degli dei. Simbolo di una romanità mai sciatta, fuori dalle maniglie lustrate dei salottini distinti. È l’assenza febbrile, colui che manca e piace alla gente che non piace.

Califano è nel cielo della grande madre romana. È l’incontro tra la pennellata gioiosa di Renoir e il chiaroscuro di Schikaneder; letizia e crepuscolo dentro un piccolo vicolo a Trastevere,  tra una notte movimentata e un’alba che timidamente prova ad accadere. A Campo de’ fiori tra il pencolare di enoteche avvinazzate e la vivace tradizione di un mercato storico.

Franco, più di Califano.

  • da Anime Inquiete

Smarrirsi un un mal de’ fiori, Carmelo Bene e la struggente meraviglia dell’incompiuto

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Scrivo da scrivente di chi non potrei scrivere. Nulla si mormora di colui che non fu mai nato. Si sparla di un abortito che non ebbe inizio e non visse fine. L’opera d’arte definitiva, collocata in un altrove inaccessibile: Carmelo Bene. Scrivo di colui che, nell’inconsistenza del tempo, si narra come un aborto vivente. Mai nato a Campi Salentina il 1° settembre 1937 e mai morto a Roma il 16 marzo 2002. Carmelo Bene nel movimento perpetuo del suo divenire un capolavoro vivente, non si rende depositario di quella scuola da percorrere in fretta come atto dovuto. Non si fa disciplina e manuale di metodo da studiare in accademie di accademie che furono. Non è allievo, se non di se stesso; non vive l’aspettativa di un’evoluzione catartica dentro la figura del maestro. Il “non nato” lascia al teatro un unico indissolubile patrimonio: Carmelo Bene.

Eredità di impossibile trasmissione che si tramuta solo in un non atto: contemplare la distruzione che rinasce in creazione. Le sue opere teatrali non figurano come la classicheggiante reinterpretazione dei classici. Sono puro atto di deflagrazione.  Pinocchio non è la rilettura dell’opera di Carlo Collodi. Pinocchio è il Pinocchio distrutto e ricreato di Carmelo Bene. Il teatro non è il teatro. Il teatro è una possente inesistenza che muove un presunto spettatore nei meandri dell’incomprensibilità, la stessa che muta in luce nel fragore della phoné. Un suono che, nella tenace ricerca di Bene, diviene esplorazione del vuoto. Con la phoné, l’inaccessibile sfonda il muro dell’estraneità e approda al grande ascolto popolare, diversamente irraggiungibile. Nel distacco che accade in presenza di alcune opere, lo spazio più fluido è nella contemplazione silente che si avvera nell’attraversamento di un poema, del Poema: “’l mal de’ fiori”.

Il testo che non si fa testo. La parola che masturba il corpo per rendere indicibile tutto il fiotto della vita. La scrittura diviene l’enigma del movimento che scardina ogni vana asserzione. Non è possibile scrivere del poema dell’impossibile. Non si scrive: si invita. Si convoca l’occasione irripetibile di un ascolto, una gamma di sfumature che vanno dalla disarticolazione all’arcaismo, dal francesismo all’allitterazione: una danza circolare dove il frammentato si ricompone scomponendosi. L’esortazione a calarsi totalmente nella voragine dell’immediato.

È un viaggiare sconnesso nell’inadeguato. L’inciampo necessario alla percezione del malessere di trovarsi in un corpo. Porre nuovamente l’ascolto sul pensiero che si dissolve in un’impossibilità che strozza il lettore in una potenza: l’ascolto di quella scrittura che sedimenta per ore, giorni o in un soffocato per sempre. Quel per sempre che sopravvive nell’assenza che ci abita: “Siamo quel che ci manca. Da per sempre”. Una lettura che è vertigine devastante, distruzione e brama. Smarrirsi in un mal de’ fiori, un verseggiare che ripiega su se stesso. Esporre al mondo lo splendore della parola vibrante, gorgoglio di vita e morte, creazione e abbattimento, tutto e nulla. Un poema della “nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento”. Le cose che nell’assenza si fanno reboanti. L’ouverture nella manchevolezza. La nostalgia di Carmelo Bene non è lo Stimmung, lo stato d’animo o la bile nera della teoria umorale di Ippocrate, la mestizia “beniana” è la fecondazione operosa e scomposta sotto il cielo di Saturno. Il Poema custodisce un’inattuabilità retorica, circoscrive l’amante e l’amato all’interno di uno spazio vuoto, pieno di manchevolezza. Il desiderio si fa macchina e l’ingegno si dissolve nell’irrealizzabilità. È un’ode all’inorganico, una liturgia dell’altrove. Un’accettazione quieta di una consistenza: la mancanza che colma e non si fa mai fardello. Nell’attraversamento del Poema, l’inclinazione più prossima, figura nel sentire in parole: essere intimo all’inorganico e a tutto quello che non è e non sarà mai.

Carmelo Bene ne “’l mal de’ fiori” non delizia dell’esistenza, ma di una speciale mestizia del non esserci. Petali destinati allo sfiorire, vivi nell’istante e deceduti nella discesa ineluttabile nel ventre dell’inorganico. L’organico, assiepato da movimenti inorganici, destituisce il posto in favore di un’assenza che mai fu così fortemente presenza. Tutto sfiorisce. Il Poema ospita il lettore nello stagliarsi di una contemplazione pura come il palcoscenico “beniano”; il non luogo dove lo spettatore viene consegnato all’atto mancato. Alla meraviglia dell’incompiuto!

