«Charles Baudelaire mancherà ai suoi amici, di cui era la gioia, il consigliere, il servitore devoto e fedele» – Asselineau e Baudelaire

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“Portrait de Baudelaire” by Elise Morbidelli is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

Charles Asselineau, critico, bibliofilo e novelliere francese, lascia alla letteratura un poderoso scrigno di preziosi e curiosità. Il festeggiamento è nel generoso omaggio all’autore de I fiori del male: Charles Baudelaire. Il libro Charles Baudelaire – La vita, l’opera, il genio, a cura di Massimo Carloni per le edizioni Bietti nella la collana diretta da Andrea Scarabelli, descrive una precisa rifinitura del seggio occupato dal sommo ambasciatore dello spleen. Asselineau, dentro un temperamento tutto di ritegno, antepone l’amicizia dei poeti alla propria personalissima inclinazione lirica. Il profondo legame di affiatamento raggiunge la vetta nell’incontro con il poeta parigino. Fratellanza che vive la croce e la delizia nella giostra di ogni affettività. La biografia, eseguita nel pedinamento di un impeto, scritta il giorno dopo la morte di Baudelaire, svela la vita dietro il genio dello scrittore.

L’appuntamento tra i due si scrive durante il Salon del 1945 al Louvre, rendez-vous che, per la grande vivacità, appare fissato già molto tempo prima del suo accadere. L’allineamento è nel ritrovo di due differenti nature. Asselineau favorisce nell’altro il fluire libero di un certo oblio. Baudelaire è il custode di tutte le ammalianti tare dell’artista: sensibile oltremodo alla bellezza, malinconico sino a farsi naufrago della noia e incandescente nell’atto artistico. Il vincolo tra i due si rende indissolubile dal 1851 sino alla morte del poeta, avvenuta a Parigi nel 1867. Con un passo lento e leggero, Asselineau trascina il lettore nel tortuoso principato de I fiori del male. Libera il regno da ogni vana morbosità o vacua frivolezza, ricucendo il tutto intorno alla pienezza dell’uomo/artista. La vita e l’opera si fanno commistione di uno sguardo sul mondo. Un occhieggiare alla simmetria e alla metafora. Una detonazione visionaria, satura di naufraghi, esiliati, sconfitti e perduti nella vita. Ed è proprio nel cuore pulsante di tali figure che brilla tutta l’umanità di Baudelaire. Luce che ricusa gli accomodanti compromessi umani.

A dispetto e nel sospetto della figura dell’artista come uno sturm und rang dell’esistenza, Baudelaire rappresenta un operoso adepto della forma. Struttura che non toglie nulla all’esuberanza di uno spirito romantico ed emotivo. Una natura rigogliosa, spesso votata al vezzo per lo scandalo e la notorietà, pressoché un eccesso nel mostrarsi come luogo dove poter trovar rifugio. Un paradosso dentro le luci della ribalta che si affievoliscono nel lume intimo e confortevole di una candela.  Quanto eccesso di emotività abita la possibilità di voler stupire?!  All’interno della personalità visionaria, propria dell’artista, soggiorna infine un’indipendenza e un’autonomia non estensibile a tutto il mondo creativo. Baudelaire è libero dal mondo della politica e dalla suggestione religiosa. Persegue un’unica fedeltà che è quella verso se stesso. Fede in un Io che nello scrittore si fa traghettatore di libertà mediante il potere conferito al tallonamento di un’idea fissa. Nella tesi baudelariana, un pensiero tenace, mantiene l’essere umano lontano dagli acquitrini dei partiti.

Per il fiore del male parigino, la possibilità di poter disporre di un’idea costante, rappresenta il raggiungimento della bellezza. Armonia che concede l’occasione di sottrarsi al pregiudizio, di fuggire dalla chimera dettata da una presunta e comunitaria solidarietà. Il Baudelaire di Asselineau è il poeta che non si rende prigioniero di partito alcuno poiché l’artista nasce, vive e muore nell’arte. Il mondo muta nel porre l’ascolto al sublime e non in un’ideologia preconfezionata a tavolino per l’individuo di turno. Nel ricordo del bibliofilo riemerge, non senza una sfumatura di amarezza, il processo e la condanna intorno alla pubblicazione de I fiori del male. Asselineau si immagina difensore alla maniera di Iperide: nella bellezza del poema trovare l’assoluzione. Mostrare all’accusa la scrittura di un turbamento come nella composizione Benedizione:

Sereno il poeta alza le braccia al Cielo/dove il suo occhio vede un trono splendido/e i vasti lampi del suo spirito lucido/gli celano la vista di popoli furiosi/Benedetto Dio, che doni sofferenza/come divino rimedio alle nostre impurità/e come migliore e più pura essenza/per disporre i forti alle sante voluttà/Lo so che al poeta tu conservi un posto/tra le schiere beate delle legioni sante,/e che l’inviti a quella festa eterna/di Troni, Virtù e Dominazioni .

L’amico avrebbe basato la sua opera di difesa in una lettura di poesie, un atto di purezza dove prende vitalità tutta la pietas per gli scalognati e gli umili. La seconda edizione dei Fiori, mette a tacere le critiche alla prima. Alcuni assalti portano in seno la fase successiva del capovolgimento: tanto più l’attacco è virulento quanto l’opera vessata si fortifica sino a prendere notorietà e fama.

Dal 1864 la Ville Lumière diviene tristemente orfana. Baudelaire in un richiamo di aspettative, si trasferisce a Bruxelles. Gli amici e la città vivono nella speranza di un imminente ritorno. Desiderio che, con il trascorrere del tempo, si farà sempre più remoto. Il passaggio a Parigi è breve e, da Bruxelles, il poeta scrive un’accorata lettera all’amico. Confessa i suoi tormenti fisici con tanto di dettagli medici. Baudelaire, dopo numerosi attacchi apoplettici, torna a Parigi. La parola e la parte destra del suo corpo si ritrovano annullati in una paralisi. Ma per l’amico sopravvivono una certa lucidità e segni chiarissimi di un’intelligenza non intaccata. A Parigi, lo scrittore si insedia nella casa di cura di Chaillot, circondato quotidianamente dal calore dei suoi amici di sempre. In un primo momento sembra rispondere alle sollecitazioni per poi abbandonarsi definitivamente alla resa di un letto. Gli ultimi mesi di vita sono particolarmente dolorosi, il poeta parigino si sopravvive e continua a esistere solo nel ricordo di ciò che ha perduto.

L’opera di Asselineau è importante poiché mostra l’artista che non lascia ai posteri solo la sua arte, ma un esempio importante. L’emblema di un’esistenza che non si piega al compromesso, non corrode le sue convinzioni: il segreto è nella sua integrità. Completezza alimentata da un dono: l’incoraggiamento che regala agli amici, la forza che immette in ognuno di loro. Al suo cospetto, anche il più abbattuto degli uomini, risorge in uno slancio di attività. Non si annoia e non annoia.

A tutti coloro venuti dopo, resta l’immagine di vederlo vagare tra un fiore e l’effigie di un uomo in abito nero con un lungo panciotto, il frac a coda di rondine e i pantaloni stretti.

