Pasquale Panella – Come un indice

“Sei tornata”

“E quando te ne vai?”

Tra queste due domande è trascorsa

la tua vita, della quale si è impossessata

la fama, gelosa, tenendoti per sé, nascosta

Allora sei tornata? Ti aspettavo. E quanto resti?

Poi, come quando si arrivava nei paesi, 

la prima domanda che ci facevano era

“E quando te ne vai?”

Sembra che tu, questa domanda, l’abbia sempre nelle orecchie. 

Mi pare che non fai altro che rispondere: “adesso”.

Perché con te è così. Succede questo:

che tutto quel che accade nei tuoi romanzi

accade come un addio, anche frettoloso.

Tutto accade come un andare via dal tuo romanzo,

un correre, correre a piangere altrove,

lasciando oscillare la foglia morta di un sorriso

che discende sulla scena che abbiamo abbandonato. 

(Cos’è? Ti sto citando forse? Quasi).

 

Anche un addio al romanzo.

Dopo di te hanno scritto tutte,

tutti hanno scritto dopo di te.

Sono stati fatti passi avanti oltre il bordo

della prima di copertina che dà sull’orrido

rischioso della pubblicazione.

Tu invece no, da un certo punto in poi,

sembrava . scusa il termine . che depubblicassi.

Generosa soddisfazione di una gelosia.

“So che ti fa piacere avermi per te solo”,

esageravi questa frase vera e, in quanto vera,

quasi impronunciabile (sì, quasi, non più che quasi,

non abbiamo poi tutto il coraggio).

Sì, quasi vera, come in un romanzo

(“il vero nella vita lo comprendo meno”).

 

“So che ti fa piacere avermi per te sola”,

dicesti, forse, alla fama che, gelosa, 

ti nascose tra le sue cose predilette.

Può essere, esiste anche questo al mondo:

sulle predilezioni non diciamo tutto, 

non diciamo il meglio, ce lo teniamo per noi

quel nome che crediamo (finalmente

crediamo in qualche cosa) spazzi via

con ingordigia giovane una rapida

colazione sull’erba (e poi non c’è più

pane per nessuno), spargendo briciole

tra gli steli, ossia quello che avanza

in scrittura romanzesca, ecco, quel nome

non lo riveliamo, anzi lo custodiamo

(come se il suo segreto fosse il nostro).

Quelle briciole ancora sfamano

romanzi inutilmente (lo sanno o non lo sanno).

“Perché tu sei evitata?” è una domanda

che non si fa, è evitata anche la domanda.

 

Sì, c’è un segreto nella tua scrittura

e talmente è segreto quel segreto che

non voglio conoscerlo per non rivelarlo

e se lo conoscessi (ne so qualcosa?)

riconoscerei che è un mistero

del quale non parlare perché sfuggente

ai raspanti artigli dell’intelletto umano.

E io raramente, se non in intimità,

faccio il tuo nome (poi da chi la vogliamo

risarcita la mancanza di rinomanza

se noi stessi per primi siamo reticenti?).

La verità non sta che nei segreti.

(Nascondiamo da sempre i nostri beni).

 

Ma torniamo a noi (questa espressione),

ora che sei tornata.

La letteratura giovane sei tu, lo sai

come la penso. E la letteratura o è giovane

o non lo è, lo sai come la vedo.

Da un certo punto in poi (siccome hanno

studiato) tutti sanno scrivere,

anche bene, anzi solo bene, anzi nient’altro.

E scrivono da brave ragazze e da bravi ragazzi,

e fanno la loro figura compita, invitati

a dire quanto sarebbe corretta la vita

se dipendesse da loro.

Lo sanno al primo colpo.

Ma dove siamo arrivati…

 

E tu?

Come stai? (Questa domanda non dovremmo,

mai farla, non è vero? Fa bene all’educazione

e poi nient’altro.)

E come va? Va. Il tempo.

E non è più tempo di polemizzare. E poi con chi?

È tempo di lasciare perdere, no?

Mi pare che tu l’abbia fatto,

che tu abbia lasciato perdere.

Sei pacificata adesso, vero?

Il bello delle estati da bambini?

Che erano tutte uguali, ripetitive,

mantenevano le promesse, vuoi che tu fossi

villeggiante sul motoscafo con la prua all’insù.

Sofferenze e piaceri, addirittura trattabili.

E non se ne rimaneva senza, a volte scambiando, 

come figurine, un disagio per un appagamento.

E, oltre l’infanzia, anche l’adolescenza

ha le sue ripetizioni, la giovinezza le sue.

E i romanzi le loro.

Un po’ di piacere in cambio di un po’

di sofferenza (ci passavamo le sere).

 

I romanzi vanno chiusi alla svelta.

Se non lo sai tu, chi lo sa?

Bisogna affrontarli per toglierseli di torno. 

È forse sgarbata la tua scrittura?

Qualche volta lo è, con essa stessa scrittura,

tanto per cominciare e per arrivare alla fine

in un solo strattone. Anche con i personaggi

sei sgarbata, a volte, e col romanzo stesso, in persona direi.

Fosti sperimentale in tempi in cui la sperimentazione

furoreggiava, soprattutto in Francia, soprattutto a Parigi.

(In Francia e a Parigi ossia molto lontano da te,

quand’eri in Francia e a Parigi).

Lo fosti più tu che non l’eri? Sperimentale, dico.