Questo ch’è tuo non essere mai stata

Questo ch’è tuo non essere mai stata

nommai avvenir

altro dal mal de’ fiori se non sono

che prossimi al fiorir chiama e si muore

idea di te che mi sorride questa

voce la mia non più se la disdice

questo tu sei lavoce che ti chiama

Tu che non sei che non sarai mai stata

il mal de’ fiori presso allo sfiorir

dolora in me nel vano ch’è l’attesa

del non mai più tornare

Te che mi fingo in che non so chiamare

Folle tua la mia voce

sono te che non sei Sono non è

dei morti Non è d’anima

in sogno l’immortale

*Pubblicato il 27 giugno 2016

«Charles Baudelaire mancherà ai suoi amici, di cui era la gioia, il consigliere, il servitore devoto e fedele» – Asselineau e Baudelaire

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“Portrait de Baudelaire” by Elise Morbidelli is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

Charles Asselineau, critico, bibliofilo e novelliere francese, lascia alla letteratura un poderoso scrigno di preziosi e curiosità. Il festeggiamento è nel generoso omaggio all’autore de I fiori del male: Charles Baudelaire. Il libro Charles Baudelaire – La vita, l’opera, il genio, a cura di Massimo Carloni per le edizioni Bietti nella la collana diretta da Andrea Scarabelli, descrive una precisa rifinitura del seggio occupato dal sommo ambasciatore dello spleen. Asselineau, dentro un temperamento tutto di ritegno, antepone l’amicizia dei poeti alla propria personalissima inclinazione lirica. Il profondo legame di affiatamento raggiunge la vetta nell’incontro con il poeta parigino. Fratellanza che vive la croce e la delizia nella giostra di ogni affettività. La biografia, eseguita nel pedinamento di un impeto, scritta il giorno dopo la morte di Baudelaire, svela la vita dietro il genio dello scrittore.

L’appuntamento tra i due si scrive durante il Salon del 1945 al Louvre, rendez-vous che, per la grande vivacità, appare fissato già molto tempo prima del suo accadere. L’allineamento è nel ritrovo di due differenti nature. Asselineau favorisce nell’altro il fluire libero di un certo oblio. Baudelaire è il custode di tutte le ammalianti tare dell’artista: sensibile oltremodo alla bellezza, malinconico sino a farsi naufrago della noia e incandescente nell’atto artistico. Il vincolo tra i due si rende indissolubile dal 1851 sino alla morte del poeta, avvenuta a Parigi nel 1867. Con un passo lento e leggero, Asselineau trascina il lettore nel tortuoso principato de I fiori del male. Libera il regno da ogni vana morbosità o vacua frivolezza, ricucendo il tutto intorno alla pienezza dell’uomo/artista. La vita e l’opera si fanno commistione di uno sguardo sul mondo. Un occhieggiare alla simmetria e alla metafora. Una detonazione visionaria, satura di naufraghi, esiliati, sconfitti e perduti nella vita. Ed è proprio nel cuore pulsante di tali figure che brilla tutta l’umanità di Baudelaire. Luce che ricusa gli accomodanti compromessi umani.

A dispetto e nel sospetto della figura dell’artista come uno sturm und rang dell’esistenza, Baudelaire rappresenta un operoso adepto della forma. Struttura che non toglie nulla all’esuberanza di uno spirito romantico ed emotivo. Una natura rigogliosa, spesso votata al vezzo per lo scandalo e la notorietà, pressoché un eccesso nel mostrarsi come luogo dove poter trovar rifugio. Un paradosso dentro le luci della ribalta che si affievoliscono nel lume intimo e confortevole di una candela.  Quanto eccesso di emotività abita la possibilità di voler stupire?!  All’interno della personalità visionaria, propria dell’artista, soggiorna infine un’indipendenza e un’autonomia non estensibile a tutto il mondo creativo. Baudelaire è libero dal mondo della politica e dalla suggestione religiosa. Persegue un’unica fedeltà che è quella verso se stesso. Fede in un Io che nello scrittore si fa traghettatore di libertà mediante il potere conferito al tallonamento di un’idea fissa. Nella tesi baudelariana, un pensiero tenace, mantiene l’essere umano lontano dagli acquitrini dei partiti.

Per il fiore del male parigino, la possibilità di poter disporre di un’idea costante, rappresenta il raggiungimento della bellezza. Armonia che concede l’occasione di sottrarsi al pregiudizio, di fuggire dalla chimera dettata da una presunta e comunitaria solidarietà. Il Baudelaire di Asselineau è il poeta che non si rende prigioniero di partito alcuno poiché l’artista nasce, vive e muore nell’arte. Il mondo muta nel porre l’ascolto al sublime e non in un’ideologia preconfezionata a tavolino per l’individuo di turno. Nel ricordo del bibliofilo riemerge, non senza una sfumatura di amarezza, il processo e la condanna intorno alla pubblicazione de I fiori del male. Asselineau si immagina difensore alla maniera di Iperide: nella bellezza del poema trovare l’assoluzione. Mostrare all’accusa la scrittura di un turbamento come nella composizione Benedizione:

Sereno il poeta alza le braccia al Cielo/dove il suo occhio vede un trono splendido/e i vasti lampi del suo spirito lucido/gli celano la vista di popoli furiosi/Benedetto Dio, che doni sofferenza/come divino rimedio alle nostre impurità/e come migliore e più pura essenza/per disporre i forti alle sante voluttà/Lo so che al poeta tu conservi un posto/tra le schiere beate delle legioni sante,/e che l’inviti a quella festa eterna/di Troni, Virtù e Dominazioni .

