Uno sguardo sul Giappone – Akira Kurosawa

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“3 carteles — 3 películas de Akira Kurosawa” by Óscar Vázquez is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

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Lontano sino al periodo Heian è il Giappone di Akira Kurosawa in Rashomon. Un cinema diviso tra la solenne figura del samurai e la precaria immagine dell’Occidente, si muove garbatamente nelle profondità dell’individuo. Un’epoca dorata che, nella distanza temporale, mostra la contiguità delle antinomie umane. Dietro la forte presenza dell’elemento maschile, espressa attraverso il corpo, annaspano intimità dilaniate. Esiste una marcata contemporaneità nel film, una sorta di disordine pirandelliano che manipola la verità nel sussurro di una dichiarazione: non sussiste una sola versione oggettiva dei fatti, ma diverse rappresentazioni degli stessi. Ogni personaggio è l’assoluto dell’altro, veicola e interpreta un mondo dove il diavolo è assente perché fugge dagli uomini.

Il Giappone di Akira Kurosawa, pur nell’ambientazione di un tempo lontano, è metafora di un paese sotto assedio – il film è del 1950, l’occupazione americana cesserà nel 1952 – dove ogni uomo disegna il fardello del caos che porta con sé. L’individuo, privo di compattezza, è in balia di se stesso e perduto nella propria parte: un samurai cade nelle debolezze di un brigante; una donna muove la sua parte tra la figura della vittima e quella del carnefice: l’effigie di un cosmo privato delle fondamenta, attraversato da diverse esistenze prive di identità. I frammenti di vita nelle immagini di Daido Moriyama sono la frammentazione della moralità in Akira Kurosawa, due diversi sguardi sul Giappone. Nel tentare la via del proprio personalissimo interesse, ogni personaggio in Rashomon, osserva la propria coscienza andare in frantumi. La pellicola è un’illuminante esegesi del caos: la storia entra nell’individuo e lo scompagina. Un ambientamento remoto, lontano da quello gelido e urbano del fotografo annichilito dall’assenza della natura. La città è l’egoica civiltà , la foresta di Rashomon è l’amnesia di civiltà.

Distanti per nascita e per figurazione del reale, si incontrano in quel punto esatto in cui l’individuo, negli scatti dell’uno e nei fotogrammi dell’altro, è solo con i suoi demoni. Un isolamento che trova le sue radici nella precarietà dell’uomo, un disordine profondo nelle sbavature di Moriyama e nelle sovrapposizioni dei ruoli in Kurosawa. Sullo sfondo c’è il Giappone dei samurai, dei briganti, delle donne passionali, dei freddi paesaggi urbani, di un’anziana geisha, di un paese che, nell’attraversamento del tempo, osserva un individuo frammentato in uno, nessuno e centomila.

  • estratto dell’articolo Due sguardi sul Giappone tra Daido Moriyama e Akira Kurosawa, 31 gennaio 2016

Il meraviglioso spavento dell’umanità nella fotografia di Diane Arbus

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“Diane Arbus Photography” by thefoxling is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

I fenomeni da baraccone sono nati nel loro trauma

Diane Arbus

In prossimità di un mondo socialmente approvato, si perde un superbo universo di arcane creature. Accadono al di sopra e al di sotto di quella zona solitamente ritenuta ordinaria. Una sorta di fastidievole altrove che incrina la percezione delle certezze all’interno di un rompicapo rozzamente esistenziale. L’immagine di una sensibilità tutta esclusiva, sedotta da un cosmo aristocraticamente eccezionale, esiste in fotografia in un mondo dipinto dalle sfumature del crepuscolo.

Nome di battesimo Diane Nemerov, in Arbus dopo il matrimonio con il fotografo Allan, descrive la prima nella fotografia americana a essere ospitata alla biennale di Venezia nel 1972, esattamente un anno dopo la sua morte.  Figlia di quell’upper class newyorkese concepita in seta e scuole prestigiose, figura nell’arte dell’immagine una personalità di grande carisma. Plausibilmente per reazione a una pruderie del suo mondo infantile vissuto in totale chiusura a determinate istanze esterne, l’attenzione della Arbus si dispone a una rappresentazione inclemente di una mancanza o di un eccesso: nei sobborghi dell’animo umano trova spazio l’obiettivo. L’effigie dello straordinario è l’adamantina fotografia di un dualismo atavico. A fronte di una figlia e di una moglie del tutto dentro la perfezione del ruolo, sopravvive una creatura innamorata degli abissi. E, all’interno dell’oscurità, vive appieno se stessa. I meandri del mondo disegnano la sua più alta espressione. Il suburbio è lo spazio più frequentato della sua anima, la liberazione da un vestimento costrittivo e perbenista.

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Nate da una reflex medio formato, fotografie in bianco e nero, immortalano una umanità raccontata dalla deformità fisica e psichica. Fenomeni da baraccone, giganti, nani, travestiti, sadomasochisti, prostitute e circensi, trovano nelle immagini della fotografa newyorchese, una fiera identità e un’orgogliosa appartenenza. L’atto fotografico, sapiente e delicato, si fa indagatore introspettivo, restituendo scatti intensi, intrisi di un respiro che lascia spesso senza.

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Il fardello irrequieto di un sentire eccessivamente l’imbuto della vita, si fa depressione sino a farsi morte. Nella sua asserzione sui fenomeni da baraccone, si ritrova uno specchio dell’artista alla fine della vita: se i primi nascono nel loro trauma, la Arbus muore nel proprio.

Ti sfida a fissare qualcosa… fino a farti ammettere la tua stessa complicità con qualunque cosa vi sia di spaventoso lì dentro. Solo a quel punto, l’immagine schiude tutte le trappole, svelandosi nella sua ruvida grazia… Siamo naturalmente predisposti a far pressione sulle immagini, nella speranza di conformarle ad aspettative convenzionali… Ma le immagini continuano a rifiutare questi ruoli prestabiliti. È in questo rifiuto che sta il potere duraturo, sia delle immagini che delle persone.

  • da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria