Jeanne Hébuterne – Le souffle de Modì

«Dedo pour les amis, ravi de faire votre connaissance»

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Solomon R. Guggenheim Museum“Solomon R. Guggenheim Museum” by Moody Man is licensed under CC BY-NC 2.0

Incursioni contemporanee tentano l’indagine e l’insolente ricollocamento all’interno di abusate diagnosi. Svilente l’immagine di “donna all’ombra di Modigliani”; deprezzante quanto inesatta. Jeanne Hébuterne (Meaux, 6 aprile 1898 – Parigi, 26 gennaio 1920) è sulla vetta più alta come la sovrana assoluta della vita e dell’arte di Amedeo Modigliani. Alcun vano referto di dipendenza affettiva ad abbattere l’esistenza di una giovane donna consapevole sino alla morte. Cosciente che l’amore per un’altra creatura valica persino la vita. Donna tra le donne, di tragica bellezza, scrive le pagine di un romanzo di fervente pulsione. Danza funesta, debordante nel sentimento. Tre anni legano i destini di questi due rappresentanti dell’arte suprema, quella che non contempla argini di sopravvivenza. Tre anni di creazione e dispersione. Tra anni di colore e distruzione. Perché così è l’amore nel diletto e nella croce: una vampa di romantica disperazione.

“Noix de coco”, appellativo introdotto da Léonard Tsuguharu Foujita, pittore giapponese per il quale Jeanne fu modella e compagna, indica precisamente la sua bellezza: una noce di cocco a immagine di un contrasto tra il biancore del volto e il bruno lucente dei suoi capelli. “Noix de coco” è il trionfo definitivo della volontà di amare sopra ogni cosa. Uno tsunami dentro un’esile figura, un uragano pronto a scatenarsi davanti alla prima contrarietà invisa all’amore. Il loro amore. Nulla può impedire al Jeanne di legare per sempre la sua anima a quella di Dedo.

Jeanne è l’affermazione dell’amore sulla vita e sulla morte, l’urto atavico sul cosmo tutto, l’opera d’arte totale seguita dall’elemento umano. Jeanne è la madre, l’amica, l’amante e il femmineo. Jeanne è l’estensione vitale e infine mortale di Modì. Jeanne è la linfa di Modigliani. Jenne è l’espressione massima del sentimento, la rinuncia al tutto per levitare proprio su quel tutto. Jeanne è la borghese che rinuncia alla borghesia, la figlia che rinuncia ai genitori, la madre che rinuncia ai figli. Jeanne è l’immolazione estrema in coscienza di sacrificio.

Jeanne figura la sola possibilità di lenire il dolore di Modigliani; tribolo che accoglie nel grembo per farlo proprio. Perché Modì è suo: sua l’anima, sua l’arte, sua la vita, sua la morte. Due creature pronte a farsi una e definitiva. Parigi è la grondai che vigila sulle vite disgraziate dei due amanti, una ville fiaccata dalla guerra che poco riesce sulla vita. Una città dalla quale si fugge solo per potervi tornare. Un distacco necessario al ricongiungimento. Nondimento trattiene il calore di Montmartre, le lunghe notti trascorse a bere sino al delirio, il tempo sottratto al presente nel discorrere di quegli ideali soffiati via dal conflitto. E dunque tutto si sposta a Nizza: Modigliani e Jeanne vivono il rimando dentro una volata: passi destinati all’appassire nell’intelaiatura della Promenade des Anglais.

Modì, che sin da bambino, convive con una salute cagionevole, è altresì logorato dall’abuso di alcol e droga. Straviziato e malato, sovente si fa violento per poi tornare nelle pieghe del volto di Jeanne e farsi nuovamente amante innamorato. La donna, a fatica, ospita i suoi vizi, trattiene la gelosia, ingerendo quantità smodate di fiele e amore. Perché Jeanne è madre di un’altra Jeanne, la creatura nata dalla loro unione. E a Nizza, lontano da Parigi, porta in grembo un altro figlio.