L’amico avrebbe basato la sua opera di difesa in una lettura di poesie, un atto di purezza dove prende vitalità tutta la pietas per gli scalognati e gli umili. La seconda edizione dei Fiori, mette a tacere le critiche alla prima. Alcuni assalti portano in seno la fase successiva del capovolgimento: tanto più l’attacco è virulento quanto l’opera vessata si fortifica sino a prendere notorietà e fama.

Dal 1864 la Ville Lumière diviene tristemente orfana. Baudelaire in un richiamo di aspettative, si trasferisce a Bruxelles. Gli amici e la città vivono nella speranza di un imminente ritorno. Desiderio che, con il trascorrere del tempo, si farà sempre più remoto. Il passaggio a Parigi è breve e, da Bruxelles, il poeta scrive un’accorata lettera all’amico. Confessa i suoi tormenti fisici con tanto di dettagli medici. Baudelaire, dopo numerosi attacchi apoplettici, torna a Parigi. La parola e la parte destra del suo corpo si ritrovano annullati in una paralisi. Ma per l’amico sopravvivono una certa lucidità e segni chiarissimi di un’intelligenza non intaccata. A Parigi, lo scrittore si insedia nella casa di cura di Chaillot, circondato quotidianamente dal calore dei suoi amici di sempre. In un primo momento sembra rispondere alle sollecitazioni per poi abbandonarsi definitivamente alla resa di un letto. Gli ultimi mesi di vita sono particolarmente dolorosi, il poeta parigino si sopravvive e continua a esistere solo nel ricordo di ciò che ha perduto.

L’opera di Asselineau è importante poiché mostra l’artista che non lascia ai posteri solo la sua arte, ma un esempio importante. L’emblema di un’esistenza che non si piega al compromesso, non corrode le sue convinzioni: il segreto è nella sua integrità. Completezza alimentata da un dono: l’incoraggiamento che regala agli amici, la forza che immette in ognuno di loro. Al suo cospetto, anche il più abbattuto degli uomini, risorge in uno slancio di attività. Non si annoia e non annoia.

A tutti coloro venuti dopo, resta l’immagine di vederlo vagare tra un fiore e l’effigie di un uomo in abito nero con un lungo panciotto, il frac a coda di rondine e i pantaloni stretti.

Un ricordo sentito durante il funerale nel discorso di Asselineau:

Charles Baudelaire non mancherà solo ai suoi ammiratori; mancherà anche ai suoi amici, di cui era la gioia, il consigliere, il servitore devoto e fedele; a questa madre afflitta, esemplare e fiera nel suo dolore, che si consola, con la gloria del figlio, della perdita di una tenerezza devota che non è mai venuta meno. Mancherà ai deboli che incoraggiava, ai disperati che soccorreva, a coloro cui dava l’esempio del lavoro, della costanza e del rispetto di sé. Il suo animo sincero e delicato aveva il pudore delle proprie virtù e, per orrore dell’affettazione e dell’ipocrisia, si proteggeva dietro una riserva ironica che era una forma suprema di dignità. Posso solo compatire chi si è sbagliato sul suo conto.

  • da IlGiornaleOFF, 12 ottobre 2016

Lou Andreas Salomé: “La bestia bionda” di Nietzsche

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“Lou-Andreas Salome” by Confetta is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Fosti il sublime che mi ha benedetto.

E diventasti l’abisso che mi ha inghiottito.

(R.M. Rilke, 1910)

Incantevole esemplare di mantide intellettuale. Affastella liason per demolire uomini e resuscitarli nelle loro opere. Collezionista seriale di noti artisti e filosofi, lambisce conoscenza, brandendo sapere dalle carni maschili. Predatrice culturale, pianta al suo passaggio un campo di cuori malridotti. Un’aristocratica russa con un imperativo indosso: divenire se stessa. Transita nell’animo maschile alla maniera di un percorso precedentemente tracciato che porti a compimento la sua volontà di realizzazione. Capace di ammaliare qualunque creatura, un Casanova in fine gonnella, abdica a una seduzione specificamente femminile per divenire l’Übermensch nietzschiano, l’oltreuomo. Questo e molto altro è Lou Andreas Salomé (San Pietroburgo 1861 – Gottinga 1937), edace femme fatale che, nel sovvertimento di valori e tradizioni, forgia se stessa dentro l’immagine di un’archetipica Artemide di fine Ottocento.

Durante l’adolescenza vive la perdita della fede. Dio, ritratto nella sua mente come un nonno generoso elargitore di doni, diviene infine solo una invenzione creata dagli esseri umani. L’immagine di un’assenza che Lou tenta di colmare nella figura maschile, accordandole un’aura divina. Conferimento che si annuncia a tempo determinato: la rivelazione ineludibile dell’umanità porta direttamente a una nuova ed ennesima assegnazione. Di creatura presumibilmente divina in creatura umana, i suoi passaggi si fanno fughe. Partenze improvvise e precipitose al cospetto di una proposta di matrimonio, il momento fatale nel quale l’amante si fa lontano. E Salomé è nuovamente all’interno di quell’incedere alla volta di altri esseri, oggetti inconsapevoli di ulteriori mandati. Ogni uomo è la preparazione al successivo. Hendrik Gillot, un pastore olandese che incontra all’età di diciassette anni, descrive la circostanza cruciale per la sua formazione intellettuale. Preparazione che nella gatta narcisista si renderà come il più affilato ingegno di seduzione. Nella donna, la sfera cerebrale rappresenta l’arma per ammansire l’uomo. Non tenta la strada della parità tra il maschile e il femminile. Non le interessa la questione dell’uguaglianza quanto la dimostrazione che, nella differenza sessuale, il carisma e la virtù, fanno dell’immagine della donna una creatura umana oltre l’uomo.

