Il borgo

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Arrivai in paese con un paio di capelli lunghi e due suole brune acconciate ai miei piedi. No: arrivai in paese con un paio di scarpe rosso cremisi e una lunga stola di capelli. Non sapevano chi fossi. E io lo stavo ancora stabilendo. Autrice? Schiccheracarte? Saggista? Schiccherafogli? Scrittore? Ex docente? Majorette mancata? Aspirante amazzone? Madre perduta? Moglie chimerica? Frustrazione in movimento? Fierezza in crescendo? Con tre chilometri all’andata e tre al ritorno, tra uliveti e cagnette bianche in combattimento per mio giubilo, decisi di essere tutto quello che non fui e il grande nulla che diventai: un camminatore sulla strada verso il borgo.

  • da “Il romanzo che non scrissi”

Parole stese al centro del Pantanal

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“Caratteri di stampa (da @pixabay) ~ 2012” by Ecosin ~ Redazione is licensed under CC PDM 1.0

Non voglio asciugare parole stese al centro del Pantal

Non sono capace di scrivere un romanzo. Non so dare trama alla trama. Di tramare non mi riesce. Mi suggeriscono di asciugare. Non voglio asciugare parole stese al centro del Pantanal. Non voglio asciugare parole stese al vento del tran tran letteroso. Sì, letteroso. Se le cattedrali accolgono poveri petalosi caduti a terra, perché non prendersi ricchi fogli letterosi ascesi al cielo? Il cielo del grande dettame letterario. E letteroso. Voglio inondare parole di parole. Guardare alluvioni di avverbi trascinare via la corrente dell’asciugamento letteroso. Assistere ad aggettivi in piena, voglio. Vedo l’orpello di parole fatte di pizzo macramé. Chantilly come la crema. Parole cremose di pizzi. Umettate dal merletto chiacchierino.

Potrei scrivere un romanzo su un merletto chiacchierino che incontra un pizzo d’Irlanda. Ma non sono mai stata in Irlanda. E il pizzo diventa merletto taciturno. Tacere pensieri sul grande asciugamento letteroso. Tutti alla rincorsa del grande asciugamento. Suole consumate dal grande asciugamento letteroso. Non letterario. Indico il letteroso con precisione. Perché preciso è il ruolo dell’asciugamento letteroso nella volta letteraria. Secchezza di scuola a prendere giovani mani senza decorazioni. Giovani mani spalmate di brillantina Linetti. Oleare e asciugare. Sbandieratori di siccità. Anoressia della parola nutrita da sonde di regine asciugatrici. Troni letterari a farsi letterosi. Troni letterosi a fabbricar dettami in catena di smontaggio. Asciugati! Se intendi partecipare, asciugati! No, il mio maestro dice di coltivare l’orgoglio di non essere organica. E asciutta. Sono umida e feconda di parole bagnate di brina paratattica. Piogge estive di anacoluti e deittici a bagnare fogli di carne intingola. Sughi, condimenti e brodetti di pesce lemma pescato in alto mare. Lontani dalla riva asciutta. Asciugata alle onde Cavalcanti degli asciugatori. Un cablogramma invia messaggi da cavallucci marini. Un pesce di fattura equina si crede messaggero. Una cavalla di fattura umana si crede scrittrice. Preferisce scrittore. Ma riesce solo a battere gli zoccoli sul foglio creando fori e polvere sul campo preso dal salto agli ostacoli. Ostacolata da se stessa a scrivere di se stessa. Ma se non fai altro? E, dicevo, non sono capace di scrivere un romanzo. Potrei narrare di un cavalluccio marino che si crede un cavallo e tenta il dialogo con il merletto chiacchierino.

La mia penna è sanguinolenta. Il mio inchiostro è un unghia di cheratina in attesa. L’attesa della ferratura. Scrivo alla stato brado. Che mi lascino gli zoccoli inchiostrati di libertà. Espongo tessuti sottostanti al sole asciugante.

  • Pantanal, 13 aprile 2087