In preda a deliri di autodistruzione, Modigliani ritrae altre donne. Elvira La Quiche disegna il legame di una vita: l’oscillazione perpetua tra la prostituta e l’assenzio. Una galleria di figure femminili popola la sua arte; incontri occasionali o costanti, sotto lo sguardo di una città stanca. Parigi assediata tratteggia l’esatta riproduzione dell’anima martoriata dell’artista. Ogni angolo è lo squarcio sull’abisso che lo abita. Voragine dentro la quale Jeanne si trova al buio e in perpetua perlustrazione. In ultimo, la padronanza esibita da Modigliani, altro non è che una fuga: la segreta delle sue numerose fragilità.

***

Jeanne non vive all’ombra di Modì. Jeanne è la figura che cassa la parte oscura, facendosi luce anche nell’angolo più disgraziato della loro stamberga. E lo fa alla maniera dei grandi, in solitudine, forte dell’amore che li tiene legati. Sul volto una malinconia che la rende tragicamente bellissima. Così è l’arte, così è la bellezza: tragica.

***

Dal 1918, la femme Coco, diviene la modella più ritratta dal pittore: lei in attesa, lei madre, lei finalmente donna. Le tele mostrano la dichiarazione di un’arte che parte dalla vita, versa sogni cocenti e torna nuovamente all’accadere di un sentimento pieno.

***

Il quinto piano in Rue Amyot a Pargi descrive l’ultima tela di Jeanne nel volo definitivo dentro il ventre oscuro dell’arte. Jeanne poteva sopportare tutto di Modì, ma non la sua fine dentro la quale si ricongiunge come in un’opera di Schiele: tragicamente meravigliosa.

 

Passi da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria

 

 

Sibilla Aleramo – Ode all’amore

I-Immagine-Sibilla-Aleramo.jpg«Voi siete poeta, e vi faranno soffrire»

Eleonora Duse

Sul maroso degli amanti, a fronte di quelli regolari e cinematografici, emergono monumentali e folli quelli irregolari. Appassionati e lontani, famelici e distaccati, consumano voluttuosamente colei che detiene il segreto certo dell’amore: Rina Faccio in arte Sibilla Aleramo (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960).

Scrittrice e poetessa, custodisce nella vita e nel romanzo il rosso sigillo posto dentro il sentimento: sconfessare ogni vana tecnica di seduzione in favore di una purezza tutta chiusa nella più universale delle dichiarazioni: Ti Amo. Non le interessa insidiare l’animo maschile per condurlo a struggimento. Sibilla è di natura autentica: la gioia risiede nella possibilità, quasi sacrale, di palesare il proprio cuore. Solo in tal modo una donna può dirsi vincente. Nel giocare d’astuzia, la vittoria è solo illusoria; delinea il peggiore dei simulacri: l’incapacità di amare.

La poetessa, o «poeta» come l’appella la Duse, è prodiga, vive l’esistenza compiutamente, dentro un pulsare incessante di mente e corpo. E il corpo è cuore. Priva di armatura, si espone alla ferocia delle umane arene poiché detiene la certezza del giorno a seguire, vale a dire che una disfatta della sera descrive la completezza del giorno dopo.

Sibilla è il suo corpo, membra esplorate in solitudine e restituite alla pagina e all’amante di una notte o del mai per sempre. Nella donna il confine tra il carteggio e il romanzo disegna la compagine artistica. Gli uomini si fanno amanti per poi farsi pagina e infine romanzo. La vita e la scrittura germogliano sul giunco intrecciato della creazione. L’inchiostro sciaborda nell’incontro dell’amante amato. 

Una pletora di scrittori e artisti figurano la manta che avvolge Sibilla.

Con il poeta Salvatore Quasimodo vive un legame profondo e tormentato.

***

Pertanto è la scrittura, la stilla dell’inchiostro, a disegnare una cornice evanescente per i due amanti, un supporto silente che in alcuni casi prende a placarli, in altri a esaltarli, tutto dentro la lirica infinita di un amore maledetto. Dannazione che infine sarà più potente della Aleramo. Il 1918 e l’ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze sanciranno la fine di quel viaggio: il cuore nell’amore e il sangue nella malattia (Dino Campana e Sibilla Aleramo).