[…] Gillot prepara l’allestimento della scena successiva: l’incontro con Friedrich Nietzsche e Paul Rée. È la grande mise en scène dell’attesa trinità, la visione onirica della Salomé, portata infine a compimento. L’irretimento sensuale si impianta nei due uomini per mezzo di un sorprendente rinvenimento: la femmina completa.

[…] Nietzsche e Rée, saldati da una granitica amicizia, tra rincorse e moti di gelosia, la chiedono in sposa. La bestia bionda è già lontana, nuovamente in fuga dall’elemento umano. Lou Salomé che, dal filosofo tedesco ha schisato il moto della caducità mentale, è finalmente pronta per indagare la psiche. Si dispone all’appuntamento con Sigmund Freud, lo studio della psicanalisi, l’introspezione e la consapevolezza che l’elemento fondante di ogni relazione risiede nella perdita. Lo smarrimento di Dio, rappresentante dell’elemento divino e, la scomparsa del padre, figura del principio umano, descrivono in Lou il verso di tutta l’esistenza.

[…] La femme fatale nella figura di Lou Andreas Salomé, cede fieramente il posto alla femme intellectuelle.

  • da ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Sibilla Aleramo – Ode all’amore

I-Immagine-Sibilla-Aleramo.jpg«Voi siete poeta, e vi faranno soffrire»

Eleonora Duse

Sul maroso degli amanti, a fronte di quelli regolari e cinematografici, emergono monumentali e folli quelli irregolari. Appassionati e lontani, famelici e distaccati, consumano voluttuosamente colei che detiene il segreto certo dell’amore: Rina Faccio in arte Sibilla Aleramo (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960).

Scrittrice e poetessa, custodisce nella vita e nel romanzo il rosso sigillo posto dentro il sentimento: sconfessare ogni vana tecnica di seduzione in favore di una purezza tutta chiusa nella più universale delle dichiarazioni: Ti Amo. Non le interessa insidiare l’animo maschile per condurlo a struggimento. Sibilla è di natura autentica: la gioia risiede nella possibilità, quasi sacrale, di palesare il proprio cuore. Solo in tal modo una donna può dirsi vincente. Nel giocare d’astuzia, la vittoria è solo illusoria; delinea il peggiore dei simulacri: l’incapacità di amare.

La poetessa, o «poeta» come l’appella la Duse, è prodiga, vive l’esistenza compiutamente, dentro un pulsare incessante di mente e corpo. E il corpo è cuore. Priva di armatura, si espone alla ferocia delle umane arene poiché detiene la certezza del giorno a seguire, vale a dire che una disfatta della sera descrive la completezza del giorno dopo.

Sibilla è il suo corpo, membra esplorate in solitudine e restituite alla pagina e all’amante di una notte o del mai per sempre. Nella donna il confine tra il carteggio e il romanzo disegna la compagine artistica. Gli uomini si fanno amanti per poi farsi pagina e infine romanzo. La vita e la scrittura germogliano sul giunco intrecciato della creazione. L’inchiostro sciaborda nell’incontro dell’amante amato. 

Una pletora di scrittori e artisti figurano la manta che avvolge Sibilla.

Con il poeta Salvatore Quasimodo vive un legame profondo e tormentato.

***

Pertanto è la scrittura, la stilla dell’inchiostro, a disegnare una cornice evanescente per i due amanti, un supporto silente che in alcuni casi prende a placarli, in altri a esaltarli, tutto dentro la lirica infinita di un amore maledetto. Dannazione che infine sarà più potente della Aleramo. Il 1918 e l’ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze sanciranno la fine di quel viaggio: il cuore nell’amore e il sangue nella malattia (Dino Campana e Sibilla Aleramo).

  • Da il libro ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

RitrattiDiCinema. “Sarà per te” Francesco Nuti

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Non ricordo esattamente quante volte la mia penna si sia accostata al nome di Francesco Nuti. Al contrario, rammento perfettamente il motivo per il quale abbia sempre capitolato davanti alla volontà di scriverne.

L’emozione puntualmente mi prendeva il corpo e scompaginava tutti i pensieri, mi sentivo incapace di trattare l’argomento con dovuta – soprattutto all’artista – lucidità e chiarezza. Ancora oggi, incomoda in questo mio impegno una pesante tara, la stessa che non mi dona freddezza e mi trascina a scriverne in prima persona. Mi concedo l’inettitudine di non saperlo fare in modo diverso.

Volevo parlare di lui ogni volta che la tivù passava Caruso, Willy o Il Signor Quindicipalle. Presa dalla forza innovatrice di tali regie, un vigore affondava prima nell’inchiostro, poi, già nell’istante successivo, con i lampi del presente innanzi, una sorta di indolente mestizia, prendeva il sopravvento. Mai tale scossa mi giungeva dalle morbose notizie di un telegiornale. Ogni sprone mi giungeva difilato dalla sua arte. Dopo aver letto l’autobiografia Sono un bravo ragazzo, curata dal fratello Giovanni, desideravo ancora fortemente parlarne. Ma insisteva uno stato d’animo che mi rendeva inidonea a farlo. Tante volte ho detto a Michele De Feudis: «Scriverò di Francesco Nuti», tutte le volte che non l’ho fatto sino a oggi. Un oggi che proviene da una notte, una di quelle notti in cui il sonno fatica ad arrivare, il televisore è acceso, ma la sua legge è dettata da una melodia, dapprima colonna sonora di quel buio e infine fuoco e vampa. Da un piccolo congegno parte una struggente melodia, Sarà per te, canzone scritta da Riccardo Mariotto e interpretata da Francesco Nuti nel 1988 al 38° Festival di Sanremo. Tra divagazioni, pensieri e immagini impresse nella mente, soprattutto nel canto che abbraccia l’adolescenza, parte infine un impeto di tenacia: finalmente scriverne, fare dedica di queste parole a colui che nel cinema italiano ha posto una traccia e una firma che non possono e non devono cadere nell’oblio.