Un ricordo sentito durante il funerale nel discorso di Asselineau:

Charles Baudelaire non mancherà solo ai suoi ammiratori; mancherà anche ai suoi amici, di cui era la gioia, il consigliere, il servitore devoto e fedele; a questa madre afflitta, esemplare e fiera nel suo dolore, che si consola, con la gloria del figlio, della perdita di una tenerezza devota che non è mai venuta meno. Mancherà ai deboli che incoraggiava, ai disperati che soccorreva, a coloro cui dava l’esempio del lavoro, della costanza e del rispetto di sé. Il suo animo sincero e delicato aveva il pudore delle proprie virtù e, per orrore dell’affettazione e dell’ipocrisia, si proteggeva dietro una riserva ironica che era una forma suprema di dignità. Posso solo compatire chi si è sbagliato sul suo conto.

  • da IlGiornaleOFF, 12 ottobre 2016

Il meraviglioso spavento dell’umanità nella fotografia di Diane Arbus

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“Diane Arbus Photography” by thefoxling is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

I fenomeni da baraccone sono nati nel loro trauma

Diane Arbus

In prossimità di un mondo socialmente approvato, si perde un superbo universo di arcane creature. Accadono al di sopra e al di sotto di quella zona solitamente ritenuta ordinaria. Una sorta di fastidievole altrove che incrina la percezione delle certezze all’interno di un rompicapo rozzamente esistenziale. L’immagine di una sensibilità tutta esclusiva, sedotta da un cosmo aristocraticamente eccezionale, esiste in fotografia in un mondo dipinto dalle sfumature del crepuscolo.

Nome di battesimo Diane Nemerov, in Arbus dopo il matrimonio con il fotografo Allan, descrive la prima nella fotografia americana a essere ospitata alla biennale di Venezia nel 1972, esattamente un anno dopo la sua morte.  Figlia di quell’upper class newyorkese concepita in seta e scuole prestigiose, figura nell’arte dell’immagine una personalità di grande carisma. Plausibilmente per reazione a una pruderie del suo mondo infantile vissuto in totale chiusura a determinate istanze esterne, l’attenzione della Arbus si dispone a una rappresentazione inclemente di una mancanza o di un eccesso: nei sobborghi dell’animo umano trova spazio l’obiettivo. L’effigie dello straordinario è l’adamantina fotografia di un dualismo atavico. A fronte di una figlia e di una moglie del tutto dentro la perfezione del ruolo, sopravvive una creatura innamorata degli abissi. E, all’interno dell’oscurità, vive appieno se stessa. I meandri del mondo disegnano la sua più alta espressione. Il suburbio è lo spazio più frequentato della sua anima, la liberazione da un vestimento costrittivo e perbenista.

[…]

Nate da una reflex medio formato, fotografie in bianco e nero, immortalano una umanità raccontata dalla deformità fisica e psichica. Fenomeni da baraccone, giganti, nani, travestiti, sadomasochisti, prostitute e circensi, trovano nelle immagini della fotografa newyorchese, una fiera identità e un’orgogliosa appartenenza. L’atto fotografico, sapiente e delicato, si fa indagatore introspettivo, restituendo scatti intensi, intrisi di un respiro che lascia spesso senza.

[…]

Il fardello irrequieto di un sentire eccessivamente l’imbuto della vita, si fa depressione sino a farsi morte. Nella sua asserzione sui fenomeni da baraccone, si ritrova uno specchio dell’artista alla fine della vita: se i primi nascono nel loro trauma, la Arbus muore nel proprio.

Ti sfida a fissare qualcosa… fino a farti ammettere la tua stessa complicità con qualunque cosa vi sia di spaventoso lì dentro. Solo a quel punto, l’immagine schiude tutte le trappole, svelandosi nella sua ruvida grazia… Siamo naturalmente predisposti a far pressione sulle immagini, nella speranza di conformarle ad aspettative convenzionali… Ma le immagini continuano a rifiutare questi ruoli prestabiliti. È in questo rifiuto che sta il potere duraturo, sia delle immagini che delle persone.

  • da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria

Lou Andreas Salomé: “La bestia bionda” di Nietzsche

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“Lou-Andreas Salome” by Confetta is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Fosti il sublime che mi ha benedetto.

E diventasti l’abisso che mi ha inghiottito.

(R.M. Rilke, 1910)

Incantevole esemplare di mantide intellettuale. Affastella liason per demolire uomini e resuscitarli nelle loro opere. Collezionista seriale di noti artisti e filosofi, lambisce conoscenza, brandendo sapere dalle carni maschili. Predatrice culturale, pianta al suo passaggio un campo di cuori malridotti. Un’aristocratica russa con un imperativo indosso: divenire se stessa. Transita nell’animo maschile alla maniera di un percorso precedentemente tracciato che porti a compimento la sua volontà di realizzazione. Capace di ammaliare qualunque creatura, un Casanova in fine gonnella, abdica a una seduzione specificamente femminile per divenire l’Übermensch nietzschiano, l’oltreuomo. Questo e molto altro è Lou Andreas Salomé (San Pietroburgo 1861 – Gottinga 1937), edace femme fatale che, nel sovvertimento di valori e tradizioni, forgia se stessa dentro l’immagine di un’archetipica Artemide di fine Ottocento.

Durante l’adolescenza vive la perdita della fede. Dio, ritratto nella sua mente come un nonno generoso elargitore di doni, diviene infine solo una invenzione creata dagli esseri umani. L’immagine di un’assenza che Lou tenta di colmare nella figura maschile, accordandole un’aura divina. Conferimento che si annuncia a tempo determinato: la rivelazione ineludibile dell’umanità porta direttamente a una nuova ed ennesima assegnazione. Di creatura presumibilmente divina in creatura umana, i suoi passaggi si fanno fughe. Partenze improvvise e precipitose al cospetto di una proposta di matrimonio, il momento fatale nel quale l’amante si fa lontano. E Salomé è nuovamente all’interno di quell’incedere alla volta di altri esseri, oggetti inconsapevoli di ulteriori mandati. Ogni uomo è la preparazione al successivo. Hendrik Gillot, un pastore olandese che incontra all’età di diciassette anni, descrive la circostanza cruciale per la sua formazione intellettuale. Preparazione che nella gatta narcisista si renderà come il più affilato ingegno di seduzione. Nella donna, la sfera cerebrale rappresenta l’arma per ammansire l’uomo. Non tenta la strada della parità tra il maschile e il femminile. Non le interessa la questione dell’uguaglianza quanto la dimostrazione che, nella differenza sessuale, il carisma e la virtù, fanno dell’immagine della donna una creatura umana oltre l’uomo.

[…] Gillot prepara l’allestimento della scena successiva: l’incontro con Friedrich Nietzsche e Paul Rée. È la grande mise en scène dell’attesa trinità, la visione onirica della Salomé, portata infine a compimento. L’irretimento sensuale si impianta nei due uomini per mezzo di un sorprendente rinvenimento: la femmina completa.

[…] Nietzsche e Rée, saldati da una granitica amicizia, tra rincorse e moti di gelosia, la chiedono in sposa. La bestia bionda è già lontana, nuovamente in fuga dall’elemento umano. Lou Salomé che, dal filosofo tedesco ha schisato il moto della caducità mentale, è finalmente pronta per indagare la psiche. Si dispone all’appuntamento con Sigmund Freud, lo studio della psicanalisi, l’introspezione e la consapevolezza che l’elemento fondante di ogni relazione risiede nella perdita. Lo smarrimento di Dio, rappresentante dell’elemento divino e, la scomparsa del padre, figura del principio umano, descrivono in Lou il verso di tutta l’esistenza.