  • Da il libro ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Fede (di lei, la fede)

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L’amore è fede nell’amore senza fede

Non ho una fede al mio anulare sinistro a vidimare la presenza di un amore. Ho dieci fedi nel cuore a manifestare l’assenza di una fede. Di una, una soltanto. Le altre nove sigillate nella poca carne delle mie dieci dita. Di quel nove che non avvenne in chiesa. Di quel dieci che non si consumò nel mio bel Comune. Ho una fede di sangue incisa nel muscolo pulsante. Segreto di un mondo. Rivelazione dell’universo. Primo battito terreno dell’eternità. Ultimo segreto tra due dita svestite di preziosi. Legate dal segreto della grande verità: l’amore è fede nell’amore senza fede.

 

(Non ho fede nel sinonimo ma nel segreto ripetuto).

L’inconveniente di amare: Friedgar Thoma ed Emil Cioran

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“Per nulla al mondo – Pour rien au monde”, uscito nel 2010 per l’Orecchio di Van Gogh, torna in libreria in una nuova edizione per La scuola di Pitagora, a cura di Massimo Carloni, con il complemento di alcune lettere di Simone Boué indirizzate all’autrice Friedgard Thoma.

Père Lachaise, il cimitero di Parigi, uno sguardo assorto in direzione di una donna in stato di gravidanza e il principio di un mondo è lì a compiersi nel titolo dell’opera L’Inconveniente di essere nati. Un pensiero, che zigzagando tra poesia e aforisma, si inerpica alla ricerca di un senso. Indagine che l’autore del libro, Emil M. Cioran, sviluppa in dodici capitoli di amara e illuminante consapevolezza. Otto anni dividono la nascita dell’opera (1973) dalla presa di una giovane professoressa tedesca (1981), Friedgard Thoma: comme on dit, galeotto fu L’Inconveniente di essere nati.

Numerose le lune disincantate trascorse sopra la vita del filosofo rumeno, una mole che dispone l’uomo nella perfetta posizione per essere trafitto da una detonazione chirurgica. Un congegno preciso sino all’incredulità, una sorta di cecchino caricato a passione che giunge nel momento giusto, colpendo copiosamente l’autore. Un cuore prostrato e con la guardia abbassata da tempo, figura il miglior bersaglio per accomodarsi ai piedi di un ardore vivo e martellante: una donna inattesa. L’eros penetra in Cioran alla maniera di una malattia. Malessere che si incunea brutalmente senza trovare resistenza alcuna. La sola opposizione è negli scritti di un “fu cinico”. Ma pessimismo, misoginia e nichilismo non delineano sovente l’esito di un “prima”, danneggiato nel ventre di un’idea, di un idealismo finanche storico o di un personalissimo, debilitato intimo?

Cara Friedgard,

ho pensato a Lei e a tutto quello che sarebbe potuto essere giovedì sera… se non avesse opposto resistenza. L’ho sentita sospirare e piangere. Per oltre un’ora le scene più intime si sono svolte nella mia mente, con una precisione tale che mi sono dovuto alzare dal letto per non impazzire. Abbiamo discusso troppo. Ho compreso in maniera chiara di sentirmi legato sensualmente a Lei solo dopo averle confessato al telefono che avrei voluto sprofondare per sempre la mia testa sotto la sua gonna. Come possono essere letali certe cose. – Tutto in fondo è cominciato dalla foto, con i suoi occhi direi.

Friedgard Thoma entra nella vita dello scrittore con la leggerezza di una lettera, il magnete di una foto e la potenza di un giovane uragano. Tempesta che trascina via ogni convinzione precedente sull’amore e fa di Cioran un uomo. Una creatura che abbandona il vano pudore di mostrarsi in tutta la fragilità e la debolezza di un debilitato di sentimento. L’avvincente professoressa, donna nella completezza di una miscela letale di intelletto ed eros, muove i fili di una relazione che non vedrà mai il tramonto definitivo. La passione di Cioran è travolgente, una fiumana che lo trae in un pensiero fisso: un’ossessione di mente e carne. Dove è finito il Cioran pessimista, nichilista, cinico che non sente alcuna attrazione carnale per le donne con le quali stabilisce solo un’empatia intellettuale? Un vortice di ripensamenti sull’intera opera o una nuova prospettiva da adoperare?

Come può capitare, ad uno scettico di professione come me, di assumere un’attitudine così anti-scettica?