Sarà per te Francesco Nuti, per le fossette che tanto descrivono quel volto. Sarà per quello sguardo furbetto, che ancorato nella mia mente, continua ad ammaliare. Sarà per quei riccioli furbetti e piangenti che mi affretto a parlare di cinema, il tuo.

Vorrei cantare di pellicole che ancora oggi sono così fortemente attuali e custodi di un certo modo di piegare la macchina da presa alle proprie emozioni. Il linguaggio cinematografico dei suoi primi film, dietro la macchina vive un momento di refrigerio pur lasciando trapelare toni di fondo fortemente malinconici. Si tratta di un particolare stato d’animo che non giunge nell’immediato durante la visione cinematografica; torna a bussare in un secondo momento, quando la stessa pellicola dal tono lieve e divertente, passa a quello dolcemente amaro nel battito di una ripiegatura: la riflessione. Lo stesso stato d’animo che, dall’apice del successo in poi, non abbandonerà mai il regista. Al contrario si farà un elemento annientatore che lo porterà a scardinare la voragine sviluppata negli anni e foraggiata – non tanto paradossalmente – dalla notorietà. Un basamento di dolce tristezza, all’interno del quale, il regista edifica le storie, diviene il marchio distintivo della sua poetica del cinema. Alcune morbosità, pur nella tonalità ridanciana, figureranno curiose profezie di una vita particolarmente permeabile alla sofferenza. Un’amarezza che dentro quel sorriso beffardo si distenderà come il filo conduttore di Tutta colpa del paradiso, Caruso Pascoski di padre polacco, Willy Signori e vengo da lontano, Donne con le gonne, sino alla disfatta nel botteghino di Caruso, zero in condotta.

La figura della donna è sovente metafora di una passione maniacale o di un amore non corrisposto. I personaggi, ricorrenti nei nomi di alcuni attori, sono spesso creature inconsapevolmente smarrite e stralunate. La musica, che già nella prima nota di Lovelorn Man, per fare un esempio, riporta direttamente ai meravigliosi panorami della Valle d’Aosta e al magico incontro con lo stambecco bianco di Tutta colpa del paradiso. Melodia di un uomo innamorato, malato di amore, cerca la sua anima nel dolore e finisce solitario sulla propria strada.

E infine il biliardo, una sorta di feticcio che si porta indosso dall’infanzia tra Prato e Firenze. Varca e segna il suo cinema alla maniera di un’inquadratura, la più importante di tutte. Tentando un azzardo nel linguaggio, si potrebbe parlare di un “piano-biliardo”.

È il biliardo che mi ha insegnato a fare il cinema, perché nel biliardo ogni colpo è il risultato della scelta di infinite triangolazioni. Fra le triangolazioni del biliardo e le angolazioni dell’inquadratura cinematografica non c’è differenza.
Il regista, come un giocatore di biliardo, si muove intorno alla scena per scoprire dove piazzare il colpo. Guarda la scena dall’alto, dal basso, da lontano, da vicino, ma solo attraverso il coraggio dell’IMPROVVISAZIONE coglierà l’immagine più bella.

Nel provare a raccontare questa storia, forse dimentico di ricordare la potenza del vuoto che, tra un film e l’altro, si fa sempre più incipiente. Voragine che non può essere colmata con un altro vuoto e ancor meno bonificata da un bicchiere. L’alcol, nel frattempo si rende patologia e travolge senza lasciare prigionieri. Il verso è quello della distruzione. Si diventa inaccessibili al soccorso sino al punto di non ritorno: un incidente, un coma, una malattia e infine il silenzio.

Io sono il tema dell’abbandono, l’asprezza dell’abbandono. Ora che ho più di cinquant’anni conosco ancora il dolore dell’abbandono. Non è vero che ho cercato il successo, è vero il contrario. Ho conosciuto l’asprezza di questo mondo dello spettacolo, con una tale voracità che mi ha fatto imparare tutto e presto, anche l’arte del corteggiamento. Non è vero che io ho preso le donne, è vero il contrario. Ho fatto finta per anni di essere un Don Giovanni e sono ancora qui a leccarmi le ferite. È vero: ho avuto tante donne, tante macchine, tanti soldi, ma tutto si è bruciato in un baleno e tutto ciò che mi è rimasto addosso è quella malinconia che qualcuno dice. Mi sorprendo ancora quando mondo su un palcoscenico. Rimango spiazzato, inebetito, di fronte a un pubblico che non conosco, di fronte a un amore che non conosco. Anche il vino che ho bevuto a volte non lo conosco, ne conosco solo il sapore. L’ho bevuto esclusivamente perché dà tono, dà ebbrezza. Non conosco le donne, ecco perché le conquisto, ecco perché le lascio o mi faccio lasciare.
Chi è Francesco? Ho solo una certezza: il padre di Ginevra.