[…] La femme fatale nella figura di Lou Andreas Salomé, cede fieramente il posto alla femme intellectuelle.

  • da ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Sibilla Aleramo – Ode all’amore

I-Immagine-Sibilla-Aleramo.jpg«Voi siete poeta, e vi faranno soffrire»

Eleonora Duse

Sul maroso degli amanti, a fronte di quelli regolari e cinematografici, emergono monumentali e folli quelli irregolari. Appassionati e lontani, famelici e distaccati, consumano voluttuosamente colei che detiene il segreto certo dell’amore: Rina Faccio in arte Sibilla Aleramo (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960).

Scrittrice e poetessa, custodisce nella vita e nel romanzo il rosso sigillo posto dentro il sentimento: sconfessare ogni vana tecnica di seduzione in favore di una purezza tutta chiusa nella più universale delle dichiarazioni: Ti Amo. Non le interessa insidiare l’animo maschile per condurlo a struggimento. Sibilla è di natura autentica: la gioia risiede nella possibilità, quasi sacrale, di palesare il proprio cuore. Solo in tal modo una donna può dirsi vincente. Nel giocare d’astuzia, la vittoria è solo illusoria; delinea il peggiore dei simulacri: l’incapacità di amare.

La poetessa, o «poeta» come l’appella la Duse, è prodiga, vive l’esistenza compiutamente, dentro un pulsare incessante di mente e corpo. E il corpo è cuore. Priva di armatura, si espone alla ferocia delle umane arene poiché detiene la certezza del giorno a seguire, vale a dire che una disfatta della sera descrive la completezza del giorno dopo.

Sibilla è il suo corpo, membra esplorate in solitudine e restituite alla pagina e all’amante di una notte o del mai per sempre. Nella donna il confine tra il carteggio e il romanzo disegna la compagine artistica. Gli uomini si fanno amanti per poi farsi pagina e infine romanzo. La vita e la scrittura germogliano sul giunco intrecciato della creazione. L’inchiostro sciaborda nell’incontro dell’amante amato. 

Una pletora di scrittori e artisti figurano la manta che avvolge Sibilla.

Con il poeta Salvatore Quasimodo vive un legame profondo e tormentato.

***

Pertanto è la scrittura, la stilla dell’inchiostro, a disegnare una cornice evanescente per i due amanti, un supporto silente che in alcuni casi prende a placarli, in altri a esaltarli, tutto dentro la lirica infinita di un amore maledetto. Dannazione che infine sarà più potente della Aleramo. Il 1918 e l’ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze sanciranno la fine di quel viaggio: il cuore nell’amore e il sangue nella malattia (Dino Campana e Sibilla Aleramo).

  • Da il libro ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Vertigine della parola: Poema bianco – Pasquale Panella

 

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Pasquale Panella 

Pubblicata per la prima volta e, in poche preziosissime copie, nel 2007 per le edizioni IRI, è uscita a dicembre 2017 per i tipi di Miraggi edizioni, l’opera Poema bianco di Pasquale Panella. Invero non si tratta di una riedizione, come afferma l’autore stesso, ma di una prima edizione che vede l’estensione nei capitoli E due, E tre e termina – solo sulla pagina – con Rumori, quest’ultimo in prosa. Il Bianco si intrattiene nelle comuni venature. Pasquale Panella è dentro l’impossibilità di un suono che lo definisca. È voce nel verso, silenzio nel soliloquio e poema in quel bianco che cadenza la parola. Giunge prima della poesia stessa, nel tono (suo) dell’intimità: la lirica precede la pagina. Il giro è fuori dall’umano, lontano dall’elemento di genere per compiersi in un’altra dimensione: invalidarsi per pervenire alla liberazione e far cantare il rumore. L’assenza è intima corporeità di una intesa tra due forme: il doppio trascorre nell’uno assoluto e definitivo.

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Il Poema non si legge, si ascolta. Nell’Ode si ode la vibrazione di lei in lui e il tono di lui il lei, insieme nella voce femminile.

Tu credi che tu, che io, credi

Che siamo noi i protagonisti

(ma di che, delle parole?)

Qui la protagonista è una,

è la mia voce a me

(insomma, un singolare femminile)

 

Il timbro nel tatto, il suono nello sfioramento. Scrivere negando la poesia per accordare corporeità, ossia corpo, al verso. La sagoma di una scultura friabile, posta sul frangente di un corpo armonioso: il lemma. L’altro è il sé, ovvero un luogo. Un altrove dove accadono le cose, i sentimenti nel prima degli oggetti e nel dopo dei corpi. Il midollo nella parola, sollevata dalla forma, per far fiatare solo il sangue. Rosso di cuore e rosa di carne: bianco nello stato metatemporale del compiersi. Quel che è scritto è scritto, non accaduto, ma nel futuro del possibile. Nell’aura l’afflato di una rivoluzione scandita da due offensive; l’incursione a spoetizzare la parola e l’invettiva nel poema d’amore: la guerra è amore tra i sessi. Il non esserci figura l’edificio marmoreo dell’esserci: fondamenta di vocali e consonanti a scompaginare la lirica. L’amore è ossessione fuori dal ricordo e nella memoria agita solo la costruzione della reminiscenza. L’altrove è l’oltretempo di una voce che tuona su se stessa.

È il Poema del sentire nell’assenza, di lambire nell’addio. Il congedo è testimone sensoriale del sentimento che accade. Accarezzare la possibilità, comune alla brama dell’umanità, di morire insieme nell’amore. 

La nostra non che fosse incerta,

anzi, ma sarebbe molto stupido

se ci si innamorasse per vivere

la vita

Morire insieme è il primo

Progetto sovversivo di chi

Si innamora da vivo

 

L’universale senso del patire si impone alla pagina per venirne consumato e infine espulso. Tutto si perde nell’atto del dire, rigorosamente come il libro lasciato al lettore. Il soliloquio non accade: è una storia immortale, e come tale, priva di trame. Vive per sempre nell’istante dello sguardo, nell’infinito di un’indagine all’interno dell’animo. La descrizione non abita, ma risiede nell’istantanea immortalata dalla parola.

L’amplesso di un vocabolo che si compie una sola volta: il momento eterno di Poema bianco. L’amore è nell’immobilità, all’interno di una disposizione che si strugge nel non fare: l’unico sentiero per raggiungersi. Spazio bianco a scrivere il peso della mancanza. La distanza è un cecchino caricato a passione: il solo collante ammesso. Tutto accade come non dovrebbe poiché si è dentro l’accadere. La dissolvenza è nera. Il Poema si ascolta nell’incrociata bianca. Un montaggio di negazioni autentiche sino alla purezza e feroci sino al bianco.

Scrivere, al meglio,

è finire di far testo

E il meglio di ogni testo

È immaginarlo:

sostituire la memoria

con una impalcatura ariosa in aria,

che avverrà, che avverrebbe,

ossia con l’antistoria

Con sapienza, disciplina e letizia, il giocoliere scommette con le sfere in volata. Il funambolo gioca alla vita con la corda. La poesia è in ogni luogo, latita – non qui – il poeta che è giocoliere, funambolo e infine grondaia. Sì, grondaia contenente le parole piovute dal cielo, giunte nell’inchiostro e, in questo, fluite per gemicare luce. Il silenzio custodisce una voce. Il direttore d’orchestra è Pasquale Panella. Il bacio della parola a farsi bacchetta di direzione dentro la fibra di vetro. Il soliloquio è voce silente che mormora dentro le creature. L’amore è riconoscibile poiché non gode di favori espressivi per palesarsi. L’amore è sentito nella parola “fine” poiché il sentimento è opera e nell’opera vive e trova la chiusura.