Accade poiché l’unica salvezza dell’essere umano è proprio nel ventre di quel sentimento fortemente maltrattato, fonte di impaccio e trattenuto nella sprovveduta convinzione di immortalità. È l’amore, quella giostra incredibile che in un istante porta in vetta, e in quello successivo, cala negli abissi più oscuri. E se lo si considera solo alla stregua di una bagattella, forse, di fatto, non lo si è mai incontrato. Tale riflessione perviene proprio da Al culmine della disperazione; alla luce dei fatti, degli ultimi anni e della Thoma, si potrebbe dunque ipotizzare uno strano caso di nichilismo profetico? Negare e negarsi qualcosa nella scrittura come atto per riaffermarsi con ancora più veemenza nella vita.

Gli inizi della loro relazione grondano di impeti e parole, di lettere e telefonate; pulsioni che portano a un rendez-vous anche fisico e a vivere una prima frattura. I due sono divisi da molti anni, Friedgard è giovane, il filosofo è già transitato sotto l’impietoso rigore del tempo. Per la donna le due diverse carnalità delineano un limite, guastando l’illusione di un amore puramente cerebrale. Per Cioran l’erotismo interrotto è la stillante ferita che solo il tempo farà meno dolorosa. Friedgard è il richiamo dell’intelletto capace di parlare di Nietzsche, di poesia e di riportarlo finalmente alla musica.

Cara Friedgard,

devo a Lei il mio ritorno alla musica – e questo non lo dimenticherò mai più.

 

In tale prospettiva la Thoma figura un azzardo: la donna completa. Cioran dispone di tale consapevolezza, ma non della forza di abdicare.  I fili della donna si spostano sopra il verso di un’intima amicizia, fatta di confronti e passeggiate sino a un’importante conquista: la fiducia della compagna di sempre dello scrittore, Simone Boué. Da un attacco fatto di lettere e telefonate ardenti, il tempo si farà latore di un lenimento, i toni volgeranno alla pacatezza e alla profondità di un amore importante. Il carteggio fissa la liturgia di un sentimento senile, nella perturbante dicotomia tra eros e rituali di inabissamento. Oltremodo una guida per il filosofo nella rivisitazione della misoginia delle sue prime opere. Un Cioran impensato, nuovo e umano, tratteggia la sentinella nell’opera di Friedgard Thoma.

Di seguito la lettera cuore del carteggio:

Cara Friedgard,

Ho appena riletto la Sua lettera pervasa di poesia – ho pianto (piango spesso da quando la conosco!). Ieri ho letto una citazione dalla Maitri Upanisad: il nostro corpo sarebbe una massa di lacrime. Quattro mesi fa, prima del suo viaggio qui, non avrei potuto sostenere questa affermazione in base ad una mia esperienza personale. Folle, bellissimo, straordinario! Da sempre ho tentato di liberarmi dalla ‘creatura’. La solitudine era la mia religione. In verità mi sono sempre sentito solo – con delle eccezioni tuttavia: la più singolare è la presente. Lei è diventata il centro della mia vita, la dea di uno che non crede in nulla, la più grande felicità e sventura che mi sia capitata. Order? Se pronunciasse questa parolina, ed io fossi morto, risorgerei all’istante. Dopo che per lunghi anni ho parlato con sarcasmo di tali… cose come l’amore (e simili) dovrei essere punito in qualche modo, e lo sono, ma non importa. Il fallimento è il punto cardinale del mio programma. Tuttavia ho una qualche possibilità: Lei è propensa a vivere ai margini, anche se solo un poco, ma questa riserva è già tanto – almeno per me. Mi considero un marginale, e interiormente reagirei come tale anche se venissi tradotto in tutte le lingue del mondo, compresa quella dei cannibali. Gli ultimi due versi di Eichendorff e gli altri ‘una Stella’ erano del tutto consoni al mio 14 luglio emotivo. Lei ed io, condividiamo certamente un ‘lato notturno’ e se penso a questa ricchezza comune, come pretendere che queste maledette lacrime non si impadroniscano ancora di me? 

Sarà per quel nulla al mondo ma pare siamo fatti di un nichilismo che auspica l’amore.

* Friedgard Thoma, Per nulla al mondo – Un amore di Cioran. La scuola di Pitagora edizioni, a cura di Massimo Carloni, traduzione di Piepaolo Trillini, revisione di Massimo Carloni e Lilla Mentrasti.