La vita prende il sopravvento sull’arte poiché non custodisce le proprietà lenitive di una pietas che non le appartiene. Ma in tale superamento il regista resta, e si presenta anche la consapevolezza dell’amore più grande, quello per una figlia. Pertanto torna alla memoria, così all’improvviso, la struggente interpretazione di Sarà per te, un’ode vissuta su un palco dieci anni prima della nascita di Ginevra, avuta dal legame con l’attrice Annamaria Malipiero. Sarà per Ginevra, per un amore mancato, per un altro passato o per noi che lo ascoltiamo sotto la volta di una notte solitaria, al riparo da una delusione e nel conforto della sua voce. Poiché se è vero che dal 2006 quella voce non esiste più, è altrettanto vero che le sue canzoni hanno preso a risuonare più forte. Accadono dei silenzi che strepitano, mancanze frastornanti. Per questa volta l’ho spuntata con la commozione perché la nostra storia è la storia dei nostri artisti che mai vanno dimenticati in vita e dopo la morte. Sono la consolazione, il sorriso, la lacrima, la sospensione: la vita della nostra vita.
“Sarà per te”

Le parole in corsivo sono la voce di Francesco Nuti dall’autobiografia a cura di Giovanni Nuti: “Sono un bravo ragazzo” – Andata, caduta e ritorno. Rizzoli Editore, prima edizione: settembre 2011.

  • da Barbadillo, 6 novembre 2016

Gabriella Ferri – Calliope romana

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“Sampietrino” by Roberto_Ventre is licensed under CC BY-SA 2.0

Musa del canto romano, ispiratrice di una sua personalissima Odissea, Gabriella Ferri è la malinconica Calliope “testaccina”.

Romana come il primo dei sampietrini conficcato sul suolo dell’Urbe, inclina, mediante una meravigliosa Dove sta Zazà, la sua voce anche nel verso partenopeo. E fluttuando tra la Campania e il Lazio, si fa grandezza di un patrimonio tutto italiano. La Janis Joplin dei vicoli romani è la nobile custode di un’estensione rocamente poderosa, l’allegoria dell’amica italica dello statunitense Tom Waits. Poiché se di interpretazione popolari si è sempre parlato, è nell’elemento del blues che la Ferri incunea le sue ballate; possibilità di fulgore ed espansione.  In Dove sta Zazà – scritta nel 1944 da Raffaele Cutolo – “il possesso dei diavoli blu” è tutto in quel ciondolare in un inizio lento e disperato, per poi indugiare nel parlato sino ad arrivare alle vette di un grido lacrimante.

Gabriella Ferri è nel blues quanto nello scanzonato, nella teatralità come nell’intimismo, descrive l’unione emblematica del “clown bianco” e “l’augusto”, una fusione esplosiva, dentro il quale il basso e l’alto, volteggiano all’unisono. Il bianco è la grazia di una Remedios o di Sempre, l’augusto narra il rotolarsi con Enrico Montesano nell’interpretazione de A Cammesella  o gli stornelli con Claudio Villa. Un dualismo, peculiare di ogni grande artista che termina troppo spesso in una lacerazione privata. Strappo, tanto prezioso alla sua arte dove il popolare si accomoda nel ricevimento del blues. Meno alla vita, quella vera, fuori dall’occhio di bue, dove la melodia blu diviene solo il colore di una malinconia e di una solitudine priva di chitarra. Dunque silenziosa, violentemente taciturna, mesta eppur esplodente. La musa è quella di una mitologia, una dilatazione fatta disperazione di una gloria, sancita proprio dal respingimento di un Sanremo qualunque, peculiare sorte che negli anni diviene l’abbraccio caloroso nella misura della grandezza.

La Ferri donna è meravigliosamente tutta dentro quei grandi occhi bistrati di nero, lo sguardo malinconico, talmente ripiegato in se stesso da non riuscire a scorgere la manta che è congegno di amore da qui al per sempre. Non nella morbosità di un dettaglio biografico, ancor meno nell’occupazione di una sacralità mortuaria, ma nel rendere omaggio in una piccola ode si fonda  lo scritto. Elegia di una barcarola controcorrente, dentro il testo Vamp di Paolo Conte e nelle corde di una ballata triste in Stornello d’estate.

Voce al sapore di miele e fiele, vigorosa nel canto, fragile al cospetto di una esistenza impietosa. Dentro una bellezza fatta di trame dorate e uno stile unico, si incolla indosso con le oscillazioni vocali nell’immagine  di un eyeliner nero quanto la sua caducità. Patrimonio italiano, popolarmente vertiginosa, amata da un amore insolvente. La musica conserva un obbligo d’amore con Gabriella Ferri.

da IlGiornaleOFF, 24 dicembre 2016

Gustavo Adolfo Rol – Nella storia di Torino

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Il principio assoluto e definitivo:

il destino ha finalmente incontrato la vita.

(G.A. Rol)

Il nome e la vita di Gustavo Adolfo Rol (Torino, 20 giugno 1903 – Torino, 22 settembre 1994) non possono in alcun modo essere disgiunti dalla città natale. Nessun paravento, anche in virtù delle origini mitologiche di Torino: Rol è dentro il racconto favoloso sino a farsi lui stesso narrazione leggendaria.

L’alba della città risplende nel sole dell’Egitto ed è legata alla grande dea madre Iside. Proprio in un reperimento si recupera l’informazione, un lambello a richiamare il motivo votivo consacrato a Iside. Il culto della dea, in una Torino prima di Cristo era particolarmente corrente. Iside è legata alla magia e a quel che si tramanda sulla sua figura: «Dove tu guardi pietosa l’uomo morto ritorna in vita, il malato è guarito». Gustavo Adolfo Rol è dunque del tutto in connessione con Torino, città, oltre la mitologia stessa, contraddistinta da storie e misteri sovente confinanti con la magia. Il fatto di aver soggiornato in posti diversi quali Marsiglia, Parigi, Edimburgo, consente a Rol di avvertire Torino come uno stato dello spirito, una condizione integrante la sua persona.

