“Sei tornata”
“E quando te ne vai?”
Tra queste due domande è trascorsa
la tua vita, della quale si è impossessata
la fama, gelosa, tenendoti per sé, nascosta

Allora sei tornata? Ti aspettavo. E quanto resti?
Poi, come quando si arrivava nei paesi,
la prima domanda che ci facevano era
“E quando te ne vai?”
Sembra che tu, questa domanda, l’abbia sempre nelle orecchie.
Mi pare che non fai altro che rispondere: “adesso”.
Perché con te è così. Succede questo:
che tutto quel che accade nei tuoi romanzi
accade come un addio, anche frettoloso.
Tutto accade come un andare via dal tuo romanzo,
un correre, correre a piangere altrove,
lasciando oscillare la foglia morta di un sorriso
che discende sulla scena che abbiamo abbandonato.
(Cos’è? Ti sto citando forse? Quasi).
Anche un addio al romanzo.
Dopo di te hanno scritto tutte,
tutti hanno scritto dopo di te.
Sono stati fatti passi avanti oltre il bordo
della prima di copertina che dà sull’orrido
rischioso della pubblicazione.
Tu invece no, da un certo punto in poi,
sembrava . scusa il termine . che depubblicassi.
Generosa soddisfazione di una gelosia.
“So che ti fa piacere avermi per te solo”,
esageravi questa frase vera e, in quanto vera,
quasi impronunciabile (sì, quasi, non più che quasi,
non abbiamo poi tutto il coraggio).
Sì, quasi vera, come in un romanzo
(“il vero nella vita lo comprendo meno”).
“So che ti fa piacere avermi per te sola”,
dicesti, forse, alla fama che, gelosa,
ti nascose tra le sue cose predilette.
Può essere, esiste anche questo al mondo:
sulle predilezioni non diciamo tutto,
non diciamo il meglio, ce lo teniamo per noi
quel nome che crediamo (finalmente
crediamo in qualche cosa) spazzi via
con ingordigia giovane una rapida
colazione sull’erba (e poi non c’è più
pane per nessuno), spargendo briciole
tra gli steli, ossia quello che avanza
in scrittura romanzesca, ecco, quel nome
non lo riveliamo, anzi lo custodiamo
(come se il suo segreto fosse il nostro).
Quelle briciole ancora sfamano
romanzi inutilmente (lo sanno o non lo sanno).
“Perché tu sei evitata?” è una domanda
che non si fa, è evitata anche la domanda.
Sì, c’è un segreto nella tua scrittura
e talmente è segreto quel segreto che
non voglio conoscerlo per non rivelarlo
e se lo conoscessi (ne so qualcosa?)
riconoscerei che è un mistero
del quale non parlare perché sfuggente
ai raspanti artigli dell’intelletto umano.
E io raramente, se non in intimità,
faccio il tuo nome (poi da chi la vogliamo
risarcita la mancanza di rinomanza
se noi stessi per primi siamo reticenti?).
La verità non sta che nei segreti.
(Nascondiamo da sempre i nostri beni).
Ma torniamo a noi (questa espressione),
ora che sei tornata.
La letteratura giovane sei tu, lo sai
come la penso. E la letteratura o è giovane
o non lo è, lo sai come la vedo.
Da un certo punto in poi (siccome hanno
studiato) tutti sanno scrivere,
anche bene, anzi solo bene, anzi nient’altro.
E scrivono da brave ragazze e da bravi ragazzi,
e fanno la loro figura compita, invitati
a dire quanto sarebbe corretta la vita
se dipendesse da loro.
Lo sanno al primo colpo.
Ma dove siamo arrivati…
E tu?
Come stai? (Questa domanda non dovremmo,
mai farla, non è vero? Fa bene all’educazione
e poi nient’altro.)
E come va? Va. Il tempo.
E non è più tempo di polemizzare. E poi con chi?
È tempo di lasciare perdere, no?
Mi pare che tu l’abbia fatto,
che tu abbia lasciato perdere.
Sei pacificata adesso, vero?
Il bello delle estati da bambini?
Che erano tutte uguali, ripetitive,
mantenevano le promesse, vuoi che tu fossi
villeggiante sul motoscafo con la prua all’insù.
Sofferenze e piaceri, addirittura trattabili.
E non se ne rimaneva senza, a volte scambiando,
come figurine, un disagio per un appagamento.
E, oltre l’infanzia, anche l’adolescenza
ha le sue ripetizioni, la giovinezza le sue.
E i romanzi le loro.
Un po’ di piacere in cambio di un po’
di sofferenza (ci passavamo le sere).
I romanzi vanno chiusi alla svelta.
Se non lo sai tu, chi lo sa?
Bisogna affrontarli per toglierseli di torno.
È forse sgarbata la tua scrittura?
Qualche volta lo è, con essa stessa scrittura,
tanto per cominciare e per arrivare alla fine
in un solo strattone. Anche con i personaggi
sei sgarbata, a volte, e col romanzo stesso, in persona direi.
Fosti sperimentale in tempi in cui la sperimentazione
furoreggiava, soprattutto in Francia, soprattutto a Parigi.
(In Francia e a Parigi ossia molto lontano da te,
quand’eri in Francia e a Parigi).
Lo fosti più tu che non l’eri? Sperimentale, dico.
La tua sperimentazione consisteva (era consistente, quindi)
in questo abbattimento, sgarbato e rapido, del romanzo
ponderato e ponderoso, esigente lenti pensamenti
e grandi sforzi, da te risolto invece con sveltezza leggera
(come anche Stendhal sperimentò ai suoi tempi,
forse sperimentale anch’egli, se ci pensiamo adesso.
Ci pensiamo?).
Come hai detto, parlando d’altro?
Non è che le cose siano vere, le cose sono e basta,
e lo sono per chi non ha bisogno di dimostrare
che siano vere ossia di fare sfoggio. Di che, poi?
Di conoscenza? Ma certe cose quando mai si conoscono?
Voglio dire, tu non facevi sfoggio di scrittura…
Ecco, a proposito, ma tu come scrivi?
Per non saper rispondere, la critica su te tace.
Ma basta, dimmi tu tuto,
come sai dirlo tu che sei tornata.
(Questa non è una poesia, vado solo a capo prima
che il rigo vada a sbattere da solo contro il margine)
Pasquale Panella
a Sagan Isabella
