
Uno scrittore di talento smisurato e fermo smarrimento, Thomas Wolfe. Così lo presenta Pasquale Panella nell’introduzione alla nuova edizione di “Angelo, guarda il passato” dello scrittore statunitense. Una famiglia, la solitudine e grandi contraddizioni: un romanzo fluviale, colmo di poesia e senso del finito, insieme a un raffinato gusto per lo stile
Angelo, Guarda Il Passato (Look Homeward, Angel) romanzo d’esordio di Thomas Wolfe, pubblicato da Scribner’s nel settembre del 1929, è di nuovo in libreria nella collana Originals per le edizioni Mattioli 1885 con la celebre copertina della prima edizione e la nuova traduzione di Nicola Manuppelli.
Di sontuosa delicatezza è il sentiero che Pasquale Panella traccia per introdurre il lettore alle vie impervie e imperiture della scrittura di Thomas Wolfe. Sin dalle prime parole si coglie quell’aspetto doppio che solca tutta l’opera dello scrittore statunitense: Panella, attraverso una prosa da collezione, pone l’accento sulla potente simultaneità di talento smisurato e fermo smarrimento. Perché non è forse noto che i grandi talenti sono pervasi da profonda insicurezza e che è proprio tale vulnerabilità a renderli grandi?
Troppo detto e poco non detto
È il respiro del mondo, il grande afflato della letteratura che spira in faccia alla dilatazione del tempo, soffia sulle vaste colline della grigia città di Altamont, sorveglia le verande delle vecchie case, intrise di tabacco e ruggine, abitate da famiglie sole e isteriche, mai conformi – come tutte le famiglie del mondo – sempre costruite sul doppio binario dell’odio e dell’amore, della rabbia e della devozione, del risentimento e dell’affetto immaturo. Famiglie, come quella del protagonista Eugene Gant, tenute insieme dal cattivo funzionamento di ogni componente. Individui che vivono sull’eccedenza del detto e sulla mancanza del non detto. L’elemento doppio rivive in ogni famiglia, nuclei respingenti e incanalanti allo stesso tempo, tutto accade in quell’intramontabile “non so vivere con voi, né senza di voi”; luoghi di madri e padri tormentati che mettono al mondo figli confusi e inquieti, timidi e audaci, santi e maledetti. Esiste una ferrea volontà di emanciparsi da quella cellula, ma il coraggio necessario per farlo sembra meno forte del senso di colpa per averlo fatto. Si resta così intrappolati in un limbo, ambiente caldo di precarietà emotiva, che scorterà i componenti sino alla morte. Va da sé: tutti insieme disperatamente.
L’anomalia umana, l’assoluta normalità
È il respiro della letteratura americana, il grande afflato che soffia sul ritratto dell’anomalia umana, stranezza che ne certifica l’assoluta normalità. La parola “wolfiana” – doppia anch’essa – poetica e popolare al contempo, vive in un testo intimo quanto universale. La parola è doppia perché lirica, proprio come una frase in cui sfilano sei aggettivi: «Eugene guardava con devozione appassionata quella grande vecchia testa serena, saggia e rassicurante», e un’altra locuzione più incisiva, tradizionale, semplice. Il romanzo (792 pagine, 29 euro), tradotto impeccabilmente da Nicola Manuppelli, sembra portare in seno un altro testo, quello costituito dalle ragguardevoli note del suo traduttore, da notare e annotare, per curiosità davvero rare.
Il doppio si traduce sovente in un rapporto conflittuale con gli individui, con i luoghi, con sé stessi. Il legame controverso con il luogo di nascita, giunge spesso da un amore non corrisposto, l’amore di un autore per una terra indifferente, che sin da subito trasmette la convinzione che l’esistenza non sarà altro che un «meraviglioso incubo». E si sa come si comportano le convinzioni; trascorrono il tempo a cercare prove, con l’unico scopo di cristallizzare il convincimento in certezza.
Il tempo perduto, l’unico possibile
Il romanzo, costruito sul magma autobiografico, segue i primi vent’anni di vita del protagonista, realizzando il tempo del perduto come unico tempo possibile. Nel perduto si perdono e, al contempo, si vivono con forza luoghi, volti, aurore, tramonti e storie di una nazione agitata dai primi anni del Novecento. La famiglia di Eugene Gant tratteggia la complessità dei legami all’interno del nucleo: le pagine si consumano nel fascino della figura paterna che, nonostante una forte dipendenza dall’alcol, giganteggia su tutto il libro e su tutti gli altri componenti della famiglia. La solitudine avviluppa tutti i membri familiari, una solitudine innata e per sempre tramandabile, che scorre come l’acqua nelle crepe umane, impregnando ossa e carne. L’isolamento è anche la conseguenza diretta del principio di libertà: la libertà di Eugene di vivere la vita sulle pagine dei libri, la libertà della madre Elisa di consumare il tempo accumulando immobili, la libertà del padre di ubriacarsi fino alla morte, la libertà della figlia Helen di dedicare tutta la sua esistenza alla cura del padre e infine la libertà dei genitori di sopravvivere alla morte di due figli. Tale facoltà di movimento sfocia spesso in grandi contraddizioni, incongruenze intimamente legate all’alba di ogni individuo. Eugene, sin dalla prima infanzia, scorge le conseguenze affettive di tali contraddizioni familiari. L’antidoto per sopravvivere non può essere altro che forgiarsi un’esistenza diversa da quella apparente: «ogni anno sprofondava sempre più in una vita segreta. Qualcosa di strano e selvatico si faceva strada nel suo volto».
Wolfe costruisce un romanzo fluviale, ove scorrono copiosi la poesia e il senso del finito, insieme a un raffinato gusto per lo stile, anche barocco; un Orson Welles della penna: torreggianti entrambi per altezze e talento.
