
L’incontro di Monsieur Michel Houellebecq con la poesia figura un ricongiungimento, un rientro alle origini della propria opera. E come ogni reviviscenza che si rispetti, la materia risulta ancor più ardente. E’ questo il senso della raccolta in versi Configurazioni dell’Ultima Riva (Bompiani) tradotto da Alba Donati e Fausta Garavini, quest’ultima insigne accademica e traduttrice de I sette colori di Robert Brasillach per Guida. Il fragore si sprigiona nel paradosso: quanta vita dietro una resa. Quanta ne è passata, quale ne sta scorrendo e infine continuerà a trascorrere, stipata di incagli a dispetto di ogni “nonostante” del caso. Un capitolare che si satura nella vitalità di una consapevolezza amara, ma capitale. Disporsi all’accettazione di un nemico in odor di fiele; esiste un quasi necessario torto di vivere, al cospetto del quale è possibile sorprendersi in un’eccezionale occasione. L’anelata inclinazione di scorgere una magia che si fa spazio e poi isola nel suolo della sopravvivenza. Un faro nel quale ricostituirsi dentro l’illusione di un istante.
Il baléno che rapisce dalla fatalità di abitare infine solo l’assenza. Ma un elemento, seppur singolare, giunge a sfumare la bruma di quel mattino generato da una notte senza cielo. Tonalità che getta la corda a un anelito: la speranza. Una sospensione, un prender fiato fioco e incerto nell’accadere dell’individuo. Una gemma preziosa che si immette nei nervi della creatura per distenderli sino allo stato transitorio di gioia. E poi i corpi che, nei versi di Houellebecq, si fanno derma e congegno, contraendo la distanza tra il male e l’armonia della carne. L’autore manifesta la volontà di venire alla luce, di emanciparsi da una voragine che lo trangugia:
il pensiero che viaggia incessantemente su binari vecchi e imprudenti, dentro una corsa verso la morte. E da ultimo non si guarisce, se non vivendo, per quanto possibile, fuori dagli altri:
“Vivre autant que possible en dehors des autres”
In tale dimora dell’assenza, una sigaretta e una benzodiazepine come affermazione di una volontà, quella di cadere tabagisti nel sonno e dentro la possibilità di ergersi ancora una volta custodi della speranza. Una chimera dove l’amore vive o muore, in tutta la delicatezza di cristalli destinati a frantumarsi nell’incontro di due corpi. Carne che si desidera solo nell’immediata consapevolezza che tutto è destinato allo sfiorire nel respingimento, per poi tornare infine a cercarsi ancora. Ci si appartiene solo in ragione di non appartenersi.
Il nulla che abita i versi di Houellebecq, si scrive da solo in un lampo di serenità transitoria. La poesia dello scrittore di Réunion indugia su pause che fiatano d’amore; trascina nel patire, ed è solo tormento poiché schiaccia i legami tra noi e il mondo. Tutto si fa circolo vizioso, scala a chiocciola che svetta verso un cielo plumbeo, in quel punto dove il sentimento non conduce alla gioia, ma solo dirimpetto a una tentennante panacea. Una liberazione fragibile che progressivamente si ricongiunge al nulla.
Houellebecq conferisce all’emozione la virtù fatale: l’assurdo di perfezionare l’essere umano e parimenti porre le basi per annientarlo. E capita tutta un’epica di infiniti paradossi, all’interno della quale nonostante le privazioni fecondate dalla conoscenza, ci si ostina fortemente a voler continuare a essere. Un’amara forza che spinge, impone e si incunea nella volontà di avanzare, pur arretrando; una sorta di Sisifo sordo alla fatica.
L’isola è anche la metafora necessaria alla scrittura, un atto che tratteggia il gesto inutile, ma disegna un bisogno nella possibilità di porre il freno al nulla. Il ricordo di un dolore, che solo nell’inchiostro, trova il silenzio. Interruzione di un grido che continua a farsi sentire nella bramosia della carne; ardore che non si inginocchia in assenza di amore.
Non c’è amore
(non davvero, non abbastanza)
Viviamo senza soccorso,
Moriamo abbandonati.
L’appello alla pietà
Risuona nel vuoto
Le nostre membra sono storpiate,
Ma le nostre carni sono affamate.
In Configurazioni dell’Ultima Riva, Houellebecq verseggia nell’incompiuto, oscillando tra l’abulica disillusione e la fascinazione dell’amore. La bellezza si mescola alla desolazione di un’umanità terremotata nell’anima, depredata dalla pietas, ma sensibile al richiamo dei corpi. L’oasi è la scrittura nella pudica speranza che si dispieghi in qualche istante di quiete. La presunta salvezza figura un’ipotesi lirica, incerta e remota: l’isola di Michel Houellebecq.
* da Barbadillo, 26 settembre 2016

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