*Da tracce sparse di un ascolto.

La chiusura in un imperativo: ascoltare Poema bianco.

  • da l’Intellettuale Dissidente, 25 febbraio 2018

 

“Malacqua”, alla scoperta del romanzo ritrovato

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“Old Books” by Iguana Jo is licensed under CC BY-NC 2.0

 

Pubblicato per la prima volta  da Einaudi nel 1976, il romanzo di Nicola PuglieseMalacqua – Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario – vive una nuova alba nel 2013, grazie alla ristampa dell’editore Tullio Pironti (151 pp, 11,90 euro).

L’opera giace sotto il nascondimento della polvere per tornare a brillare molti anni dopo, non solo in patria, ma recentemente finanche in terra anglosassone dove, viene tradotto da Shaun Whiteside ed editato come Malacqua: Four days of Rain in the City of Naples, Waiting for the Occurrence of an Extraordinary Event.

Malacqua è un viaggio all’interno delle membra umide nella città di Napoli. Quattro giorni di pioggia battente avvolgono, sino a stringere, tutti gli equilibri della cittadinanza in un’atmosfera di attesa.  Il percorso è quello sinistro dell’elemento acquatico: un principio di vita evolve in sostanza di sospensione. È il cappio alla grande madre del sole, che nella contrazione, urta il cielo e raccoglie vittime. La città lacrima sulla vita degli abitanti, il pianto impatta su un asfalto distratto, penetra nel fondo della terra sino a fecondare un amalgama di fango fatale. Tutto a rendere caduca la presunta resistenza della materia cementante.

La volta è la carcassa di un ombrello torbido, privato della sua stoffa di protezione. La prima attrice della narrazione è la percezione dell’attesa, sul palco insieme alla speranza che la pioggia svanisca dietro le quinte. Un personaggio improvviso nell’interpretazione di un presagio: qualcosa deve accadere. E accade che il giornalista Andreoli Carlo diviene la voce di anime appese nella prepotenza dell’acqua; di coloro che non ce l’hanno fatta per il crollo in via Tasso e la voragine in via Aniello Falcone. I fatti prendono a muoversi nel pensiero del giornalista, a battagliarsi sulle righe di un articolo da confezionare sull’evento eccezionale, per poi rinnovarsi ancora nello sguardo su una realtà ormai fradicia.

Le gocce dal cielo scorrono sull’orlo di sagomature inconsapevoli per poi entrare nella creatura e giungere fino all’intimo più asciutto. Nel senso di attesa, ogni giorno ricorda l’altro e pertanto, il secondo non può che essere equivalente al primo: asfitticamente bagnato. La sospensione si dilata nell’acqua e l’aspettativa è nel verso della fine: l’auspicio che tutto cessi e la luce trovi un pertugio per tornare a illuminare una Napoli ormai annegata.

In un luogo di rimando, la fantasia si mescola al diluvio per creare una favola realistica dove le bambole rumoreggiano sull’uomo. L’individuo per un tramite atmosferico entra in contatto con se stesso e sembra che questo accada per la prima volta. La pioggia disegna il principio di riflessione di una o cento esistenze che improvvisamente ripiegano nel profondo: la contemplazione di altre possibilità, diversi destini mai vagliati prima.

L’acqua descrive un abito scomodo e angusto: la stoffa urticante di un presagio. Il mare appare sempre più distante: che l’acqua estrometta l’acqua?

L’attesa e il presentimento scavano come la goccia. Una Napoli fine anni ’70 resta bagnata per quattro giorni; la grande madre partenopea immobile osserva scenari di vita e di morte: incontri carnali e uffici da onoranze funebri. L’esistenza si racchiude in una patina umida, ma mai così autentica.

Accadono gli amanti segreti, la disperazione per i morti provocati dalla pioggia, una ragazza che vuol compiersi donna e “una simpatica triste bambina sempre allegra”. La fanciulla che trascina la fiaba nella realtà e muta monetine in canzoni. Il tempo si estende nell’indugio; uno stato che l’acqua pone sotto la luce di una lampada a petrolio.

Nicola Pugliese, attraverso un romanzo di rara bellezza e, scritto in una prosa suggestiva quanto mordace, offre alla letteratura un’opera originale toccata da quell’incanto capace di fondere realtà e fantasia. Una narrazione in grado di approdare dentro il respiro dell’umanità per mostrarne i vezzi e le fragilità. E lo concede grazie a una sentinella d’onore: la grande madre partenopea.

Dalle pagine de il Wall Street Journal:

Un prodotto di immaginazione lirica, caustica e fantastica di una Napoli assediata da un diluvio biblico.

Lo scrittore muore ad Avella nel 2013, luogo eletto nella persuasione di restare lontano dall’ambiente giornalistico e da qualsiasi circolo letterario.

  • da il GiornaleOFF, 14 maggio 2018

Ingmar Bergman – Un caleidoscopio in bianco e nero

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“La muerte”by vicent.girbes is licensed under CC BY-NC-ND 2.0




«Il colore sottrae qualcosa» – Ingmar Bergman, Stoccolma 1990

Scrittore, drammaturgo e acuto indagatore dell’inconscio, Ingmar Bergman (Uppsala, 14 luglio 1918 – Fårö, 30 luglio 2007) figura uno dei più autorevoli registi nella storia del cinema. La vita del cineasta svedese non ruota esclusivamente intorno alla pellicola, ma abbraccia ugualmente un filone artistico di scrittura e teatro. In Bergman, l’atto puramente inchiostrale si compie intorno ai venti anni, alla maniera di un lampo improvviso, durante la stesura di una piccola pièce teatrale. Scrittura che rappresenta il primo importante rendez-vous con la pagina. Bergman prende a gioirne sino a compiere un’attività di redazione che abbraccia una dozzina di componimenti nel breve periodo di quattro mesi. La penna trascina frontalmente al teatro; un gruppo studentesco rappresenta l’occasione per mettere in scena le proprie opere.

Nello sguardo del regista di Uppsala, le parole sostano solo momentaneamente sul foglio, per giungere in un secondo momento a muoversi sul palcoscenico prendendo vita nella figura dell’attore. La scrittura rappresenta una prima urgenza, un balsamo per tornare nei luoghi dell’infanzia e ridestarsi fanciullo. Il drammaturgo svedese Johan August Strindberg disegna il primo importante contatto tra Bergman e il mondo del teatro.