Ci si appella a una frase presumibilmente appartenuta al commediografo greco Aristofane, quella che vede la patria il posto dove si prospera, per disegnare il legame tra l’uomo e la città. Ed è proprio nel capoluogo piemontese che il dott. Rol vigoreggia, contribuendo alla stessa maniera della dea Iside, a porre alcune guarigioni particolarmente misteriose. Non si considera un veggente, un sensitivo, un indovino e ancor meno un parapsicologo. L’essere tacciato di magia rappresenta un’onta. Rol è un uomo di cultura, consegue tre lauree, studia con impegno, si dedica all’antiquariato e soprattutto dipinge. Alcuna cornice può delineare i contorni della sua immagine. Mediante l’uso delle mani, esercita la facoltà di guarigione. Capacità che descrive la spinta lavica verso il prossimo. Non si sostituisce ai medici, più semplicemente si fa sostegno e supporto per la medicina. Non domanda compensi, è cattolico, credente e praticante. L’unico mago che riconosce è Dio:

Dio è inconsumabile, ed essendo Dio in noi, la vita fisica non si spegne. Io credo nella Resurrezione, nella continuità degli affetti e nella necessità di una temporanea morte, la quale non è altro che un cambiamento.

Appare certamente curioso pensare a un uomo, da molti considerato vicino all’esoterismo, come una creatura devota e fedele alla preghiera cristiana. Di fatto Rol descrive il fuoco di uno spirito libero, si infoschisce nello spazio della magia, ma si offre a molteplici episodi, che in qualche modo la evocano. Considerato, nonostante la sua espressa ritrosia, il più grande sensitivo del XX sec., Rol forma il suo pensiero sullo spirito intelligente. In tale teorizzazione non si ravvisa alcuno scontro con la fede. Secondo l’insegnamento dello spirito intelligente, l’essere umano è circondato dagli oggetti e ognuno di questi è capace di farsi portatore di una determinata mansione. Tale compito perpetua anche dopo la fine dell’oggetto. Pertanto detta concezione nasce in virtù del fatto che proprio l’individuo prende parte alla fabbricazione dell’oggetto. In simile catena, la cosa è entrata, anche solo per sfioramento, in adiacenza con altre cose. Il risultato della vicinanza o del toccamento è la nascita di un legame, che non tramonta, ma passa di oggetto in oggetto. Per Rol è certo che esiste uno spirito intelligente delle cose e in logica, tale procedimento avviene anche nell’animale e nell’uomo. L’individuo possiede lo spirito intelligente, un carattere che conosce il passato, il presente e il futuro, mediante l’adiacenza o lo sfioramento della cosa. In tal modo lo spirito dell’uomo resta sulla terra anche dopo la sua morte.

Rol precede qualsiasi obiezione in un distinguo: lo spirito è indipendente dall’anima, sono due cose completamente differenti. L’anima infatti non cessa, è immortale e oltremodo, dopo la fine si ricongiunge con Dio. È proprio in questo innesto inconsueto tra fede e sperimentazione che risiede l’eccezionalità di Rol. È una creatura concitata nella conoscenza, un temperamento cadenzato dall’arte: la musica con il violino e il pianoforte, la poesia e infine la pittura. Ed è proprio dentro la figura del pittore che ama riconoscersi. Una considerevole sensibilità lo avvicina alle persone, per il tramite di esperimenti che il dottore definisce di coscienza sublime, ovvero la consapevolezza di possedere una sagace intuizione in merito alla natura degli uomini e infine del loro personalissimo destino.

A volte deriso, altre venerato, appare plausibile indagare una zona franca nel particolare non trascurabile di aver agito senza finalità economiche.

Gustavo Adolfo Rol è nelle pieghe della sua Torino e nei ricordi dei numerosi personaggi illustri dell’arte e della società. È nelle parole del regista Federico Fellini che è possibile rinvenire la memoria di un individuo carismatico e calamitante. La stima tra lo “spirito intelligente” piemontese e il cineasta romagnolo è, come spesso accade, simmetrica e reciproca. L’uno vede nell’altro l’espressione di una personalità illuminata da una grazia superiore. Nei ricordi di Fellini si rintracciano episodi che tendono a confondersi con la propria debordante fantasia.

Uno dei tanti è nella genesi del film Giulietta degli spiriti, qui nelle parole di Fellini:

“Il sette di fiori. Rol stava dimostrando un trucco con le carte. Dovevo prendere una carta a caso dal mazzo e così mostrai il sette di fiori. Con la sua abituale solennità, Rol mi disse di tenerla sul mio petto senza guardarla. Poi mi chiese: “In quale carta la devo trasformare?” Quindi presi un’altra carta a caso. “Nel dieci di cuori” risposi. Ma mi mise in guardia: “Ricorda, Federico. Non guardare mai il sette di fiori.” Avevo la carta appoggiata al mio petto e Rol cominciò a conferire con la mia mano e il sette di fiori, con lo sguardo fisso e penetrante. Sfortunatamente, fui colto dall’irresistibile urgenza di guardare la carta. Non ho mai dimenticato ciò che vidi: una spaventosa e grigiastra massa putrefatta, una pappa di porridge rivoltante in cui i contorni del sette di fiori si dissolvevano, lasciando una ragnatela di vene sanguinolente. In quell’istante era come se qualcuno mi avesse afferrato gli intestini e li avesse strappati violentemente. Prima di svenire, comunque, ebbi la soddisfazione di tenere in mano il dieci di cuori. Riporto i fatti come li ho vissuti. Sono curioso. Mi interesso a tutto e credo in tutto.”