  • da Barbadillo, 4 febbraio 2017

La banalità dell’amore

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La Banalità dell’Amore è un’opera scritta in chiave teatrale sul discusso legame sentimentale tra la teorica della politica Hannah Arendt e il filosofo Martin Heidegger. L’autrice, Savyon Liebrecht, adotta la scelta narrativa della pièce teatrale, ambientando la storia tra i due amanti su un palcoscenico diviso a metà; qui i ricordi si riavvolgono e si sovrappongono in un’unica certezza: l’amore tra la Arendt e Heidegger.

Un campale palcoscenico suddiviso in due parti ben distinte a farsi voce di una storia; la narrazione di un dissidio amoroso, storico e identitario: il discusso legame tra Hannah Arendt e Martin Heidegger. È un memoriare che l’autrice Savyon Liebrecht, ne l’opera La Banalità dell’Amore, sceglie di cadenzare mediante il verso teatrale. Una pièce che, tra retrospezione e sovrastruttura temporale, riammanta in sé il sistema spazio tempo e rivela alla maniera di una sceneggiatura i dissidi scardinanti le vite dei due protagonisti. Conflitti che dal palco si fanno stemmi ferenti di un corpo dilaniato in senso e senno, in carne e ratio, in nazione e appartenenza, in memoria e presente di un’anziana Arendt che si riavvolge in una giovane Hannah.

Il primo attore si esibisce nell’imponenza di una metafora dell’assenza che comanda la volta del palco: la creatura divisa. Nella pièce il dissidio è rinvenibile al cospetto di una Arendt, che subito dopo un infarto, viene invitata da un presunto studente di filosofia a rilasciare un’intervista sul processo Eichmann per gli archivi dell’Università di Gerusalemme. L’altra, nella divisione del palco e dell’esistenza, è nella fanciulla Hannah, la giovane studentessa di filosofia di Martin Heidegger presso l’Università di Marburgo. Sul tavolato le due donne comunicano da differenti scenari: l’appartamento di New York nel 1975, luogo dell’intervista e la baita dell’amico Raphael Mendelsonhn nel 1924. Il rifugio nella Schwarzwald figura il latibolo amoroso, inesorabile, drammatico e edace tra la studentessa di diciotto anni e il professore di trentacinque, sposato a Elfride Preti e padre di due figli.

Da una lettera di Heidegger alla Arendt:

Tu rappresenti una nuova felicità per me, per la quale sono riconoscente ogni giorno. Non potrei immaginare la mia vita senza di te, senza parlarti, senza vederti, senza toccarti. Tu sei parte di me. La notte ti sogno. E ho capito che sarebbe stato così sin dal primo momento in cui sei entrata nella mia classe, con l’impermeabile e quel tuo buffo cappello calcato fin sopra gli occhi. E alla prima frase che ti è uscita di bocca ho riconosciuto le tue qualità, la tua sensibilità, l’attitudine alla ricerca, ad andare in fondo alle cose.

Nello scorrere della pièce, la suggestione segue le orme della fantasticheria nell’evocazione del poeta Rainer Maria Rilke poiché l’azzardo si svolga in un peculiare abrégé, dentro le Elegie Duinesi; distintamente l’incipit della prima: “… perché il bello è solo l’inizio del tremendo”, poiché la liaison tra la Arendt e Heidegger non può che essere racchiusa in tale virgolettato “Il bello è solo l’inizio del tremendo”. Per entrambi, mai pensiero fu più profetico. Tutto il sentimento che investe i due amanti descrive la profezia di un’oscurità che ottenebrerà le loro esistenze per molto tempo.

Sul palcoscenico è nuovamente il conflitto ad agguantarsi la scena, con disinvoltura e guitteria si muove all’interno di Hannah, la donna dalle origini ebraiche investita da un sentimento tracotante quanto fosco per l’uomo che è sempre più vicino ad Adolf Hitler. Ma Heidegger non le parla di Nazionalismo quanto della rinascita del mito nella cultura tedesca e la rassicura in merito alla questione ebraica:

Quello che dice a proposito degli ebrei è un chiaro espediente per ottenere più voti, nient’altro. Quando arriverà il momento capirà che è meglio mettere da parte la questione ebraica e concentrarsi sulla rinascita della nostra cultura. Ed è questa la cosa importante: la nostra cultura. Che non ha eguali al mondo fin dall’epoca dell’antica Grecia. E la nostra lingua, la più sublime, l’unica nella quale sono in grado di esprimere il mio pensiero.