«Non voglio fare paragoni, ma Strindberg era il mio Dio e la sua vitalità, la sua rabbia, io le sentivo dentro di me, credo davvero di aver scritto una serie di pièce strindberghiane»

Il cineasta non pone la suggestione di Strinberg su un piano sistematico, non sente di comprenderlo appieno, tuttavia è consapevole di sentirlo. Intende sopra ogni cosa il furore e l’irruenza nel momento dell’ascolto musicale proprio della scrittura. L’appuntamento con il drammaturgo, oltre a rappresentare la ricerca nel teatro, mostra una ulteriore aderenza, quella con la fotografia. Strindberg, de facto, custodisce una peculiare intimità con la macchina fotografica. Legame affine all’onirico e presenza costante nella filmografia del regista svedese. Strinberg analizza l’arte fotografica alla maniera del sogno. Quella che lui definisce scrittura con la luce non è l’immagine copia del circostante, quanto il tentativo di governare la dimensione onirica dentro la realtà. Nel suo Diario dell’occulto, il drammaturgo di Stoccolma volge un vigoroso impegno nella volontà di depennare le barriere tra il sogno e la dimensione reale. Nelle pagine di questo dramma, l’autore mostra il sogno come una occasione taumaturgica e officinale per proteggersi dall’incedere del diurno. Non pensare l’immagine del sogno ma giungere a credere alla stessa attraverso una sollecitudine che si traduce in automatismo. Per Strindberg i sogni sono le sentinelle della realtà, un obiettivo finale dentro il quale l’individuo può trovare una soluzione all’incessante sensazione di colpa. Una sorta di tara che favorisce il “girare a vuoto” dell’essere umano.

***

Dal teatro al cinema, il passaggio è breve seppur considerevole.

Di fatto, per Bergman l’accostamento alla pellicola sottolinea l’ambizione di una vita. Un anelito non disgiunto da una forma quasi ossessiva, una sorta di magnete nel sentiero della macchina da presa: gli attori, la troupe, l’atmosfera tutta. A metà degli anni Quaranta, muove i primi passi sul set, distintamente nel 1946 con il lungometraggio Kris (Crisi – 1946). Questa prima impresa rappresenta un copioso fallimento di pubblico.

***

Prigione presenta la prima sceneggiatura del regista. Il film, girato in diciotto giorni, trascina una immagine particolarmente cupa, una sorta di pessimismo radicato nella natura dell’artista: l’impossibilità di superare i contorni tra le differenti dimensioni della realtà.

Nella sala da pranzo della nonna, A Uppsala, c’era una porta tappezzata. Quando il nonno morì, lei divise l’appartamento in due. La porta tappezzata della sala da pranzo era il passaggio chiuso che portava all’altro appartamento. O era forse soltanto la porta del guardaroba? Non lo aprii mai. Non osavo. Se penso che la frattura tra diverse realtà ha rappresentato la mia vita dall’inizio fino a oggi, trovo che i risultati della mia raffigurazione di essa siano stati relativamente magri. Soltanto poche volte sono riuscito a forzarne i mutevoli confini. In Prigione non ci riuscii affatto.

***

Dal 1953, l’interesse si muove su tematiche etiche e metafisiche. Dal drammaturgo Eugene O’Neil, il cineasta afferra una dichiarazione che si farà manifesto di Det sjunde inseglet (Il settimo sigillo – 1957):

Ogni arte drammatica che non si soffermi sui rapporti tra uomo e Dio è senza interesse.

Le fondamenta sulle quali posa Il settimo sigillo sono l’atto unico Pittura su legno, redatto per la prima volta dagli studenti di Malmö. Risalente al 1955, quando Bergman lo redige per la sua compagnia di attori, custodisce alcune memorie infantili legate alla figura del padre.

Il settimo sigillo disegna una ragguardevole riflessione sulla morte impiantata dentro una cornice medievale. Durante le riprese, il regista si predispone musicalmente alle prove mediante l’ascolto dei Carmina Burana. Descrivono la preparazione del suo stato d’animo prima del film stesso: canti medievali intonati da religiosi erranti che vagano da un posto all’altro sotto la volta di un cielo oscuro rabbuiato da peste e guerra. Seguono preti e giullari. Il coro finale dei canti diviene per il regista il motivo della pellicola. La narrazione, seppur intrisa di tematiche prevalentemente religiose, risulta vigorosa e pulsante. Una frattura spirituale tra la beatificazione di origine infantile e il crudo razionalismo, attraversa tutti i fotogrammi. Non accadono contrarietà morbose tra il Cavaliere e lo Scudiero poiché la fede del fanciullo convive pacatamente con la ratio dell’uomo. In tal senso, l’opera mostra l’ultima manifestazione di credo come eredità paterna, una sorta di saluto alla preghiera, al tempo pratica quotidiana del regista. Rappresenta altresì l’addio alla paura della morte, ombra che durante tutta l’infanzia e l’adolescenza, spaventa il bambino e l’adolescente Bergman. Nel rappresentarla e nel vestirla come un clown dal volto bianco, il regista esorcizza definitivamente il demone. Comprende infine che tale paura è indissolubilmente legata alla fede religiosa. Solo dopo un piccolo intervento chirurgico, durante l’anestesia, la fine della vita si rivela proprio come il non esserci più. Un atto liberatorio dal credo e dalla paura.

***

Le regie di Bergman descrivono un numero considerevole arrivando sino a quaranta pellicole in trentasei anni. L’eccezionalità espressiva dell’autore è tutta dentro quel fondersi di elementi diversi e sovente in contrasto: il realismo e l’impressionismo, la fede e il dubbio, l’isolamento e la vita comunitaria, il crollo e l’impossibilità di vivere appieno un sentimento. Ogni immagine, ogni sequenza, ogni singolo fotogramma disegnano il fardello di un significato che guarda a un altro ancora: quello indecifrabile dell’inconscio. Il volto mostra lo spazio del vuoto, di quella voragine che inesorabilmente abita l’essere umano. Bergman è la regia, la scrittura e la macchina da presa: il cineasta che nella completezza si fa scuola.

  • estratto dal libro ANIME INQUIETE – 23 storie per mancare la vittoria

Configurazioni dell’Ultima Riva: Houellebecq tra poesia e salvezza

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L’incontro di Monsieur Michel Houellebecq con la poesia figura un ricongiungimento, un rientro alle origini della propria opera. E come ogni ritorno di fiamma che si rispetti, la materia risulta ancor più cocente. E’ questo il senso della raccolta in versi Configurazioni dell’Ultima Riva (Bompiani) tradotto da Alba Donati e Fausta Garavini, quest’ultima insigne accademica e traduttrice de I sette colori di Robert Brasillach per Guida. Il fragore si sprigiona nel paradosso: quanta vita dietro una resa. Quanta ne è passata, quale ne sta varcando e infine continuerà a trascorrere, carica di schiere di impedimenti a dispetto di ogni “nonostante” del caso. Un capitolare che si satura nella vitalità di una consapevolezza amara, ma capitale. Disporsi all’accettazione di un nemico in sapor di fiele; esiste un quasi necessario torto di vivere, al cospetto del quale è possibile sorprendersi in un’eccezionale occasione. L’anelata inclinazione di poter scorgere una magia che si fa spazio e poi isola nel suolo della sopravvivenza. Un faro nel quale ricostituirsi nell’illusione di un istante.

Il baléno che rapisce dalla fatalità di abitare infine solo l’assenza. Ma un elemento, seppur singolare, giunge a sfumare la bruma di quel mattino generato da una notte senza cielo. Tonalità che getta la corda a un anelito: la speranza. Una sospensione, un prender fiato flebile e incerto nell’accadere dell’individuo. Un diamante prezioso che si immette nei nervi della creatura per distenderli sino allo stato transitorio di gioia. E poi i corpi che, nei versi di Houellebecq, si fanno derma e congegno, contraendo la distanza tra il male e l’armonia della carne. L’autore manifesta la volontà di venire alla luce, di emanciparsi da una voragine che lo inghiotte per poi soffocarlo.