E nelle memorie di Rol piovono ricordi del regista:

“Tu, solamente tu sei immenso, caro Federico, ed ogni istante trascorso con te è qualcosa che si rivela, illumina l’intelletto e conforta il sentimento. In ogni cosa che dici, nei tuoi gesti, sul tuo stesso volto, affiora tutto ciò che la tua mente ha creato e si accinge a farlo. Ho sempre creduto che le tue opere sono una impellente necessità che il tuo spirito ha di esprimersi come un generoso dovere verso l’umanità che spera.”

Senza voler entrare nel merito delle sperimentazioni, ma esclusivamente nell’istantanea di un personaggio che entra di diritto nella galleria di coloro che vissero sopra o sotto ogni tentativo di inventariato, resta il fascino di un uomo che si impianta in completezza nella storia.

Una natura mossa dall’irrequietezza propria della conoscenza, dove arte e mistero si fondono per dar luce a una creatura capace di accogliere tutte le sagomature artistiche e vitali.

  • da il libro ANIME INQUIETE

Lezioni d’amore

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* da Barbadillo.it, 17 ottobre 2015

È in una piccola scuola di provincia che lo svagato insegnante di storia dell’arte, si reca ogni giorno da anni per assegnare vita alle proprie lezioni. Lui è il professor Giordano (non è dato sapere se lo sia nel nome o nel cognome), ma da sempre “prof. Vano” per gli alunni. Alquanto garbato nella voce e nella gestualità, meno nelle fattezze fisiche, forte di un calore precisamente adolescenziale, privo di quella malizia riservata al fascinoso docente di francese, alimenta quotidianamente la passione per la sua materia.

È di ieri l’altro la lezione tutta neoclassica nell’allegoria mitologica del gruppo Amore e Psiche. Prof. Vano non risolve nella spiegazione, non lavora in opera di premessa, non si adopera in fiumane di gessetti, ma sottrae l’attenzione fanciullesca al tempio virtuale nella solennità di una mostra. Il momento canoviano, descritto dal marmo bianco, è quello che precede il bacio. L’istante del prima, quello che resta nella memoria degli amanti per sempre. Il tempo dell’amore accade dentro un respiro tra un’antecedenza di attesa e un séguito di volontà teso alla conservazione dell’attimo.

Il segreto della passione è tutto in quel piacere fatto di sospensione: nella tensione verso l’altro che è oltremodo irripetibile. Il turbamento nasce dall’impossibilità di possedere il baleno che, in un ineluttabile avanzamento, non trattiene il segreto per riviverlo. Nel mancarsi degli amanti si alimenta la speranza. Il momento è quello fugace che si festeggia nella caducità del lampo d’amore. Il sentimento si risolve nella perfezione che non contempla l’avvento di un dopo. Un oltre che nel pensiero è già paura della perdita, chimera del viversi quotidiano, richiesta tentennante di certezza: certezza di imperfezione. Ma se il prima è coronamento di cuore e il dopo lacuna di sussulto, cosa avviene nel tempo del mentre? La classe si desta alla riflessione e al dubbio sul mistero dei misteri: tutto è mancanza, tensione e assenza? Il professore da svagato sognatore si fa serio e tenta la considerazione nella volontà di dar voce all’inesplicabile.

Se dagli archetipi è necessario partire, ai classici esuli dalle biblioteche scolastiche, bisogna domandare.

La questione nasce nella piccola scuola di provincia e approda in un’isola remota del Giappone: Uta-jima, l’isola del canto. Tra pescatori di perle e melodie che risuonano dal mare, Yukio Mishima descrive il tempo del mentre di cuore: l’amore è una cosa semplice.
Shinji e Hatsue si deificano nell’avverarsi del prima e sfuggono alla negazione di un dopo imperfetto. La poesia ancor più classica di Amore e psiche, prende vita nell’opera La voce delle onde per sgombrare il campo di cuore da tensioni superflue. L’inquietudine, attraverso la possibilità di realizzazione del sentimento, giunge a un equilibrio di natura, corpo e spirito. Nella semplicità di due creature si compie quello che nell’arte è solo appartenenza dell’istante. Il mare seppur in tempesta è fluida cornice, il carico di lavoro è forza di volontà e le illusioni aderiscono solo al cavillare mentale dell’ispirazione artistica.

Leggere La voce delle onde di Yukio Mishima si completa in un atto del tutto simile a quello del contemplare un’opera d’arte, ponendo il veto a divagazioni estetiche ornamentali, in un cosmo dove l’incontro tra femminile e maschile appartiene alla sfera del possibile. Lo scrittore giapponese abbandona la trepidazione presente in romanzi precedenti, quali Confessioni di una maschera o Colori proibiti e fissa, in un amore innocente e virtuoso, il mentre dell’emozione. Nel tempo in cui la carne non brucia nella carne, l’ammirazione di corpi dei due giovani protagonisti è già profezia di nozze: lirica di due creature che seguono, non anticipando, il corso delle cose. La passione è rapimento che non si farà mai cenere. Nel sorprendersi del turbamento e nella volontà di conservarlo, il tesoro emotivo non si disperde nella fretta. Questo il tempo del mentre che, il professore svagato, percorre nella piccola scuola di provincia. Un eco lontano che si riappropria della cultura classica e rinasce in guizzo di vita nella speranza, sovente, sottratta alla contemporaneità.

Ieri l’altro, gli alunni del professor Giordano, hanno visto accadere Mishima nella voce dell’isola di Uta-jima e oggi sanno che l’amore è anche una cosa semplice.