Naturaliter, la storia porterà ambedue in altre direzioni poiché “il bello è solo l’inizio del tremendo”. La Arendt su quel palcoscenico è marionetta i cui fili sono fortemente tirati da infesti dualismi: è tedesca, è ebrea, naturalizzata statunitense sopra un suolo edificato sul livore di tutti. Un primo odio le proviene dalla Germania poiché “piccola giudea”; Israele non le riserva un trattamento migliore con un disprezzo più maturo per aver minimizzato la crudeltà di Adolf Eichmann ne l’opera La Banalità del Male. Libro nel quale spiega che il male di Eichmann è banale in quanto ordinario: è l’assenza di un dialogo con se stessi, una mancanza di pensieri a fare di un uomo ordinario un emblema del male. Ancora violente folate di ripugnanza per essere stata l’amante di Heidegger e infine il malanimo di un intervistatore che si rivela il figlio del suo più caro amico Raphael Mendelsohn che la crede una doppiogiochista. Un’unica chiave rende solide le fondamenta di quel palco diviso, l’amore per Martin Heidegger:

Eternamente identici…

Accadono storie che annunciano l’imminenza del dramma al primo palpebrare. Vi è una piccola voce che resta inevasa poiché emette un unico suono per una sola volta: è quella vibrazione che porta il tempo a raddurarsi per un istante impercettibile. Ogni amante si fa sordo proprio a quel momento poiché sa che “il bello è solo l’inizio del tremendo”. E quel tremendo è il migliore che possa capitare in un tutta la vita.

 

*La Banalità dell’Amore, Hannan Arendt e Martin Heidegger, Storia di un sentimento mai sopito, di Savyon Liebrecht,  Edizioni e/o, pp 114, euro 14

  • da Barbadillo, 30 giugno 2017

Lezioni d’amore (II)

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Il canone inverso del regista Michael Haneke: dal possibile all’impossibile.

Esiste tutta una letteratura di amori impossibili festeggiati dalla stessa impossibilità. Condizione che alimenta il sentimento sino a farlo apparire come unico plausibile: l’amore impossibile è dunque il solo possibile. Troneggia nella sfera poetica, spadroneggia nel romanzo e abita la chimera, alimentato da incanti e intricate congerie. È tutto un perdersi in incontri immaginari con i votati al sogno sacrificale del sentimento: Didone ed Enea, Orfeo e Euridice, Romeo e Giulietta.

Amori resi eterni dall’impossibilità di realizzazione. Sussulti incantati che sobillano la sfera del sogno, agitano l’illusione, regalano l’abbaglio del protagonismo, in quella zona dove alcuna realtà riesce a fare irruzione. L’amore romantico è patrimonio del segreto che abita ognuno di noi. Un battito nascosto da custodire gelosamente, poiché nella possibilità di realizzazione, risiede la sua fine. L’incanto urta il disincanto, e in quella vampa, dimora tutta la cenere della realtà. Una deflagrazione che rade al suolo il più potente dei miraggi, una collisione senza possibilità di ritorno: l’oggetto del desiderio si umanizza e perde tutto il carico di fascino acquisito nella costruzione illusoria. Ogni istante di permanenza nel reale, diviene sottrazione di favola.

È un meccanismo tutto di mistero quello del sentimento impossibile, una galvanizzazione nel tragico, una epifania dell’incapacità, un delirio da proteggere dall’incursione dell’imminenza affinché resti puro e inalterato.

Accanto a tale letteratura di romantica impossibilità del sentimento, vivono gli altri: creature che abitano l’ordinario. Sono le emozioni immolate all’incedere quotidiano: sdegnano la potenza dell’illusione. Accolgono il calore della grande realtà: ferma e tangibile. Sono gli eroi dell’effettivo presente: l’affidabilità che alcun sogno potrà mai raggiungere. Esseri consapevoli dell’ineluttabilità della morte come interruzione di amore e di vita. Uomini e donne che tratteggiano un percorso inverso, fissando il punto di partenza in un sussulto di cuore nel luogo del possibile.

