Janis Joplin, il lamento blues di Didone

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Torrenti di Southern Comfort scorrono nel ventre di un bosco dove si leva una creatura famelica di vita. Corre convulsamente con i lupi, un carica di potenza, un branco inviso all’amore. Asfissiata dalla cittadina texana, Janis Joplin (Port Arthur, 19 gennaio 1943 – Los Angeles, 4 ottobre 1970) muove la polvere di puritani focolari edificati sulle fondamenta vacillanti di una terra intransigente. Un luogo che, nella pratica perpetua del biasimo, le resterà incollato indosso come un improbabile cappotto in un giorno di canicola.

Un temperamento inquieto unito a una disposizione vorace, affrettano una giovane Janis alla volta di chimeriche oasi californiane dove tutto può accadere. E accade che una donna bianca generi una voce nera alla maniera di quel blues messaggero dell’amore disperato. Melodie lancinanti che, tra l’uso di eroina, pratiche di orge alcoliche e abbuffate sessuali, faranno di Janis Joplin una delle più importanti voci femminili della sua generazione.

Un angelo delle tenebre cala nell’oscurità, volteggia con i diavoli in un sabba che la inghiotte in una sola definitiva azzannata. L’istinto di fuga, generato da un’atavica fame di tenerezza, muta nella perla del Texas in impulso di morte. Quell’ansante cavalcare l’abisso per tramite carnale, ricresce in un vuoto sempre più profondo. Una voragine, impossibile da colmare, racconta l’elemento primordiale dentro una voce che squarcia per intimità e tormento. Il blues che gronda dalle sue corde è fatalmente femmina: felino e fragile.

Cresciuta al suono del compositore e violoncellista Pablo Casals, stretta nella premura di un padre visceralmente pessimista, Janis trascina nella musica il suo mal d’amore, naufragando nella morsa delle sostanze. Ma il suo grido lacerante sopravvive, seppur per pochi lustri, al gorgo degli stupefacenti. Un’avventata urgenza di affetto la consegna a banchetti sessuali che mai si faranno carezza per il cuore. Lo sballo e i viaggi deliranti nella sua testa, rappresentano solo delle momentanee sospensioni: il dolore non depone il suo grido. L’incessante sospetto di non essere creatura meritevole di amore, presenta le trame di una gabbia da lei stessa confezionata.

La potenza di una voce prodigiosa, la sottrae dall’ala incombente della morte sino all’età di ventisette anni. Quella di Janis è disperazione in note.

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Mostrarsi al mondo del tutto nuda, cantare il fardello di un martirio, facendo di ogni canzone il lamento di una Didone impazzita, una prodiga regina alla conquista dell’eroe troiano. Prode che, nell’avvicendamento di numerose figure, ricusa la sovrana texana in nome di incarichi non necessariamente legati a una volontà superiore. Pertanto Janis canta dai campi del pianto volgendo lo sguardo dall’altra parte di quell’Enea agognato per un’intera vita. Il mancare puntualmente l’appuntamento con ill valoroso troiano disegna il movimento autodistruttivo della Didone del blues.

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Se la voce di Tom Waits è ruggine e miele, quella di Janis è bourbon e zenzero. Il whiskey delle radici geografiche e la pianta che volge a Oriente delle sue perline colorate. Conterie che blandiscono piccoli seni e, in barba a un’adolescente tonda, la trattengono nel regno del sex-symbol. Una voluttà che confina con il selvaggio, si immerge nel flusso di uno sguardo lacrimante e scivola in un corpo di vampa ed eros.

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Impulsiva, appassionata e generosa, lascia al perbio dell’autolesionismo le redini di un’esistenza tutta.

Janis Joplin muore nel 1970, in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood. Le sue ceneri vengono disperse sulla costa di Marin County, nell’Oceano che continua a vedere la Didone nei campi del pianto, il posto nell’allegoria mitologica dove si aggirano i morti per la passione d’amore.

«Janis Joplin ha espresso piuttosto bene un aspetto del 1968: la simultaneità di contemplazione e autodistruzione, spingendo il suo gemito fino ai limiti dell’Universo» (The Times)

  • Estratto da Anime Inquiete – 23 storie per mancare la vittoria

 

Gabriella Ferri – Calliope romana

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“Sampietrino” by Roberto_Ventre is licensed under CC BY-SA 2.0

Musa del canto romano, ispiratrice di una sua personalissima Odissea, Gabriella Ferri è la malinconica Calliope “testaccina”.

Romana come il primo dei sampietrini conficcato sul suolo dell’Urbe, inclina, mediante una meravigliosa Dove sta Zazà, la sua voce anche nel verso partenopeo. E fluttuando tra la Campania e il Lazio, si fa grandezza di un patrimonio tutto italiano. La Janis Joplin dei vicoli romani è la nobile custode di un’estensione rocamente poderosa, l’allegoria dell’amica italica dello statunitense Tom Waits. Poiché se di interpretazione popolari si è sempre parlato, è nell’elemento del blues che la Ferri incunea le sue ballate; possibilità di fulgore ed espansione.  In Dove sta Zazà – scritta nel 1944 da Raffaele Cutolo – “il possesso dei diavoli blu” è tutto in quel ciondolare in un inizio lento e disperato, per poi indugiare nel parlato sino ad arrivare alle vette di un grido lacrimante.

Gabriella Ferri è nel blues quanto nello scanzonato, nella teatralità come nell’intimismo, descrive l’unione emblematica del “clown bianco” e “l’augusto”, una fusione esplosiva, dentro il quale il basso e l’alto, volteggiano all’unisono. Il bianco è la grazia di una Remedios o di Sempre, l’augusto narra il rotolarsi con Enrico Montesano nell’interpretazione de A Cammesella  o gli stornelli con Claudio Villa. Un dualismo, peculiare di ogni grande artista che termina troppo spesso in una lacerazione privata. Strappo, tanto prezioso alla sua arte dove il popolare si accomoda nel ricevimento del blues. Meno alla vita, quella vera, fuori dall’occhio di bue, dove la melodia blu diviene solo il colore di una malinconia e di una solitudine priva di chitarra. Dunque silenziosa, violentemente taciturna, mesta eppur esplodente. La musa è quella di una mitologia, una dilatazione fatta disperazione di una gloria, sancita proprio dal respingimento di un Sanremo qualunque, peculiare sorte che negli anni diviene l’abbraccio caloroso nella misura della grandezza.

La Ferri donna è meravigliosamente tutta dentro quei grandi occhi bistrati di nero, lo sguardo malinconico, talmente ripiegato in se stesso da non riuscire a scorgere la manta che è congegno di amore da qui al per sempre. Non nella morbosità di un dettaglio biografico, ancor meno nell’occupazione di una sacralità mortuaria, ma nel rendere omaggio in una piccola ode si fonda  lo scritto. Elegia di una barcarola controcorrente, dentro il testo Vamp di Paolo Conte e nelle corde di una ballata triste in Stornello d’estate.

Voce al sapore di miele e fiele, vigorosa nel canto, fragile al cospetto di una esistenza impietosa. Dentro una bellezza fatta di trame dorate e uno stile unico, si incolla indosso con le oscillazioni vocali nell’immagine  di un eyeliner nero quanto la sua caducità. Patrimonio italiano, popolarmente vertiginosa, amata da un amore insolvente. La musica conserva un obbligo d’amore con Gabriella Ferri.

da IlGiornaleOFF, 24 dicembre 2016