Il cervello che viaggia incessantemente su binari vecchi e imprudenti, dentro una corsa verso la morte. E da ultimo non si guarisce, se non vivendo, per quanto possibile, fuori dagli altri:

“Vivre autant que possible en dehors des autres”

In tale dimora dell’assenza, una sigaretta e una benzodiazepine come affermazione di una volontà, quella di cadere tabagisti nel sonno e dentro la possibilità di ergersi ancora a custodi della speranza. Una chimera dove l’amore vive o muore, in tutta la delicatezza di cristalli destinati a frantumarsi nell’incontro di due corpi. Carne che si desidera solo nell’immediata consapevolezza che tutto è destinato allo sfiorire nel respingimento, per poi tornare infine a cercarsi ancora. Ci si appartiene solo in ragione di non appartenersi.

Il nulla che abita i versi di Houellebecq, si scrive da solo in un lampo di serenità transitoria. La poesia dello scrittore di Réunion indugia su pause che fiatano d’amore; quel sussulto che nella perdita disorienta anche il più cinico e inabissato degli esseri umani. Trascina nel patire ed è solo tormento poiché schiaccia i legami tra noi e il mondo. Tutto si fa circolo vizioso, scala a chiocciola che svetta verso un cielo plumbeo, in quel punto dove il sentimento non conduce alla gioia, ma solo dirimpetto a una tentennante panacea. Una liberazione fragile che progressivamente si ricongiunge al nulla.

Houellebecq conferisce all’emozione una virtù fatale: l’assurdo di perfezionare l’essere umano e nello stesso momento porre le basi per annientarlo. Poi ci sono gli altri, i tesori amorosi, perfetti e reciproci, invidiabili forse, ma liberati da alcuna forma di gelosia. E capita tutta un’epica di infiniti paradossi, all’interno della quale nonostante le privazioni fecondate dalla conoscenza, ci si ostina fortemente a voler continuare a essere. Un’amara forza che spinge, impone e si incunea nella volontà di avanzare, pur arretrando; una sorta di Sisifo sordo alla fatica.

L’isola è anche la metafora necessaria alla scrittura, un atto che tratteggia il gesto inutile, ma disegna un bisogno nella possibilità di porre un freno al nulla. Il ricordo di un dolore, che solo nell’inchiostro, trova il silenzio. Interruzione di un grido che continua a farsi sentire nella bramosia della carne; ardore che non si inginocchia in assenza di amore.

Non c’è amore
(non davvero, non abbastanza)
Viviamo senza soccorso,
Moriamo abbandonati.
L’appello alla pietà
Risuona nel vuoto
Le nostre membra sono storpiate,
Ma le nostre carni sono affamate.

In Configurazioni dell’Ultima Riva, Houellebecq verseggia nell’incompiuto, oscillando tra l’abulica disillusione e la fascinazione dell’amore. La bellezza si mescola alla desolazione di un’umanità terremotata nell’anima, depredata dalla pietas, ma sensibile al richiamo dei corpi. L’oasi è la scrittura nella pudica speranza che si dispieghi in qualche istante di quiete. La presunta salvezza figura un’ipotesi lirica, incerta e remota: l’isola di Michel Houellebecq.

da Barbadillo, 26 settembre 2016

Michel Houellebecq – Serotonina

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“Michel Houellebecq no Fronteiras do Pensamento Porto Alegre 2016” by fronteirasweb is licensed under CC BY-SA 2.0

L’ultima opera di Michel Houellebecq è un viaggio a ritroso tra le macerie dell’amore.

Si può morire d’amore? Secondo il dott. Azote, medico di Florent-Claude Labrouste, si può morire di tristezza: «Ho la sensazione che lei stia molto semplicemente morendo di tristezza». Serotonina, l’ultimo libro dello scrittore francese Michel Houellebecq, tradotto da Vincenzo Vega e pubblicato da La nave di Teseo nella collana Oceani, è un romanzo d’amore. Quale amore? Quello mancato, perduto, deliberatamente ricusato. Questo libro è il luogo che l’autore ha scelto per nascondere un sentimento romantico. Chi scrive si muove tra le righe sbandando, ma con esattezze di humour bretoniano, con baudeleriana derisione, progettando un involontario romanzo d’amore, come se non volesse, però lo vuole. Cosa sono, qui, le parole? Sono quello che sono, frammenti di scrittura sentimentale in rovina, macerie, schegge anche affilate per provare a ferirsi ancora o per la prima volta. Così pare le maneggi, forse fingendo rischiose distrazioni, il protagonista Florent-Claude.

Allora, essere al mondo coincide con l’essere amato, amare col dare la vita per viverla. Privo di amore, l’essere è morente. Sopravvive per automatismo o grazie a una piccola compressa bianca, ovale, divisibile, il Captorix. L’antidepressivo agevola il rilascio di serotonina, l’ormone meglio conosciuto come ormone del buonumore, una brezza sulla noia e la monotonia di una vita ordinaria, che però trascina con sé spiacevoli effetti collaterali. Tra i più fiaccanti per Florent, la scomparsa della libido, un addio definitivo all’erezione. Ma con ogni probabilità il bisogno dell’uomo è quello di dopamina, vale a dire quel mediatore chimico che, secondo alcuni studi, non ultimi quelli dell’antropologa Helen Fisher, sarebbe intimamente legato all’amore romantico.

Dall’assunzione del Captorix, una serie di eventi trascineranno Florent nell’abisso di se stesso e verso l’inevitabile distacco dal mondo. Il primo allontanamento, sostanzialmente il più rappresentativo di tutti, è dal precario universo abbozzato con Yuzu, una donna fredda e fortemente attiva nelle infedeltà. Lasciare Yuzu è lasciare il mondo sociale, la casa, la convivenza, per sopravvivere in uno spazio neutro, l’albergo. Chiusa la vita con Yuzu, concluso questo rapporto “in fase terminale”, il presente è annullato, si apre la via che riporta al grembo vivo e umido dell’amore che fu.

Florent è un uomo con un’anima incerta, del tutto non aderente alla contemporaneità in cui vive, pertanto anche a un’Europa crivellata da incertezze. Rigettare il presente corrisponde al rifiuto estremo: ricusare se stesso. Il movimento della narrazione procede per figure e ritmo di un bolero, sorpreso da improvvise incursioni post-punk, spesso fuori luogo e fuori tempo. Le descrizioni maniacali del sesso sembrano rimandare a inquietudini e turbolenze agitate da una irrisolta nostalgia dell’amore, e spesso esuberano in eccedenze gratuite, quasi caricature, vignette umoristiche più che umorali.

Un umorismo feroce, violento verso il prossimo, laddove il prossimo è l’uomo, la donna, l’Europa, il mondo tutto. È lo scorcio di Baudelaire sulla percezione della figura comica, impressione che si realizza solo quando si è scivolati molto in basso, quando si è perduta ogni possibilità di felicità e la speranza di un residuo di innocenza. Ma è anche l’esaltazione di quello humour tanto caro a Breton, una emancipazione dalla realtà e dal linguaggio verso nuove e visionarie associazioni e nuovi rapporti misteriosi tra le parole e le cose, in grado di rovesciare ogni traccia della realtà. Ai due tratti si aggiunge un’assenza, la totale mancanza di autoironia.