Sono Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant, i monumentali protagonisti di Amour, la pellicola di Michael Haneke, premiata nel 2013 con il premio Oscar. Anne e Georges sono una coppia di ottantenni che ha certamente letto l’impossibilità di una Desdemona e un Otello e, in tale tragicità, ha riconosciuto la consapevolezza letteraria. Amour è l’amore inverso: dal possibile all’impossibile, dal reale all’immaginario, da qui a un altrove. Un canone capovolto che, nell’esecuzione quotidiana, trova la sua linfa: è nelle pieghe dei piccoli gesti di garbata tenerezza. È nel sottofondo della dimora domestica, nella sopportazione dell’amare nonostante l’amore, nel compatimento di note liberate dal sogno letterario. Un percorso schivo, lontano dalle luci della ribalta, un prendere consistenza in quella vita fatta anche di ricevute, emicranie e temute ovvietà.

La macchina da presa di Haneke sottolinea, mediante la fissità, lo scorrere lento della vita di Anne e Georges. Legati da un lungo arco vitale in condivisione, divengono i personaggi mitici di un amore impossibile. Una frattura, un elemento esterno, giunge sul viale del tramonto delle loro vite tranquille: la malattia. L’ictus della donna è il mesto componente cristallizzatore: un amore reale si incunea nel tribolato solco di un’emozione impossibile. Due individui si fanno creature evanescenti, sospesi in un presente di tragica urgenza nell’attesa della morte. Nel film, la tenerezza di Haneke, esplode in Trintignant nelle fattezze di un sentimento atroce: un’antinomia propria dell’amore tragico. Una tranquilla esistenza condotta mano nella mano, figura improvvisamente come il più epico trascinamento dentro il grembo dell’eros e il thanatos: Georges si fa l’Orfeo di Anne, Euridice, Didone, Giulietta.

È l’irruzione dell’impossibilità nel reale, del drammaticamente disgraziato nel tranquillo condominio familiare, il passaggio da individuo a personaggio, da contenuto a forma. Involucro investito dall’assenza di decoro che, nella malattia, custodisce il principale detrattore. L’amore trova prolungamento nell’interruzione della vita: la fine dell’uno è la conclusione dell’altro. Il sentimento pieno e condiviso continua nell’altrove di un’ode, nell’impossibilità tematica del romanzo letterario, nell’ascesa alla dimensione poetica.

Haneke è un acuto osservatore del caos che abita l’animo umano, registra inesorabilmente, avvalendosi di dialoghi ridotti all’essenziale e di una discreta presenza della colonna sonora, quasi un’assenza. La macchina da presa è un garbato scandaglio dell’individuo, immortala il declino del corpo e della mente attraverso una lucida e asciutta analisi del martirio. Nonostante per due ore non accada praticamente nulla, la pellicola, in una sorta di cinema da camera, calamita alla stessa maniera di un film d’avventura per l’animo umano. Squarciante e dilaniante, l’opera è nel tempo dell’attesa, un affresco sul disumano vampirizzare esercitato dal male sull’uomo.

La malattia di Anne è un efferato Don Rodrigo, una Venere implacabile, una folle Bertha tra Jane Eyre e Mr Rochester, un impedimento crudele e vorticoso. È un agguato che trova posa nel tempo dell’impossibilità, un universo letterario accogliente e chimerico. Anne e Georges sono la coppia di eroi quotidiani, sono l’accadere dell’amore autentico: dalla vita sino alla solennità di una polverosa biblioteca, il principio del matrimonio che in quel “finché morte non ci separi” diviene favola letteraria. Nella pellicola di Haneke si stravolge il criterio in un canone inverso: dal possibile di amore, all’impossibile di “Amour”.

  • 28 dicembre 2015

 

 

Lezioni d’amore

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* da Barbadillo.it, 17 ottobre 2015

È in una piccola scuola di provincia che lo svagato insegnante di storia dell’arte, si reca ogni giorno da anni per assegnare vita alle proprie lezioni. Lui è il professor Giordano (non è dato sapere se lo sia nel nome o nel cognome), ma da sempre “prof. Vano” per gli alunni. Alquanto garbato nella voce e nella gestualità, meno nelle fattezze fisiche, forte di un calore precisamente adolescenziale, privo di quella malizia riservata al fascinoso docente di francese, alimenta quotidianamente la passione per la sua materia.