La tua sperimentazione consisteva (era consistente, quindi)

in questo abbattimento, sgarbato e rapido, del romanzo

ponderato e ponderoso, esigente lenti pensamenti

e grandi sforzi, da te risolto invece con sveltezza leggera

(come anche Stendhal sperimentò ai suoi tempi,

forse sperimentale anch’egli, se ci pensiamo adesso.

Ci pensiamo?).

Come hai detto, parlando d’altro?

Non è che le cose siano vere, le cose sono e basta,

e lo sono per chi non ha bisogno di dimostrare

che siano vere ossia di fare sfoggio. Di che, poi?

Di conoscenza? Ma certe cose quando mai si conoscono?

Voglio dire, tu non facevi sfoggio di scrittura…

Ecco, a proposito, ma tu come scrivi?

Per non saper rispondere, la critica su te tace.

Ma basta, dimmi tu tuto,

come sai dirlo tu che sei tornata.

 

(Questa non è una poesia, vado solo a capo prima

che il rigo vada a sbattere da solo contro il margine)

 

Pasquale Panella

a Sagan Isabella

 

Le piace Proust? Con Isabella Cesarini alla ricerca della Sagan

Di  Emanuele Beluffi 28/10/2024

Il nuovo libro di Isabella CesariniLe piace Proust? (uscito per 96, rue de-La-Fontaine), è un’opera che intreccia la biografia immaginaria e il memoir, dando voce all’intensa vita della scrittrice francese Françoise Sagan. Riprendendo la struttura di un diario interiore e confidenziale, il romanzo è un affresco della Parigi del dopoguerra e della vivace scena culturale che Sagan ha frequentato, omaggiando, al contempo, le fonti letterarie che l’hanno ispirata. Attraverso l’immaginario intimo di Sagan, Cesarini offre uno sguardo ravvicinato su una delle figure più affascinanti della letteratura del XX secolo.

A partire dal titolo, Cesarini gioca con il parallelismo fra Sagan e Marcel Proust: il riferimento a Le piace Brahms? si trasforma qui in una domanda sull’autore che più ha influenzato il suo pensiero. Marcel Proust, l’artefice della Recherche, è infatti una figura chiave nella vita di Sagan, al punto che in vita rinunciò al cognome paterno Quoirez in favore di Sagan, riprendendo il nome della principessa che appare fugacemente nel capolavoro proustiano. Nella costruzione della memoria proustiana, Cesarini riscopre l’importanza di un vissuto di “corpo e carne”: un corpo segnato dal tempo ma desiderante, attraverso la scrittura.

Il basso continuo del memoir è la passione per la parola. E quella che, per mutuare un’espressione che anni e anni fa durante un ciclo di lezioni all’Università degli Studi di Milano incentrate sulle idee sensibili soprattutto in relazione a Marcel Proust e Maurice Merleau-Ponty, il prof. Mauro Carbone chiamava “idea sensibile” o “essenza carnale”. Lo possiamo riscontrare in questo passo di Cesarini/Sagan:

Ho sempre immaginato le donne capaci di scrivere come coloro che hanno esplorato intimamente la propria carne […]. Il piacere come la costruzione della frase bella sovrintende a quell’orgasmo che per un istante rende immortali”

Situata nel suo maniero in Normandia e consapevole dell’ineluttabilità della fine, Sagan ripercorre la sua vita fuori dagli schemi e i volti che l’hanno segnata, alternando i ricordi con riflessioni letterarie e sentimentali. Amici illustri come Jean-Paul Sartre e Bernard Frank, compagni di battaglia culturale come Florence Malraux e Jean Seberg, amori complessi e travagliati come quelli con Guy Schoeller, Peggy Roche e Ingrid Méchoulam si materializzano nelle pagine come tasselli di una vita vissuta con intensità, sospesa tra la passione e la ricerca continua del significato.

Con uno stile intimo ma volutamente costruito, Cesarini rende omaggio a un personaggio che è stato simbolo di un’estetica dell’eccesso, porremmo dire, magari dannunziana in senso lato: una “charmant petit monstre”, come la definivano, ma anche una donna e un’artista che ha il diritto di essere ricordata per il suo contributo letterario e, perché no, per quelli che coloro-che-ben-pensano di ieri e di oggi chiamano gli eccessi.

Isabella Cesarini riesce a costruire un’opera che fonde l’erudizione con la narrativa, e Le piace Proust? si impone come un omaggio intellettuale e poetico a una figura complessa. Dopo aver esplorato la figura di Clarice Lispector e analizzato anime inquiete e mitiche del cinema, l’autrice romana aggiunge un ulteriore tassello al suo percorso. La sua capacità di dare vita a personaggi in bilico tra realtà e finzione è chiara, così come l’intento di far riflettere il lettore sull’importanza della memoria e della scrittura come “ultima ragione di vita”, come dice la stessa Sagan.

Il libro, accompagnato da un contributo inedito di Pasquale Panella, offre una lettura coinvolgente e non si limita a essere una semplice biografia romanzata, ma si sviluppa come una vera e propria esplorazione emotiva e culturale. Le piace Proust? è un’opera destinata a chiunque desideri immergersi nella nostalgia e nei ricordi di un’epoca ormai passata, ma ancora vivissima nella mente e nella penna di una scrittrice che, come Sagan, non ha mai smesso di cercare l’infinito in ogni piccolo suono.