Le scene, che a una prima scorsa possono apparire come una replica monotona, non sono però ripetitive a ben guardarle, a leggerle bene. Non vanno allineate ma sovrapposte, e allora è visibile il disegno grottesco, la bizzarria, l’accumulo sfrenato, il sesso come confusione, una babilonia, una babele più del pensiero che del corpo. A questo punto, uno è lo scandalo: concepire un romanzo d’amore. Quel romanzo d’amore involontario, concepito come una scivolata imprevista ma incoraggiata dall’andatura che sbanda.

E l’amore, proprio come il vizio del fumo, accennato a inizio libro, si alimenta con l’eventualità di perderlo, d’averlo perduto. È in mancanza che l’essere umano comprende: l’amore è nell’assenza di amore, perché l’assenza d’amore è, come l’amore, grande. Il sentimento vive la sua piena altrove, nella perdita ineluttabile. La discrepanza tra Florent e il mondo può essere sanata solo dalla figura femminile. Ma la donna è nel ricordo e nel recupero della memoria, che per un cortocircuito di emozioni, diventa un ulteriore contributo all’abulia di vivere. Vi è un’impossibilità certa di ricreare il passato nel presente, un mal pensato balsamo, un tentativo maldestro di non essere inghiottiti dalla disperazione dell’assenza. Il viaggio tra le donne del passato si rivela un viaggio dentro le stanze anguste del proprio male di vivere. E proprio dallo scrittore maschilista Houellebecq, giunge una pennellata luminosa di come nasce l’amore nella donna:

Nella donna l’amore è una potenza, una potenza generatrice, tettonica, quando l’amore si manifesta nella donna è uno dei fenomeni naturali più imponenti di cui la natura possa offrirci lo spettacolo, è da considerare con timore, è una potenza creatrice dello stesso tipo dei terremoti o degli sconvolgimenti climatici, è all’origine di un altro ecosistema, di un altro ambiente, di un altro universo, con il suo amore la donna crea un mondo nuovo, piccoli esseri isolati gorgogliavano in un’esistenza incerta ed ecco che la donna crea le condizioni di esistenza di una coppia, di una nuova entità sociale, sentimentale e genetica, la cui vocazione è proprio quella di eliminare ogni traccia degli individui preesistenti, tale nuova entità è già perfetta nella sua essenza, come aveva capito Platone, a volte si può complicare strutturandosi in famiglia,  ma questo è quasi un dettaglio, contrariamente a ciò che pensava Schopenhauer, in ogni caso la donna si dedica interamente a questa missione, vi si immerge, vi si dedica come si suol dire anima e corpo, e comunque per lei non fa molta differenza, per lei la differenza tra anima e corpo è solo un cavillo maschile senza importanza. A questo compito, che in realtà non è tale, non essendo altro che la pura manifestazione di un istinto vitale, sarebbe pronta a sacrificare senza esitazione la propria vita.

È lo stesso misogino a descrive il differente esito che l’amore produce nella figura maschile: quel sigillo, quel punto fermo, compiuto, la finitura, l’ottusa convinzione di non poter vivere senza la donna. Se da una parte si spalanca una generazione sul mondo, dall’altra si chiude la serratura su tale creazione: armonia verso immutabilità.

Houellebecq scrive l’opera dell’amore mancato. Perduto per indolenza, per inclinazione al rinvio, per percezione adolescenziale di immortalità, e perché tutto sfugge nella convinzione di poter essere un giorno, ancora una volta, agguantato. Ma la realtà si mostra in tutta la sua precisione, custodisce delle temporalità ben definite e soprattutto non è tarata sulla fragilità. Mancare l’appuntamento con l’amore significa fissare un altro incontro, quello non rinviabile con la morte.

L’infelicità porta in seno un carico pesante, tende a sostare, a prendersi tutto e a incidersi sulla pelle per poi conficcarsi nella carne viva dell’infelice. La felicità è violenta, veloce e provvisoria. L’infelicità è per sempre come l’amore smarrito, il peso è quel fardello pesante che è la vita senza sentimento. Il viaggio a ritroso tra le macerie del sentimento che fu è un lento declivio verso la morte. Le emozioni bisogna saperle prendere, o con le parole giuste o con parole disperatamente affastellate. Houellebecq ha saputo scriverle con le une e le altre.

da l’Intellettuale Dissidente, 16 gennaio 2019

Una donna alla finestra nello sguardo di Pierre Drieu La Rochelle

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Pubblicato in Francia nel 1930, tradotto per la prima volta in italiano, esce per i tipi di GOG edizioni il romanzo Una donna alla finestra di Pierre Drieu La Rochelle. Disponibile on line da dicembre 2017 sul sito della casa editrice, sarà in libreria a marzo 2018.

La prima stesura dell’opera risale al 1927. L’autore è agli albori del secondo matrimonio con Olesia, Alexandra Sienkiewicz, e con ancora indosso i ricordi di un viaggio appena trascorso in Grecia. Al rientro in patria, la sua Parigi diviene il momento per la scrittura di un romanzo tra l’amore e la storia. La finestra, nel titolo, non è solo il luogo dove lo sguardo corre a realizzarsi, ma figura il momento femminile: una donna, Margot, afferra la possibilità di calare l’indagine su se stessa e infine viversi. Il varco disegna il confine tra un asfissiante cosmo borghese, del tutto chiuso sui propri vezzi e il mondo che accade sotto la volta di un fosco presagio: l’arrivo lento, ma imminente della guerra.

Margot è la sovrana di una trama che è prima intima e poi regalmente romanzesca: il conflitto del suo cuore anticipa e descrive quello venturo. Ancora un vetro, lo specchio a rimandare l’istantanea del nulla di una donna che invero è tutto. Guardarsi morire nella resa a una vita costruita sulla mancanza. E improvvisamente una fenditura fatale, una finestra a consegnare le offerte alla completezza: la scorsa sulla notte di una città dormiente per tutti, nell’eccezionalità di un rivoluzionario. Un uomo corre guardingo nell’oscurità, fugge dal mondo di Margot per giungere al cospetto dello stesso. Si fa strada nelle sue stanze, valica la finestra e perviene a una creatura isolata dall’amore, ma accogliente nella vita, fosse anche quella di uno sconosciuto.

Michel Boutros è l’urto che scombina l’esistenza di Margot, ne afferra la direzione e le restituisce la consapevolezza di un essere pieno anche fuori dal guscio borghese. Il comunista si accomoda nella borghesia della dama, sacerdotessa di calore e protezione: due estranei predestinati dalla storia. Due mondi distanti si stringono nel crescendo di una passione. Atene è lo sfondo remoto di una modernità inesorabile. Contrasti passionali, descritti dall’orlo di un suolo mitico quanto ospitale nell’avvento di uno scoppio, quello del cuore. Gli dèi dell’Olimpo raggiungono il presente e, dentro il ventre nature opposte, si umanizzano nelle trame di Margot e Michel. Ogni inclinazione trova il proprio involucro e, all’interno della forma, rompe il bordo per ricomporre personalità e sfere affettive.