È di ieri l’altro la lezione tutta neoclassica nell’allegoria mitologica del gruppo Amore e Psiche. Prof. Vano non risolve nella spiegazione, non lavora in opera di premessa, non si adopera in fiumane di gessetti, ma sottrae l’attenzione fanciullesca al tempio virtuale nella solennità di una mostra. Il momento canoviano, descritto dal marmo bianco, è quello che precede il bacio. L’istante del prima, quello che resta nella memoria degli amanti per sempre. Il tempo dell’amore accade dentro un respiro tra un’antecedenza di attesa e un séguito di volontà teso alla conservazione dell’attimo.

Il segreto della passione è tutto in quel piacere fatto di sospensione: nella tensione verso l’altro che è oltremodo irripetibile. Il turbamento nasce dall’impossibilità di possedere il baleno che, in un ineluttabile avanzamento, non trattiene il segreto per riviverlo. Nel mancarsi degli amanti si alimenta la speranza. Il momento è quello fugace che si festeggia nella caducità del lampo d’amore. Il sentimento si risolve nella perfezione che non contempla l’avvento di un dopo. Un oltre che nel pensiero è già paura della perdita, chimera del viversi quotidiano, richiesta tentennante di certezza: certezza di imperfezione. Ma se il prima è coronamento di cuore e il dopo lacuna di sussulto, cosa avviene nel tempo del mentre? La classe si desta alla riflessione e al dubbio sul mistero dei misteri: tutto è mancanza, tensione e assenza? Il professore da svagato sognatore si fa serio e tenta la considerazione nella volontà di dar voce all’inesplicabile.

Se dagli archetipi è necessario partire, ai classici esuli dalle biblioteche scolastiche, bisogna domandare.

La questione nasce nella piccola scuola di provincia e approda in un’isola remota del Giappone: Uta-jima, l’isola del canto. Tra pescatori di perle e melodie che risuonano dal mare, Yukio Mishima descrive il tempo del mentre di cuore: l’amore è una cosa semplice.
Shinji e Hatsue si deificano nell’avverarsi del prima e sfuggono alla negazione di un dopo imperfetto. La poesia ancor più classica di Amore e psiche, prende vita nell’opera La voce delle onde per sgombrare il campo di cuore da tensioni superflue. L’inquietudine, attraverso la possibilità di realizzazione del sentimento, giunge a un equilibrio di natura, corpo e spirito. Nella semplicità di due creature si compie quello che nell’arte è solo appartenenza dell’istante. Il mare seppur in tempesta è fluida cornice, il carico di lavoro è forza di volontà e le illusioni aderiscono solo al cavillare mentale dell’ispirazione artistica.

Leggere La voce delle onde di Yukio Mishima si completa in un atto del tutto simile a quello del contemplare un’opera d’arte, ponendo il veto a divagazioni estetiche ornamentali, in un cosmo dove l’incontro tra femminile e maschile appartiene alla sfera del possibile. Lo scrittore giapponese abbandona la trepidazione presente in romanzi precedenti, quali Confessioni di una maschera o Colori proibiti e fissa, in un amore innocente e virtuoso, il mentre dell’emozione. Nel tempo in cui la carne non brucia nella carne, l’ammirazione di corpi dei due giovani protagonisti è già profezia di nozze: lirica di due creature che seguono, non anticipando, il corso delle cose. La passione è rapimento che non si farà mai cenere. Nel sorprendersi del turbamento e nella volontà di conservarlo, il tesoro emotivo non si disperde nella fretta. Questo il tempo del mentre che, il professore svagato, percorre nella piccola scuola di provincia. Un eco lontano che si riappropria della cultura classica e rinasce in guizzo di vita nella speranza, sovente, sottratta alla contemporaneità.

Ieri l’altro, gli alunni del professor Giordano, hanno visto accadere Mishima nella voce dell’isola di Uta-jima e oggi sanno che l’amore è anche una cosa semplice.