La Rochelle scava nell’animo umano per osare la fotografia perfetta dei moti che lo attraversano. La finestra dell’autore è l’osservatorio più in alto, tutto sul filo di uno stato dello spirito. I volti dei protagonisti, che includono anche un marito infedele e noncurante, sono ripresi sulla pagina quasi a profetizzare il film di Pierre Granier-Deferre, che nel 1976, contribuirà a conferire solennità al romanzo. Drieu è un sapiente conoscitore dell’animo femminile quanto di quello maschile, tanto da arrivare a rappresentare il maschile nel femminile e viceversa. In un processo di mutuo scambio, l’uomo e la donna si riconoscono in caratteri propri del sesso opposto. Boutros, il comunista rivoluzionario, può affidarsi a Margot solo in virtù di un principio femminile che lo abita. Margot può offrirsi a Michel in nome della natura maschile che la muove verso gli altri. Il marito Rico è l’orpello esterno, custode di una funzione importante: l’osservazione apparentemente imperturbabile. Immobile, nell’incapacità di trattenere la moglie e impedirne il sentimento per il sovversivo.

La donna è romanzo ancor prima che si scriva: impenetrabile sino all’amore, sussulto di cuore che apre e chiude l’opera. Intorno, accerchiati solo da un’accolta di cadaveri viventi, ornamenti di una storia tutta di mente e cuore. Il desiderio, corroborato dall’impossibilità, si cala nel sangue e il rosso cola sino all’esultanza del ventre. Il laccio tra gli amanti si stringe prima dell’avvento delle loro carni. Sì, poiché l’amore tra due anime dissimilmente affini, si consuma molto prima dell’incontro. L’amore si corona in quella costruzione certosina dell’altro, all’interno di un pensiero custode del senso. L’orgasmo è il naturale prolungamento della fantasmagoria: venuta di illusione e speranza. E nell’impossibilità di goderne, accade il movimento di due vite ardenti.

Margot, nell’incontro/scontro con i princìpi del comunismo, viene fuori dal suo stato marcescente; Boutros, inghiottito dall’utopia, esce dalla narcosi di una fissità immobile del verso teorico. La donna è dea, l’uomo è mito, coperti dalla polvere del tempo e dalla inerzia della loro provenienza, ritrovano il moto vitale sul ciglio di una finestra affacciata sulla notte.

Margot se ne frega dei soldi. Ciò che vuole è l’amore, quello vero.

La divergenza tra i due universi è presente in tutta l’opera, ma dalla stessa viene eclissata. Viepiù il contrasto rappresenta il mezzo che i due protagonisti, ingessati nei loro abiti sociali, utilizzano per l’indagine autoptica di ciò che è lontano, e nella lontananza, estraneo. La natura sostiene gli amanti nel progetto di fuga: via dal marito, dalla borghesia e dai fantasmi. Il silenzio del creato ripercorre l’antico pudore di un amore, dell’amore.

Il romanzo è donna e ruota, quasi in maniera ossessiva, intorno alla figura di Margot: gli uomini accadono solo perché vivono nel suo soffio vitale. Lei crea, lei distrugge. Lei è creatura della natura. Ancora, disegna gentilmente la crepa di ogni convinzione poiché è l’umano che entra nel mito. Il rivoluzionario trova nella donna la misura della debolezza, l’indicatore della fragilità di ogni costrutto. Ça va sans dire: l’ideale regge solo in assenza di umanità, ossia fuori dalla vita della creatura. La borghesia che affardella Margot, come una fosca aura finemente vestita, è nel paradosso, l’essenza dell’amore comunista. L’uomo è in grado di amarla proprio perché incipriata dalla sua classe: calze di seta a negare un altro mondo possibile. E proprio quella fibra descrive la membrana che riveste il cuore di Michel Boutros. Se anche lei, alla stessa maniera dell’uomo, fosse una comunista immolata al suo ideale, sarebbe capace di devozione? No, Margot è lontana da convinzioni storiche e può esistere solo in un mondo merlettato e, dentro lo stesso, farsi dea meritevole di adorazione.

Eppure all’amore ci ho creduto e ci credo ancora, non ho mai smesso per un istante di pensarci. È fatto per gli altri e non per me.

Boutros, il sovversivo è consapevole che le rivoluzioni più agevoli si compiono nei vicoli del mondo. Diverso è il sovvertimento dei dettami di un cuore rassegnato. Contempla l’amara possibilità di intaccare la purezza, che solo nell’ingenuità, è bellezza. Il lusso della femme è il tumulto di cuore nell’uomo, fasti abdicati in favore di chimere che impattano con la vita. La donna è afflizione nel ricordo di un Boutros che fu. È diletto in quel che sarà: la devozione totale alla rinuncia.

Le donne, il cui ruolo è quello delle opere più grandi, delle più grandi servitù della vita, non hanno affatto, come gli uomini, la paura di sporcarsi le mani, la paura del compromesso.

L’amore supera il voto all’idea. Margot è il supporto mordace e corroborante alla fuga di un rivoluzionario, presumibilmente ricercato. E dentro il fuggitivo la dea diventa umana e torna casta. Castità pietrificante sino all’imminenza della carne. Rimandare i sensi per goderne con più forza in ogni frammento di pelle. La purezza è funzionale al ricordo. Nella memoria acquista la grandezza che solo l’assenza può conferire. L’amore cresce nella vampa di una mancanza, l’impossibilità di fare progetti futuri. Nella noncuranza del giorno dopo e nell’ipotesi di una separazione si alimenta la fiamma. L’occasione di ricordare supera in forza il compimento dei corpi. Margot può essere amata solo dentro una condizione palesemente avversata da Boutros. Se lasciasse il suo cosmo di seta, abdicherebbe anche al fascino?

C’è un luogo in cui tutto può accadere: Delfi. Non serve l’oracolo a decretare l’unione di due creature in simbiosi con i miracoli della natura. Delfi è la manta che avvolge l’umano nella contezza. Coscienza che la vita, presto, molto presto, li osserverà arrangiarsi nel quotidiano e fuori dal mito.

Abbiamo paura di vivere insieme, – disse Michel, – ma al di là di questo abbiamo già paura di separarci.

La ripresa è nella finestra, quell’osservatorio dove potranno vedersi in un futuro improbabile quanto irrinunciabile. La delusione è dietro l’angolo, nel momento in cui il desiderio si scontra con il bisogno dell’avvenire quotidiano. Tutto si consuma nella tela greca, suolo che Drieu fa cantare alle corde di Boutros. Richiami che l’autore porterà con sé per tutta la vita. Anche ne Il diario di un delicato, opera pubblicata nel 1944, un anno prima del suicidio. Si legge ne Il Diario:

Sono dunque un esteta, se non posso vivere senza rivedere il Partenone? Ma sono stato toccato al cuore da quel colore di miele striato di rosa, infinitamente punteggiato di cristalli.

La Grecia è per l’autore di Una donna alla finestra il mondo dove tutto vive: l’immobilità e il moto, il passato e il presente, la mitologia e l’umano. La finestra borghese è la luce sul mondo degli uomini: i ribelli, i sovversivi, i perbenisti, gli ufficiali, tutti sotto lo sguardo dell’antichità.

Il corpo di Margot illumina le gesta dell’uomo, insieme nella storia della civiltà e in quella ancora più antica dell’amore.

Da te voglio avere soltanto ciò che domani assomiglierà ancora all’oggi.

La Rochelle costruisce un romanzo sull’intimità dei personaggi, gira un film sulle immagini interiori e, mediante la discesa nel profondo, allestisce un’opera che non dimentica la descrizione del momento storico. Sapiente e delicato, il libro si lascia guardare nel compimento di un amore avvolto dalla mitologia dell’umanità.

  • da l’Intellettuale Dissidente, 20 febbraio 2018